Utente 135XXX
Caro dott ho un problema con mio figlio di 26 mesi, lui e' molto testardo nel senso che va subito fuori di testa per qualsiasi cosa soprattutto se gli togli un gioco o qualsiasi cosa che ha in mano o se gli neghi qualsiasi cosa, o se lo sgridi basta poco che partono urla e pianti interminabili. Quando e' a casa e' piu' calmo gioca con i suoi giochi, a volte mi chiama e giochiamo insieme ma quando siamo fuori o a casa dei miei e' un urugano, forse per attirare l'attenzione ho anche pensato... e' diventato molto geloso delle sue cose e questo atteggiamento lo ha manifestato soprattutto da quando frequenta il nido dove i bambini gli rubano continuamente giocattoli dalla mano. Adesso tutto e' diventato suo ed e' intoccabile anche io che sono la mamma se prendo in braccio altri bimbi si butta a terra e fa "finta" di piangere poi viene da me e dice mia mia!! E' un bambino molto vivace non sta mai fermo e passa da un gioco all'altro molto in fretta, per fortuna dorme con regolarita' e anche nel cibo non mi da problemi il suo linguaggio e' normale dice diverse parole frasi ancora a parte ciao papa null'altro. La sua vivacita' e' molto forte e spiccata soprattutto quando siamo fuori casa. I no sono atti di sfida per lui e piu' dico no piu' lo rifa ancor peggio di prima. Ho provato a mostrarmi indifferente ma in alcune cose non posso esitare come quando sale in piedi sulle sedie o quando si arrabbia e poi prende e butta a terra quello che si trova davanti cuscini giocattoli o altro o quando lo sgrido e' capace di usarmi anche le mani.Anche quando lo cambio e' una sfida perche' fa capricci e devo dargli perforza un giochino per farlo stare buono. La notte quando dorme se non mi vede attaccata a lui non dorme,vuole che io sia li, all'asilo pero' quando vado via non fa problemi. Lui all'asilo fa solo 3 ore e mezza poi e' sempre con me.Volevo chiederle quindi come devo comportarmi secondo lei? In cosa sto sbagliando? E' una fase o rimarra il suo carattere? come posso migliorarlo nel suo comportamento?

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40088

Cancellato nel 2010
Gentile signora,
Le invio la risposta da parte del prof. Franco Panizon;
Lei potrà trovare e scaricare l'articolo completo sull'argomento, sul sito: www.uppa.it( "capricci"-
rivista N°3 del 2007 di "un Pediatra per amico")
Cordiali saluti ( Non sono riuscito a stampare l'articolo completo)

Non c’è ricetta per guardarsi dentro
• SPECIALE C APRICCI • SPECIALE C APRICCI•
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senso, di continuità col futuro, di continuità con la società,
di cellula vivente, è il figlio.
Ma se questo problema dei troppi capricci ce lo abbiamo più
o meno tutti, c’entra qualcosa la società in cui viviamo.
Forse siamo deboli perché noi stessi siamo sempre accontentati
(e sempre insoddisfatti) da un sistema economico e
sociale che anticipa i nostri desideri, che non ci lascia essere
protagonisti, che ci vuol solo vendere, vendere, vendere:
crociere, intrattenimento, attori, partite, coppe, vacanze,
squisitezze, liquori, coca-cola, mutui, prestiti a tasso zero,
condizionatori, telefonini, lavatrici. Ed è questa società che
riproduciamo nella nostra famiglia.
Alla società, come singoli, per correggerla, possiamo
fare ben poco: ma verso la nostra famiglia, verso
il nostro anellino capriccioso che deve crescere,
abbiamo dei doveri, che non sono il dovere
di accontentarlo. E se il nostro anellino ci
dice, coi suoi capricci,
che non siamo adeguati,
dobbiamo saper
guardarci dentro. Facile
da dire; ma non è
come dare una ricetta
di paracetamolo: non
c’è ricetta per guardarsi
dentro. È un richiamo,
una raccomandazione; forse un genitore su dieci sarà capace
di farlo veramente Sarebbe già molto. Ma tutti dovrebbero
almeno provarci.
