Giornata mondiale contro violenza sulle donne.

Il blocco nelle donne vittime di violenza: spiegazioni neurobiologiche e implicazioni psicologiche

Non tutte le vittime di violenza reagiscono attivamente o cercano immediatamente aiuto. Alcune donne manifestano un blocco comportamentale, rimanendo immobili o incapaci di rispondere alla minaccia. Analizziamo le basi neurobiologiche di questa reazione, con particolare attenzione al ruolo del sistema nervoso autonomo, dei circuiti limbici e dei meccanismi di difesa adattivi, evidenziando le implicazioni cliniche e psicologiche per la prevenzione e il supporto terapeutico.

La violenza di genere: perché mi blocco?

La violenza di genere rappresenta un grave problema sanitario e sociale, con conseguenze psicologiche e fisiche rilevanti. Tradizionalmente, le reazioni alla minaccia sono state schematizzate come fight, flight, freeze (combatti, fuggi, blocco). Sebbene il combattimento o la fuga siano più visibili e socialmente riconosciuti come “risposte corrette”, il blocco o freeze è una reazione altrettanto comune, ma spesso fraintesa come passività o mancanza di coraggio.

Il ruolo del sistema nervoso autonomo

Il sistema nervoso autonomo (SNA) regola le risposte automatiche di sopravvivenza. In situazioni di violenza o minaccia estrema, il corpo attiva due principali sistemi:

  • Sistema simpatico: responsabile della risposta “combatti o fuggi”, aumenta frequenza cardiaca, pressione sanguigna e prontezza muscolare.
  • Sistema parasimpatico: in particolare la componente dorsale del nervo vago, può attivare una risposta di immobilità o blocco (freeze) quando la minaccia è percepita come ineluttabile o insormontabile.

Questa risposta neurovegetativa è adattiva:

  • riduce il consumo energetico,
  • minimizza movimenti che potrebbero attirare ulteriormente l’aggressore,
  • può ridurre la percezione del dolore.

Dal punto di vista evolutivo, il blocco può aumentare le probabilità di sopravvivenza in contesti di pericolo estremo. Pensiamo al mondo animale, e alle molte specie che hanno imparato a sopravvivere "fingendosi morte". 

Coinvolgimento del sistema limbico e del cervello cognitivo

Il sistema limbico, in particolare l’amigdala, valuta rapidamente il pericolo e attiva segnali di allarme emotivo. Quando l’amigdala percepisce una minaccia intensa, può sovrastare le funzioni corticali superiori, compromettendo la capacità di ragionamento e decisione.

Nei casi di violenza domestica o sessuale, questa attivazione può essere cronica: il cervello impara a percepire la minaccia come inevitabile, rinforzando il freeze e contribuendo a fenomeni di dissociazione o sensazione di distacco dal corpo. La memoria dell’evento traumatico viene codificata spesso come memoria implicita, non facilmente accessibile al ricordo consapevole, rendendo difficile spiegare a sé stessi o agli altri il comportamento di blocco.

Aspetti psicologici e clinici del blocco

Il blocco non indica debolezza o passività, ma una risposta neurobiologicamente adattiva a una minaccia percepita come estrema. Comprendere questo meccanismo è fondamentale per:

  • ridurre la colpevolizzazione della vittima da parte della società o di sé stessa;
  • sviluppare interventi terapeutici mirati, come EMDR, terapia cognitivo-comportamentale o mindfulness, che integrano il lavoro sul corpo e sulla regolazione autonoma;
  • favorire la creazione di contesti sicuri in cui la donna possa elaborare l’esperienza senza attivare nuovamente il freeze.

Studi clinici sottolineano anche il ruolo della regolazione vagale e della respirazione guidata per ripristinare il senso di controllo e ridurre sintomi ansiosi o dissociativi.

Il comportamento di blocco nelle donne vittime di violenza è una risposta neurobiologica adattiva, mediata dall’interazione tra sistema nervoso autonomo, amigdala e corteccia prefrontale. Questo meccanismo contribuisce alla sopravvivenza immediata, ma può avere conseguenze psicologiche a lungo termine se non elaborato in un contesto di supporto.

Riconoscere e comprendere il blocco è essenziale per ridurre stigma e colpevolizzazione, offrire interventi terapeutici efficaci e promuovere il recupero della sicurezza, dell’autonomia e del benessere psicofisico.

Bibliografia 

  1. van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Penguin Books.
  2. Rothschild, B. (2000). The Body Remembers: The Psychophysiology of Trauma and Trauma Treatment. W. W. Norton & Company.
  3. Schauer, M., & Elbert, T. (2010). Dissociation following traumatic stress: Etiology and treatment. Journal of Psychology, 218(2), 109–125.
  4. Porges, S. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-regulation. W. W. Norton & Company.
Data pubblicazione: 29 dicembre 2025

Autore

eleonorariva
Dr.ssa Eleonora Riva Psicologo

Laureata in Psicologia nel 2007 presso Università degli Studi di Padova.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Veneto tesserino n° 14798.

Esperta in benessere organizzativo e gestione dello stress, con formazione avanzata in psicologia, disturbi alimentari e mindfulness. Vanta oltre 15 anni di consulenza aziendale e supporto individuale per ansia, depressione e fasi di cambiamento. Giornalista scientifica con 25 anni di esperienza, unisce competenze comunicative e cliniche per promuovere salute mentale e qualità della vita.

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