Buona Pasqua, Buon Natale, e altro... Non per tutti però. Ovvero, quando la Festa è tristezza

Dr.ssa Alessia Ghisi MigliariData pubblicazione: 13 aprile 2017

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Una tavola imbandita.Pasqua e depressione
La famiglia, nostre radici, origini, passato e porto sicuro.
Un'occasione per condividere, in un'atmosfera affettuosa e gioiosa.
Questa è la festa, giusto?
Che si abbia senso religioso o no, la regola è una: gioire di tanta grazia.
In teoria, almeno.
Perché queste righe non sono per coloro che avranno la fortuna di vivere festività allegre e sentite, fianco a fianco di chi ci ama, in maniera informale e sincera.
Ciò è possibile, capita per fortuna spesso, e quindi, davvero, che siano giorni perfetti.
Ma così non è per tutti.

 

Quale famiglia?

La famiglia è una realtà "spinosa", poiché per definizione si intrecciano sentimenti e vissuti potenti. Dall'amore al contrario, i legami son forti, quindi spesso conflittuali.
E se il "senso della famiglia", nella sua accezione più vera e pura, è valore splendido, i mutamenti sociali hanno creato libertà, movimento, ma anche dispersione e cambiamento, non sempre in meglio.
Ecco dunque casi vari per i quali la festività può essere fonte di ansia, angoscia, calo dell'umore e persino depressione: l'incontrarsi con il "compito" di stare assieme quando qualcosa, nei reciproci rapporti, si è disgregato; famigliari che si vedono appunto due volte l'anno, con cui i ponti sono interrotti o incrinati, le parole non dette, gli sgarbi taciuti per non "esplodere". Una tavola recitata, quindi.
O, anche, chi oggettivamente una famiglia non l'ha.
Mi diceva un'amica malata: "Le feste sono orrende: tutti se ne sono andati per la mia condizione, siamo rimasti io e papà, e i ricordi ti assalgono, e ti senti più solo".
Capita: nuclei famigliari più minuti, che si rimpiccioliscono poi di fronte alle avversità.
E se poteva esserci una "dose" di senso del dovere anche nei grandi gruppi di parenti del passato, la disgregazione del nucleo di origine può generare (sia nel caso della " tavola recitata" che nell'essere lasciati soli), una profonda solitudine, magari già vissuta nel quotidiano, ma qui accentuata. L'individualismo che lascia finalmente spazio, ma incrina quei concetti su cui i nostri nonni basavano il vivere - ogni mutamento ha pro e contro, no?

 

Si "deve", "la tradizione", e invece lo stress e i bilanci.

Lo avevo detto: non è un post per chi passerà vacanze serene. E in effetti sarebbe persino più un post natalizio che pasquale, dato che il Natale ha l'effetto "peggiore" in questo senso. Ma si prende uno spunto per tutti, e si arriva all'essenza della festa, che non sempre è atteso attimo conviviale (per alcuni appunto), ma quasi "sforzo". Perché la società impone che si festeggi, si sia assieme, si sorrida, quando magari i vari aspetti della vita non stanno andando magnificamente. E ne nascono bilanci, confronti, e un senso dello scandire del tempo, come scivolasse tra le dita.
Senza considerare gli aspetti organizzativi che possono intromettersi nella "creazione" di quel giorno. No, non volevo intristire!

Solo dare voce a una fetta di popolazione (magari nostalgica) che nelle festività, appunto, si deprime. I soli, coloro che hanno situazioni difficili, chi non si sente più a suo agio con se stesso, la propria situazione e chi lo circonda. E viene talvolta colto da un'ansia connessa alla "clessidra" delle feste: scandiscono, appunto.
Come un ciclo che non sempre ci fa ritrovare noi stessi come volevamo, o ci riporta a quel "noi" che rimpiangiamo (o a chi abbiamo perduto).
Non siete, vero, fra quelli che se le godono?
Perché, ripeto, non dovreste essere qui.
Queste righe sono un messaggio per l'ampio plotone di coloro che, per vari motivi, trovano in questi giorni (da Natale, a Capodanno, fino a Pasqua eccetera), agitazione, tristezza, solitudine, bilanci in negativo.
Fino alla vera e propria psicopatologia, che può esacerbarsi in maniera notevole in questi periodi.

 

Il messaggio.

Ecco dunque il semplice messaggio in bottiglia di questo piccolo post: le festività passano, e il vostro tempo interiore, con cui vivete, progredite, avanzate, regredite e recuperate, non è un calendario.
Se sentite che le feste sono per voi causa di peggioramento di uno stato emotivo difficile, chiedete aiuto.
Le feste, come ogni cosa, appunto, scivolano via.
Non avete l'obbligo, sancito dalla società e dalla pubblicità, di divertirvi, essere arzilli, amare tutti, ridere e gustare, in un ambiente di "vogliamoci tutti bene". Non è reato penale accettare come ci si sente, veramente, anche se doveri sociali sono all'orizzonte.
Se ci pensate, la solitudine è sentita di più, ma amici, conoscenti e altre belle persone vi aspettano, oltre.
Non siate influenzati dall'impressione di essere "giù", in un mondo in danza.
Ogni vita e ogni essere umano sono unici.
Se vi sentite soli, tristi, non in vena di feste "comandate" (già la parola la dice lunga), va bene: vi ritrovate a dover fronteggiare fantasmi e come stanno le "cose" adesso. Che però non è domani.
Siate liberi di esprimere come vi sentite.
Non siete alieni.
Sappiate che moltissimi altri non amano questi "comandi".
Dopo, trascorsa l'ennesima boa, sceglierete come e con chi stare.

Coloro che sono per voi davvero famiglia.
E magari arriveranno feste buone anche per voi.
Perché sapete la verità, secondo personale opinione, dove si nasconde?
Nel fatto che la festa non è sul calendario.
Festa è ogni giorno della nostra vita in cui ci sentiamo bene, sereni, realizzati, vivi, con accanto chi abbiamo scelto.
Il "non compleanno"? Può darsi.
Ma le feste arriveranno, anche solo se per voi.

Non siate "comandati".

Restate voi.

 

Autore

alessiaghisimigliari
Dr.ssa Alessia Ghisi Migliari Psicologo

Laureata in Psicologia nel 2005 presso Università Milano-Bicocca.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia tesserino n° 10819.

2 commenti

#1
Utente 446XXX
Utente 446XXX

Forse la cosa peggiore delle festività, aldilà dello stare in famiglia o meno, è proprio questo culto della felicità perpetuato dalla televisione, dalla radio e dalla tradizione in generale, siamo sempre più tristi perché dobbiamo essere costretti all'apparenza.

#2

Sì, c'è questa cultura di marketing del "tutti allegri/felici/assieme", che certamente non sempre purtroppo può essere reale. Una sorta di senso dell'obbligo, un dettame del sociale su "come si dovrebbe stare", che crea un senso di alienazione. Condivido.
Per questo dico che le feste "comandate", già per come sono appunto chiamate, hanno un loro "pericolo".
Esistono già mille gabbie.
Quindi, che sia festa quando lo è dentro, davvero.

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