Lo speciale di questo numero è probabilmente il più importante
tra quelli che UPPA ha offerto ai suoi lettori. Infatti,
la malattia di cui tratta, i capricci, è certamente la malattia
più diffusa tra i bambini di oggi, più di quanto lo siano mai
state la grandi malattie dell’uomo: la tbc, la sifilide, il vaiolo;
e anche le meno grandi: la difterite, il tetano, il morbillo,
la gastroenterite, la polio, la malnutrizione.
Diffusa ma non grave? No, diffusa e grave, diffusa e persistente,
diffusa e caratterizzante moltissimi bambini, moltissime
famiglie, tutta o quasi la nostra società del benessere.
Vorrei cercare di essere serio, di non esagerare, e
vorrei anche tanto che voi lo leggeste, questo speciale, che
può essere un po’ difficile, ma che potrebbe esservi di
aiuto, se ce la mettete tutta.
È scritto chiaramente: non esiste un bambino
che faccia i capricci “da solo”; per fare i capricci
bisogna essere in due. E se uno dei
due, il bambino, fa molti capricci, l’altro
deve domandarsi cos’è che non funziona,
all’interno di se stesso, e nel rapporto
col figlio. I bambini, più e
meglio di noi, sanno
benissimo come devono
rapportarsi all’una
o all’altra delle
persone che compongono la loro piccola
società. Un bambino bilingue, figlio di due genitori di
diversa nazionalità, sa benissimo parlare in italiano (o in greco,
o in portoghese, o in sloveno) al papà e in francese (o
in inglese, in tedesco o in spagnolo) alla mamma. Così è anche
per i capricci: ogni bambino sa benissimo con chi farli,
con l’anello debole. E se fa tanti capricci con tutti e due i genitori,
vuol dire che ci sono due anelli deboli e che, forse, in
quella famiglia c’è qualcosa che funziona male. Ma anche se
l’anello debole è uno solo, potrebbe esserci “qualcosa che
non va”, perché l’anello forte dovrebbe rafforzare quello debole,
e perché i tre anelli, i genitori e l’anellino del figlio, dovrebbero
rinforzarsi a vicenda. Infatti è il bambino che fa
una famiglia. Una coppia può essere perfetta, felice, può non
voler cambiarsi con niente e nessuno, ma non é ancora
una famiglia. Quello che fa la famiglia, quello che le dà un

 panizon@medicoebambino.com
Franco Panizon
Ha diretto la Clinica Pediatrica
dell’Ospedale Infantile di Trieste

[#2]  
40088

Cancellato nel 2010
Le invio l'articolo completo




Quella dei capricci è una questione difficile
e delicata, perché, nel momento
del capriccio, noi genitori sentiamo
l’angoscia e la rabbia nostra che cresce
assieme all’angoscia e alla rabbia del
bambino. Sentiamo la provocazione, la
sfida, ma anche il senso di impotenza:
nostro, sì, però anche suo. E la delusione,
e la pretesa, e lo sconforto: nostri,
ma anche suoi. È facile, allora, che
perdiamo le staffe e assumiamo comportamenti
reattivi (di cui, magari in
tempi successivi, è probabile che ci
pentiremo): o eccessivamente restrittivi,
o eccessivamente permissivi. Atteggiamenti
comunque eccessivi.
È allora importante potersi orientare,
almeno a grosse linee, sia per cercare di
prevenire i capricci, sia per riuscire a
venirne a capo in modi adeguati, una
volta che il capriccio è scoppiato.
I capricci sono fenomeni relazionali.
Troppo spesso viene da considerare il
capriccio come fosse una cosa che riguarda
soltanto il bambino. Con l’aggettivo
“capriccioso”, si è tentati di ridurre
il capriccio addirittura a una caratteristica
personale del bambino. Ma
non esiste nessun bambino che faccia
un capriccio quando si trova da solo.
Perché si strutturi un capriccio, è necessaria
la compresenza del bambino e
di un qualche adulto cui il bambino è e
si sente affidato. I capricci, infatti, sono
fenomeni relazionali. Nascono all’interno
della relazione, si svolgono all’interno
della relazione e mirano (sia pure
malamente) a modificare qualche
cosa di importante nella relazione.
I capricci si svolgono sempre su due
piani. Sembrerebbe impossibile che un
bambino sia davvero angosciato e davvero
furibondo solo perché, per esempio,
al supermercato vuole il gelato e la
mamma non glielo vuole comprare.
