Utente 644XXX
Gent.li Dottori,

premettendo che mio padre (di 68 anni) 37 anni fa fu sottoposto a colecistectomia e confezionamento di anastomosi bilio-digestiva, nel dicembre scorso gli e' stato diagnosticato un colangiocarcinoma all'ilo epatico (tumore di Klatskin).
E' stato sottoposto ad intervento chirurgico di epatectomia destra, demolizione della pre-esistente anastomosi e re-confezionamento di anastomosi fra dotto epatico sinistro e l'ansa defunzionalizzata alla Roux preesistente.

L'esame istologico del frammento epatico resecato (peso g 688 e dimensioni pari a cm 19x15x7) parla di infiltrazione epatica di adenocarcinoma (G3) con sclerosi stromale, reperto plurifocale di invasione degli spazi perineurali e con zone di necrosi.
L'esame istologico della "trancia prossimale" parla di vie biliari esenti da infiltrazione carcinomatosa e con alterazioni da elettrocuzione.

I chirurghi ci hanno assicurato che la neoplasia è stata asportata del tutto ma l'oncologo ha ugualmente consigliato un trattamento combinato chemioterapico con gemcitabina e radioterapia.

Visti i disturbi causati dalle prime sedute di chemioterapia, abbiamo ascoltato il parere di un altro oncologo e ci è stato detto che per questo tipo di neoplasia una cura chemioterapica adiuvante è assolutamente inutile e altrettanto inutile sarebbe la radioterapia.

Vorrei pertanto chiedervi, se effettivamente è consigliabile procedere con la chemioterapia e successiva radioterapia, quali sono i rischi di recidiva con e senza una terapia chemioterapica adiuvante e se esistono altre cure anche sperimentali per diminuire il rischio di recidiva.
Non so se mi risponderete ma vi ringrazio fin da ora.
Grazie anche per esservi messi a disposizione degli altri in questo splendido modo.

Luigi

[#1] dopo  
Prof. Filippo Alongi

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Il tumore di Klatskin è un tumore non molto frequente delle vie biliari.
La chirurgia è lo standard, anche se in passato venivano considerati in prima istanza sempre tumori difficilmente approcciabili con l'intervento.
La radioterapia secondo alcuni studi recenti del 2000(olandesi e giapponesi su circa in totale 80 pazienti) aumenterebbe la sopravvivenza in caso di margini di resezione positivi o in caso di resezione parziale. Alcuni ipotizzano un ruolo della RT anche in caso di radicalità chirurgica completa. In assenza di dati rilevanti l'indicazione nel suo caso è opinabile ed a discrezione del gruppo interdisciplinare che segue il caso. Una radioterapia a fasci esterni a dosi di almeno 45-50 Gy non è scevra di effetti collaterali intestinali sul fegato e sull'intestino, comunque di solito accettabili. In ogni caso i campi di trattamento sarebbero difficilmente individuabili(peduncolo epatico/vie linfonodali dell'ilo epatico)anche con metodiche di imaging morfologico molto accurate(mezzo di contrasto in TC addome)
La chemioterapia da sola trova rare indicazioni se il trattamento chirurgico è stato radicale, ed è discutibile sicuramente la sua utilità in caso di malattia localizzata alle vie biliari. Avrebbe un razionale clinico solo se associata alla radioterapia, ma questo ne aumenterebbe notevolmente la tossicità additiva(e superadditiva).
Quindi capisco le perplessità di chi vi ha dato il secondo parere oncologico.
molto cordialmente
Prof. Filippo Alongi
Professore associato di Radioterapia
Direttore Radioterapia Oncologica, Ospedale S.Cuore Don Calabria di Negrar(Verona),