Madri assassine e depresse: alibi o diagnosi scorrette?

Dr.ssa Valeria RandoneData pubblicazione: 03 novembre 2014

 

Dall'assassinio di Cogne ad infiniti altri casi di cronaca, i media sdoganano immagini di madri assassine, disturbate e disturbanti.

Bambini accoltellati nel sonno mentre- innocenti- sono tra le braccia di Morfeo, altri strangolati, altri ancora travolti da raffiche di pallottole; famiglie distrutte e sterminate dal dolore e dalla perdita di controllo.

Gli avvocati, nelle loro arringhe difensive scrivono: "Gli assassini sono depressi, incapaci di intendere e di volere".

La “depressione” viene sempre citata ed adoperata come strumento difensivo per cause scomode e portatrici di dolore e di infinite riflessioni.

  • Ma siamo veramente certi che la depressione sia sempre una sorta di lasciapassare per giustificare i crimini più efferati?
  • Il male oscuro di cui sembra soffrire un italiano su cinque, può essere la causa di così tante atrocità?
  • Siamo certi che chi arriva ad uccidere non abbia mai manifestato sintomi così eclatanti da essere curato e soprattutto fermato?
  • La malattia può essere l'alibi di tutti i delitti?
  • La normalità è compatibile con gli atti criminali più efferati o bisogna essere obbligatoriamente malati e depressi per poter uccidere?

Forse non è sempre logico e veritiero spiegare un omicidio con la follia, forse sono alibi utilizzati dagli avvocati per difendere i loro clienti.

 Secondo un doloroso resoconto il 2014, i bambini sono le vere vittime di delitti compiuti dai genitori. Quando è il padre a compiere le stragi, si dice spesso, che trattasi di un uomo disturbato, trafitto dal dolore dell’abbandono o uno stalker (diagnosi ormai abusata), mentre quando è la madre ad uccidere i figli, viene spesso adoperata la diagnosi di depressione.

Cos'è la depressione. Qualche nota clinica

L’episodio depressivo costituisce una delle esperienze più destabilizzanti per chi si trova a doverlo vivere o meglio subire. Il paziente racconta- spesso tardivamente rispetto al suo esordio- che si sente senza speranze, senza energie, né risorse, completamente impotente di fronte alle esperienze della vita ed al mondo che lo circonda.
Riferisce che gli vengono a mancare le energie per poter fare qualsiasi attività, fisica e mentale, tutto diventa senza sapore, né odore: perde il gusto della vita.
Quando si parla di depressione, tutto sembra avere perso di interesse e tutto appare un vero e proprio fallimento; il paziente riferisce di vivere un susseguirsi di perdite- reali o simboliche- di cui spesso ci si sente responsabile ed impotente. 

Talvolta, attribuisce agli altri ed agli eventi della vita, la colpa del suo dolore dell’anima, del disagio e della sfortuna che dimora nelle sue giornate. L’isolamento è spesso cercato, voluto ed al tempo stesso subito, ma appare inevitabile ed il paziente non intravede nessun’altra strada da poter percorrere.
Chi soffre di depressione non è in grado di svolgere le cose più semplici: dallo svegliarsi al mattino, lavarsi ed occuparsi di se stesso e degli altri, alle sequenze più complesse ed impegnative che obbligano ad un impegno mentale ed emozionale, come far fare i compiti ai propri figli o svolgere le proprie mansioni lavorative.
Il vissuto è tra i più nefasti: sensi di colpa, inadeguatezza, il vedere tutto nero ed un peso sul cuore che non lascia via di scampo a nessun tipo di pensiero.

Chi soffre di depressione viene rapito da una vera e propria incapacità di vivere e da un “mal di vivere”, amplificate dal pensiero ricorrente della morte.

È un quadro grave, visibile, quantizzabile e soprattutto non mistificabile.

 In psicologia esistono gli "omicidi d'amore"

La depressione solitamente, in casi estremi, porta al suicidio di chi ne soffre non all'omicidio, trasformando il protagonista di tanto dolore- soprattutto allo sguardo dei media- in un vero killer.

Il malato vede il mondo nero, senza risorse e carico di minacce, così “talvolta” decide di uccidere i propri figli e poi si toglie la vita a sua volta.

Questo modus operandi rappresenta una strategia malsana e patologica per proteggere i loro amori- i bambini per l’appunto- e se stessi, dalla vita e dai suoi dolori ed attacchi.