Sembra davvero una assoluta insensatezza
che dia tutta quella importanza a
un gelato. Anche per questo il suo capriccio
suscita risposte così irritate e
controaggressive.
Il fatto è che i capricci si svolgono sempre
su due piani: l’uno, quello esplicito,
che coinvolge cose sciocche pressoché
irrilevanti per entrambi i partner relazionali
(come il gelato dell’esempio);
l’altro, quello importante, implicito, di
cui entrambi non sono consapevoli, se
non in modo piuttosto vago. Per di più,
quasi sempre ne è un pochettino più
consapevole il bambino che non il genitore.
Il piano esplicito. Qualsiasi oggetto, o
azione, o evento, o possibilità può essere
il centro attorno al quale si struttura
il piano relazionale esplicito del
capriccio. Da parte dell’adulto, la cosa
per cui viene scatenato il capriccio è
sempre considerata di per se stessa
una sciocchezza: o per la qualità (“Ma
insomma: basta! Non è che un gelato!”),
o per la quantità (“Smettila! Te
l’ho già preso tre volte, oggi!”). Al contrario,
per il bambino la cosa sembra
avere assunto un’importanza assoluta,
quasi fosse questione di vita o di morte.
Il fatto è che, sotto sotto, anche per
il bambino la cosa esplicita non ha un
grande valore di per se stessa. Ha valore,
sì, ma come rappresentante di
quello che si svolge sull’altro piano:
quello importante, quello implicito.
Il piano importante, implicito. Il piano
importante, implicito, quasi mai è
immediatamente evidente, anche se gli
“… Non esiste
nessun bambino
che faccia un
capriccio da solo…”
“Per i bambini che dominano totalmente
la madre o l’intera famiglia, la
vita non è molto divertente ... C’è
poco piacere reciproco e molta irritazione
... Un bambino che vince
con la prepotenza non trova mai
niente di soddisfacente, perché non
gli è dato spontaneamente. Non ci
sono doni, ma solo estorsioni. Magari
si sentirà potente, ma non apprezzato
né amato”. Asha Phillips,
I no che aiutano a crescere
18
Come nascono
i capricci
• SPECIALE C APRICCI • SPECIALE C APRICCI
indizi di esso sono sempre squadernati
lì davanti agli occhi, pronti ad essere
decifrati per chi li sappia cogliere. Il
bambino fa di tutto (malamente, purtroppo
per entrambi) per far cogliere
all’adulto questi indizi, però senza quasi
mai riuscirci, soprattutto a causa dei
modi rabbiosi, rivendicativi, irritanti
messi in atto.
Quello che si gioca sul piano importante,
implicito, può riguardare molti
aspetti della vita mentale e relazionale
del bambino, della vita mentale e relazionale
dei genitori, e - direttamente -
della relazione tra il bambino e l’adulto
cui egli si trova affidato (che non è detto
debba necessariamente essere uno o
entrambi i genitori). I più frequenti
aspetti in gioco (visti dalla parte del
bambino) sono i seguenti:
a) “Ho bisogno di un segno concreto
del tuo amore per me, perché non sono
sicuro che tu (in questo momento, o
in questo periodo, o in ogni momento)
mi ami”.
Questo bisogno di rassicurazione sull’essere
amato può dipendere da moltissime
circostanze. Potrebbe essere
che il genitore in quel periodo è davvero
distratto da preoccupazioni e problemi
“da grandi”, che lo allontanano
mentalmente e magari anche fisica-
“… Il vero motivo del
capriccio non è quasi
mai evidente…”
mente dal bambino (questioni di lavoro,
disgrazie, difficoltà economiche, difficoltà
relazionali col partner amoroso,
studio, attesa di una promozione, forte
interesse per qualche cosa, ecc.).
Può essere che il bambino dubiti dell’amore
dei genitori per lui, perché è
in arrivo (o è già arrivato) un fratellino
o una sorellina. “Che bisogno avevano
di farne un altro? Forse li ho delusi”.
Il bambino potrebbe essere angosciato
perché ha sentito che mamma e papà
intendono separarsi, o ha visto che
realmente si sono separati. “Se si separa
da papà, magari questa qui si separa
anche da me, e io resto tutto solo”.
