Stress contagioso ed empatia nelle relazioni

Dr. Gianluigi BasileData pubblicazione: 20 maggio 2014

Lo stress è contagioso?

Sembra che il semplice guardare un’altra persona vivere una situazione stressante sia sufficiente per far sì che il nostro corpo rilasci cortisolo, l’ ormone dello stress. Questi sono i risultati di uno studio del Max Planck Institute for Cognitive and Brain Sciences di Lipsia e dell’Università di Dresda. Tale forma empatica di stress sembra insorgere sia durante l’osservazione attraverso dei filmati di estranei esposti a situazioni stressanti e sia, in misura leggermente maggiore, in membri di una coppia sottoposta al test. Dunque il contesto in cui viviamo, se popolato da persone stressate, sembra poter influenzare in qualche misura la nostra risposta allo stress e favorire un’aumentata concentrazione del cortisolo.

I ricercatori hanno chiesto ad alcuni soggetti (tra cui anche partners di una coppia) di sottoporsi a compiti stressanti (risolvere complessi compiti matematici e sostenere una sorta di colloquio), mentre altri soggetti avevano il compito di osservare attraverso uno specchio unidirezionale quello che accadeva al soggetto coinvolto nei task. In generale, il 30% degli osservatori ha dimostrato un significativo aumento dei livelli di cortisolo, e tale effetto era leggermente più diffuso (40% degli osservatori) nel caso in cui si osservasse il proprio partner in una situazione stressante.

Il primo dato interessante è che non sembra essere così importante avere una conoscenza approfondita della persona per essere “attivati” da una situazione stressante: la lieve discrepanza tra la diffusione dei livelli di cortisolo prodotta nel campione mentre si osserva il partner o un estraneo sembra dirci che la conoscenza della persona non sia una variabile statisticamente significativa; da questi risultati appare chiaro come il processo di immedesimazione e identificazione che gli osservatori hanno nei confronti dei soggetti sottoposti allo stress sia decisivo.

Da un punto di vista evoluzionistico si può evidenziare come la tendenza innata dell'uomo nell'entrare in relazione con l'altro attivi dei processi empatici semplicemente con il contatto visivo. In questo quadro entrano anche le memorie autobiografiche individuali che possono essere attivate nel momento in cui l'osservatore può rivivere, anche inconsapevolmente, esperienze stressanti di vita presenti o passate.

Sarebbe fuorviante ritenere che siano sufficienti alti livelli di cortisolo per decretare una condizione di malessere psico-fisico di un individuo. Lo stress se considerato nella sua componente attivante può rappresentare anche una risorsa in quanto protegge l'individuo dai pericoli circostanti, migliora la ricerca di strategie di coping e facilita i processi di riflessione su se stessi e sul mondo che ci circonda.

Lo stress rappresenta un problema soprattutto nelle sue forme di cronicità.

La presenza duratura di elevati livelli di cortisolo può avere effetti negativi sul sistema immunitario a lungo a termine, con un progressivo indebolimento delle difese fisiche e psicologiche dell'individuo. Se la semplice osservazione dello stress altrui può “attivarci” in tale direzione, vale la pena considerare alcune modalità di regolazione emotiva che ci consentano di modulare la nostra risposta. Ritrovare un equilibrio interno di fronte ad agenti stressanti cronici è una partita da giocarsi su più livelli e utilizzando tutte le risorse disponibili.

Questo studio anche se parziale sottolinea come i processi empatici negli esseri umani siano più potenti di quanto forse immaginiamo e di come il bisogno e le capacità innate dell'uomo di entrare in relazione con l'altro possano venire attivati anche da una “indiretta richiesta” di sostegno psicologico.

Fonte: State of mind, maggio 2014 http://www.stateofmind.it/2014/05/contagio-stress/

 

Autore

g.basile
Dr. Gianluigi Basile Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 2008 presso Università Degli Studi Di Roma La Sapienza.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Lazio tesserino n° 17773.

6 commenti

#2
Dr. Gianluigi Basile
Dr. Gianluigi Basile

Nello studio a cui si fa cenno si parla anche di filmati attraverso la visione dei quali il livello di cortisolo presente nell'osservatore sarebbe comunque maggiore rispetto all'inizio dell'esperimento, perciò penso che anche in considerazione di relazioni virtuali possa valere lo stesso principio, anche se questa ipotesi non è stata verificata in questa ricerca.

#3
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

Grazie, era la risposta che mi aspettavo (=incremento dei livelli di cortisolo) anticipata dalla condivisibile conclusione "le capacità innate dell'uomo di entrare in relazione con l'altro possano venire attivati anche da una “indiretta richiesta” di sostegno psicologico."

#5
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

Comunque sul contagio empatico virtuale c'è uno studio importante e recente pubblicato su PLoS ONE dell'Università della California di San Diego e Yale University, che mostra come i social Network possano agire come CASSA DI RISONANZA del contagio : se la pioggia mi rattrista oggi a Milano, il mio malumore espresso può influenzare il mio amico psicologo Gianluca che vive al sole di Palermo. Sono stati analizzati migliaia di commenti su Facebook per un arco di tempo di 3 anni con "misura" del contenuto emotivo.
Ad esempio le emozioni negative espresse nei giorni di pioggia sembrano influenzare anche il benessere di persone che si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

#6
Psicologo
Psicologo

Addirittura il contagio empatico virtuale è così potente... che a Palermo piove a fine maggio!!!

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