  • Ma siamo certi che ci sia sempre una correlazione lineare ed univoca tra omicidio e depressione?
  • Ed inoltre la diagnosi postuma, è fattibile?
  • Siamo inoltre certi che non vi erano segni chiari e visibili- anche ai non addetti ai lavori- di sofferenza e di disagio esistenziale?

Chi soffre di depressione grave, non può celare il suo disagio, il suo dolore ed il suo efferato malessere, non può stare bene fino al giorno prima dell’omicidio ed esplodere all’improvviso e senza preavviso.
La "depressione maggiore" è una depressione importante e non può essere improvvisata da avvocati e mass-media.

Resnick nel 1970, è stato il primo a stabilire la differenza tra neonaticidio – termine adoperato per le uccisioni di bambini appena nati, esattamente entro le 24 ore-, infanticidio- termine relativo ai bambini minori di due anni- e figlicidio - cioè l’uccisione di un/una figlia che hanno superato i due anni di vita.

Diventare mamme, un difficile percorso

Diventare mamma non è un processo semplice e soprattutto non è soltanto un evento biologico, ma psicologico e psico/relazionale, irto di ansie, sensi di colpa, paure e difficoltà.

  • Quante mamme, durante il difficilissimo dopo parto, hanno gridato aiuto e sono state confuse per donne stanche, stressate, confuse e nient'affatto malate?

Certo non tutte vengono travolte da quel buio assoluto, da quella necessità omicida, dal baratro dell’esistenza.
Da mamma e da clinico penso che fare, anzi “essere mamma”,sia un percorso complesso, sfaccettato, complesso in termini di dinamiche consce ed inconsce e spesso i sensi di colpa e di inadeguatezza si intersecano agli eventi della vita facendoli precipitare.
Una madre che uccide il proprio figlio, é però una donna che uccide una parte di se stessa senza morire, è una donna che - nel caso raro decidesse di non uccidersi- sopravvive al figlio e “rimane in vita da morta”.

Sopravvivere alla morte di un figlio è sicuramente la cosa peggiore che possa mai accadere, rappresenta la morte psichica peggiore che ci sia: la vita in seguito, con il suo susseguirsi di albe e di tramonti, diventa una punizione atroce ed insopportabile.
La psiche poi, con i suoi meccanismi di difesa, anestetizza, rimuove, fa dimenticare, organizza strategiche amnesie ed in qualche modo fa sopravvivere queste mamme omicide.

Qual è invece il possibile profilo di questi omicidi?

Frustrazione, rabbia, cattiva gestione della frustrazione, portano ai dolorosi “passaggi all'atto” di tipo omicida.

A mio avviso, la facile diagnosi di depressione associata a questi efferati omicidi, nuoce gravemente ai pazienti depressi, perché temono di poter diventare anche loro dei killer e pensano di poter essere giudicati e temuti come tali dal mondo circostante.

Questa malattia va rispettata e conosciuta a fondo, le diagnosi non dovrebbero essere strumentalizzate per fini legali, se non vi è una chiara e lampante correlazione tra sindrome depressiva ed omicidio.


Fonte: 

http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/post/2014/10/27/10-e-11-bambin-donna-ferisce-il-marito-uccide-i-figli-due-e-si-suicida/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/28/madri-assassine-cultura-possesso/1175345


Suggerisco le seguenti letture per approfondimenti sullargomento:

Autore

valeriarandone
Dr.ssa Valeria Randone Psicologo, Sessuologo

Laureata in Psicologia nel 1992 presso La Sapienza-Roma.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia tesserino n° 1048.

9 commenti

#1
Dr. Mauro Bruzzese
Dr. Mauro Bruzzese

Molto interessante l'articolo e gli spunti di riflessione. Vorrei aggiungere, oltre alla depressione di cui hai scritto in modo molto circostanziato ed esaustivo, una sindrome a cui si correlano le madri che uccidono i figli ovvero la sindrome di Medea. Con essa si è tentato di definire proprio questo ovvero quali sono le caratteristiche della mamma che compie un gesto talmente atroce che sfugge ad ogni comprensione. In quale cornice (patologica?) è inserita, quali i fattori di rischio e quale la situazione familiare e di coppia. il figlio talora è ucciso per senso di vendetta da attuare nei confronti del coniuge per cui per qualche sciagurato motivo si nutre odio e rancore, altre volte trattasi di figli indesiderati (nati ad esempio da stupri) Alla base c'è un senso di inadeguatezza del ruolo genitoriale e presenza di disturbi di personalità (spesso storia pregressa di abusi, tossicodipendenza e famiglie di origine non accudente...)