Ma ci possono essere altre motivazioni,
quali il sentirsi in colpa verso l’adulto:
“Ho bisogno di essere rassicurato che la
mia colpa non ha fatto venir meno il
tuo amore per me”. Oppure: “Mi sento
trascurato su qualche cosa di importante
per me, per cui ho bisogno di un
gesto concreto che mi testimoni che
mi vuoi bene”; “Sento te come distratto,
addolorato, depresso, preoccupato,
fragile, bisognoso, confuso, entusiasta
per qualcosa d’altro, ecc., per cui temo
(o percepisco) di avere perduto il
tuo amore, e cerco una rassicurazione.
Ho bisogno di mettere te alla prova”.
b) “Ho bisogno di sapere quanto potere
ho io, sia in assoluto sia nella relazione
con te”.
Il potere è quella funzione relazionale
che fa sì che un’altra persona faccia
qualche cosa che altrimenti non farebbe.
“Ho bisogno di mettere me alla prova”.
Posso anche avere bisogno di verificare
quanto tu accetti che anche io
possa avere un po’ di potere su di te, e
non solo tu su di me. Posso, infatti, essere
angosciato sia se ho troppo potere
sia se ne ho troppo poco. Ho bisogno di
verificare quanto potere ho, da un lato
per non sentirmi in balia soltanto di me
stesso (cioè: non affidato a nessuno), e
dall’altro lato per non sentirmi schiacciato
dalla prepotenza degli altri, te
compreso.
Percepire di avere un effettivo potere è
spesso una scorciatoia per riuscire a
“Quando i genitori insegnano al proprio
figlio a ubbidire alle regole perché
queste sono giuste e non perché
essi hanno più potere di lui, preparano
il bambino a rispettare la legge
negli anni a venire, quando i genitori
non saranno sempre così potenti”.
T. Berry Brazelton e Joshua
D. Sparrow, Il tuo bambino e la disciplina.
Una guida autorevole per porre limiti
a vostro figlio
19
• SPECIALE C APRICCI • SPECIALE C APRICCI •
bino, senza gran che di esperienza di vita.
Sarà, allora, una specie di caricatura
di “forza” e di “sicurezza”. Tenderà,
così, ad assumere atteggiamenti dispotici,
dittatoriali, che rischiano addirittura
di intimidire l’adulto insicuro, soprattutto
se si sente per qualunque
motivo colpevolizzato verso il bambino
medesimo.
e) “Ho bisogno di sapere che non sono
solo affidato a te, ma che ho anche un
certo grado di autonomia da te”.
Fin dall’epoca dell’allattamento il bambino
ha, sì, bisogno di affidarsi e di dipendere
dalla mamma, ma ha anche bisogno
di sentire riconosciuto un certo
grado (all’inizio piccolissimo) di autonomia
(nel ritmo e nella durata della suzione,
per esempio).
Quando un bambino sente preclusa
ogni possibilità di riconoscimento delle
sue proprie competenze e del suo proprio
realistico grado di autonomia, è
possibile che, prima di disperarsi del
tutto, cerchi di “forzare” l’adulto con
dei capricci. Il guaio è che, di solito, in
tal modo ottiene il risultato opposto: si
fa percepire, infatti, come troppo piccolo,
inaffidabile, “capriccioso”, da tenere
ancor più sotto tutela.
f) “Ho bisogno di percepire me come
soggetto della mia vita e ti segnalo la necessità
che tu te ne accorga e che mi riconosca
in questo mio bisogno”.
Per il benessere psichico e relazionale,
un elemento di base indispensabile è
avere la possibilità di sentirsi, di essere,
e di essere riconosciuto dagli altri come
soggetto della propria vita e della propria
esperienza. Il bambino ha bisogno
che sia sistematicamente riconosciuto
dagli adulti che si occupano di lui il valore
del suo sentire, del suo pensare,
del suo desiderare e del suo volere.
Questo non vuol dire che gli si debba
dare il potere su tutto e su tutti, o che
si debba sottomettersi al suo pensiero o
al suo sentire, o che ogni suo desiderio
debba essere legge. Quello che lui sente,
pensa, desidera e vuole è importante,
se ne tiene conto, ma deve inserirsi
nel mondo complessivo guidato dagli
percepire se stesso come soggetto della
propria vita e della propria esperienza
nella propria rete relazionale, e non
come sottomesso. Certi atteggiamenti
realmente prepotenti, realmente “sadici”,
nascono dall’incapacità di soddisfare
in altri modi il fondamentale bisogno
di sentirsi riconosciuto come
soggetto.
c) “Ti segnalo che non stai gestendo
adeguatamente il tuo potere con me,
mentre io ho bisogno che tu lo eserciti
adeguatamente, in modo più chiaro,
coerente ed esplicito, così che io possa
orientarmi meglio e trovare così sicurezza”.
In questo caso, col capriccio il
bambino provoca l’adulto, per poter
avere la percezione di essere importante
per lui. Gli segnala che ha bisogno
che nelle interazioni con lui vengano
attivate funzioni “paterne”, benevoli
ma ferme, che sanciscano i limiti e le regole.
Ha bisogno, in sostanza, che l’adulto
gli dica “No”, con fermezza e con
chiarezza.
Spesso, quella di ricevere regole ben
definite e vincolanti è un’esigenza di
percepire attorno a sé un mondo in cui
ci si possa muovere con una sufficiente
sicurezza, come potrebbe essere per
noi adulti l’esigenza che si installino dei
chiari ed univoci segnali stradali nel
traffico convulso. La fermezza, la coerenza
e la sensatezza nel porre le regole
fanno parte dell’amorevolezza. E il
bambino lo sente.
d) “Ho bisogno di sapere se la persona
cui sono affidato è sufficientemente
stabile e forte”.
Poche cose sono così angoscianti per
un bambino come il constatare che l’adulto
cui è affidato è una specie di fragile
marionetta in suo potere. L’insicurezza
devastante che ne deriva talvolta
viene dal bambino affrontata assumendo
lui la parte di quello “forte”, che impone
il proprio volere. Ma, inevitabilmente,
lo farà come può farlo un bam-
“… Poche cose sono
angoscianti come
constatare che
l’adulto è una fragile
marionetta…”
• SPECIALE C APRICCI • SPECIALE C APRICCI
“Quando un bambino è travolto da un impeto d’ira, sente di non riuscire a controllarsi.
Il fatto di essere bloccato con fermezza viene interpretato come un segno
che ci si preoccupa per lui e che, per il suo bene, si è pronti ad affrontare la sua
collera”. Asha Phillips, I no che aiutano a crescere
rapporto sul piano relazionale importante,
che così rimane implicito: si fermano
(quasi) sempre al solo piano di
superficie, che, come entrambi più o
meno chiaramente sanno, è pretestuoso.
Questo ingenera frustrazione e rabbia
in entrambi, sia nel mentre che si
svolge la relazione del capriccio sia dopo,
quando il capriccio è stato accantonato.
Quasi mai il capriccio viene superato.
Per fare questo, è indispensabile che
sia individuato il piano importante implicito
e che le interazioni proseguano
su quel piano, abbandonando quello
pretestuoso di superficie. Anziché risolto
o superato, quasi sempre il capriccio
viene accantonato, perché le interazioni
permangono fino alla fine dell’episodio
solo sul di per se stesso irrilevante
piano pretestuoso, e lasciano
immodificata ogni cosa sul piano importante,
implicito.
L’uscita dall’episodio relazionale del capriccio,
infatti, quasi sempre avviene
quando uno dei due “cede”, “dandola
vinta” all’altro sul piano pretestuoso,
cosa che risulta frustrante per entrambi
i partner relazionali, e che lascia in
entrambi uno strascico di rancore e livore.
Entrambi si sentiranno cattivi, e
quindi in colpa: sia il “vincitore” sia il
“vinto”, comunque siano andate a finire
le cose.
La rabbia. La rabbia che investe i partner
relazionali durante l’episodio “capriccio”
ha molte motivazioni, la principale
delle quali è il senso di impotenza
legato al fatto che si percepisce che
ci si sta occupando di una stupidaggine,
mentre il vissuto è quello di chi sta
adulti, in cui le leggi le stabiliscono i
grandi. Per il bambino, come del resto
per tutti noi, è più importante sentirsi
riconosciuto come soggetto desiderante,
piuttosto che non ottenere la cosa
desiderata. Si può riconoscere che, sì, il
gelato è una gran bella cosa (anche se
i dietisti, giustamente, non sono affatto
d’accordo...), ma che questa volta non
lo si compera.
Ricapitolando e precisando: gli ambiti
in cui si muovono le interazioni sul
piano relazionale importante, implicito,
del capriccio sono, dunque: l’amore;
il potere mio; il potere tuo; la forza, la
stabilità e la chiarezza; l’essere affidato
e l’essere emancipato; la soggettività.