#2
Dr.ssa Valeria Randone
Dr.ssa Valeria Randone

Gentile Collega,
Grazie per le tue utilissime riflessioni.
Valeria

#3
Specialista deceduto
Dr. Giovanni Migliaccio

Cara Valeria,
sempre interessanti i tuoi articoli, ma in questo particolare argomento, eviterei di annoverare il cosiddetto delitto di Cogne che delitto non fu.
Infatti la madre del piccolo Samuele, Anna Maria Franzoni è stata giudicata sana di mente e, al di là delle diagnosi televisive di improvvisati esperti, lo ha dimostrato nel corso di tutti questi anni.
Nessun profilo psicopatologico è emerso dalle numerose visite cui è stata sottoposta, nessun comportamento assimilabile a una psicopatologia, né precedente la morte del figlio né nei momenti tragici immediatamente dopo l'evento, morte naturale, e negli anni successivi, è mai emerso o comunque oggettivamente riconducibile al profilo della madre omicida o figlicida che dir si voglia.
A.M. Franzoni non è una assassina, non soffre di alcuna patologia psichiatrica, è una donna forte, il cui coraggio fu ed è corroborato dalla propria innocenza.
E' vittima del più madornale errore giudiziario degli ultimi trent'anni almeno.

Un caro abbraccio e sempre complimenti per la tua qualificata professionalità.

#4
Utente 325XXX
Utente 325XXX

strano pensare che non sia una assassina...sarà stato batman a commettere l'omicidio

#5
Dr.ssa Valeria Randone
Dr.ssa Valeria Randone

Caro Giovanni,
anche io evidentemente sono stata vittima dei messaggi che fanno passare i media: nel mio immaginario è rimasta una mamma omicida, forse mi sarà sfuggito il dopo e mi sarà rimasto impresso a fuoco il dramma vissuto...
Mentre scrivevo questo articolo, la mamma di Cogne, è stata la prima mamma che mi è venuta in mente, se Tu non mi avessi corretta, sarebbe rimasta "colpevole" dentro di me.
Un caro saluto e grazie per le tue riflessioni sempre puntuali ed arricchenti.
Valeria

#8
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

Un articolo molto opportuno e interessante. Si parla molto di "femminicidio" infatti e poco di "figlicidio" dove sono in questo caso le mamme nel 90% dei casi (dati AMI-ISTAT) ad uccidere bambini tra 0 e 6 anni di età. Gli infanticidi, solo in Italia. sono diverse decine l'anno e sono in crescita. Se a questo si aggiungono i tentati omicidi, i maltrattamenti e le percosse che spesso causano danni psicofisici permanenti nei bambini, ne emerge un quadro allarmante e sottovalutato. Dunque brava a parlarne.

Per quanto riguarda la Franzoni anche a me risulta che lei sia un'assassina, sarà forse un errore giudiziario ma ciò non è provato, ma se pure lo fosse non lo sarebbe certo per il fatto che è stata dichiarata "sana di mente". Questo è semmai un elemento che non le ha consentito di ottenere alcuna attenuante. La maggior parte dei criminali per crimini efferati sono dichiarati "sani di mente", perché ci stupiamo se una mamma assassina viene dichiarata sana di mente?

Si tratta certamente di comportamenti aberranti che stravolgono il nostro comune "buonsenso" e le nostre regole, spesso ingenue, di pensare i sentimenti e i comportamenti umani come soggetti al dominio della coscienza razionale. Sono questioni che tracciano spesso il limite della nostra capacità di comprensione.

E' importante però ricordare sempre che chi soffre di disturbi psicopatologici è quasi sempre vittima piuttosto che carnefice. Anche nei più gravi disturbi di personalità vi è infatti spesso la capacità quanto meno di intendere il proprio comportamento, è molto raro che un disturbo psichiatrico porti a una totale inconsapevolezza circa le conseguenze dei propri comportamenti.

Un soggetto psicopatologico, per concludere, è quasi sempre non dissimile dagli altri soggetti considerati "sani" rispetto a ciò che consideriamo etico o persino morale.
Credo che occorra fermezza, e questo bell'articolo contribuisce anche a questo, nel dichiarare che la cosiddetta "normalità" può contenere malvagità e odio almeno quanto la psicopatologia.

#9
Dr.ssa Valeria Randone
Dr.ssa Valeria Randone

Grazie Alessandro per le tue note, arricchenti ed utili per l'utenza che ci legge.

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