Comunque sia, tanto sul piano relazionale
esplicito di superficie, quanto su
quello implicito, nell’attivarsi di un capriccio
avvengono delle interazioni che
è possibile riconoscere e che è necessario
gestire in quanto tali su tutti e
due i piani. Il bambino, nel momento in
cui chiede qualche cosa attraverso un
capriccio, immette sui due piani della
relazione almeno quattro elementi: 1) il
desiderio di superficie (per esempio: il
famoso gelato), collegato con il bisogno
profondo (per esempio: la rassicurazione
sull’essere amato, o la chiarezza
del rapporto di potere); 2) l’aspettativa
deludente e angosciante che il
desiderio di superficie non verrà soddisfatto
e che il bisogno profondo verrà
misconosciuto; 3) l’espressione rabbiosa
e la protesta contro questa prevista
frustrazione; 4) la spinta per costringere
l’interlocutore a modificare il proprio
atteggiamento.
È ben comprensibile, allora, che l’adulto,
che si sente investito dalla turbolenza
di queste “onde” relazionali (angosciate,
accusatorie, pretestuose, rabbiose),
possa perdere l’orientamento e
annaspare.
Si resta spesso fissi sul piano di superficie.
Per come si presenta il fenomeno
“capriccio”, quasi mai i due che vi
si trovano coinvolti (bambino e adulto)
arrivano a cogliere e a “negoziare” il
“…. Il bambino ha
bisogno che sia
riconosciuto dagli
adulti il valore del suo
sentire …”
• SPECIALE C APRICCI • SPECIALE C APRICCI •
21
“Subito dopo la crisi di collera, durante
la quale si è gettato a terra, il bambino
avrà bisogno della protezione forte e
rassicurante di braccia amorevoli ... Ma
nel bel mezzo di una crisi di collera, le
coccole non servono. Il bambino è spaventato
dalla propria perdita di controllo.
Forse è per questo motivo che
in alcuni casi fa le bizze ripetutamente,
finché non impara a controllarsi” T.
Berry Brazelton e Joshua D. Sparrow,
Il tuo bambino e l’aggressività
trattando qualche cosa di vitale. È
principalmente l’equivoco che fa arrabbiare,
il sentirsi non capiti, non considerati
e, soprattutto, contraddetti su
qualcosa di importante che viene misconosciuto.
E che permane misconosciuto,
anche quando uno dei due la
spunta. In ogni caso i due restano rabbiosi,
anche quello che viene accontentato,
sia esso il genitore o sia il
bambino.
Pubblicità televisiva e capricci. La
pubblicità televisiva, nella quale sono
quotidianamente immersi i nostri bambini
(come del resto noi genitori), favorisce
gli equivoci fra oggettino posseduto
e realizzazione di sé, fra oggettino
donato e relazione di amore.
Essa è, quindi, un potente terreno preparatorio
per l’instaurarsi della relazionalità
“capriccio”, che, per l’appunto,
è strutturata sulla sostituzione di
un piano profondo importante con un
effimero piano superficiale concreto.
Attenzione: non tutto è “capriccio”.
Ci sono espressioni eclatanti di angoscia
disperata che non sono “capricci”
e che sarebbe deleterio considerare tali.
In esse, è differente la struttura relazionale:
manca il livello superficiale
esplicito concreto (come il gelato dell’esempio
ricorrente).
Il bambino, per esempio, si rotola per
terra, gridando disperato che a scuola
non ci vuole andare. È visibilmente angosciato,
ma sembra non sapere o non
osare dire perché. Al bambino viene
da imboccare la strada di questo tipo di
attivazione relazionale così clamorosa
(anziché le usuali modalità comunicative)
quando sente o pensa di non poter
trovare ascolto o aiuto per ciò che lo
angoscia oltre misura. Può essere che si
vergogni o che si senta in colpa a mostrare
ai genitori la propria angoscia e
la situazione che la genera, e che dia
per scontato che o non verrà creduto,
o verrà disprezzato, o verrà sgridato e
punito.
L’angoscia può essere innescata dalla
paura per un pericolo reale (Per esempio:
“Ci sono dei grandi che mi minacciano”),
o per la previsione di una intollerabile
umiliazione (“Dovrò cantare
davanti a tutti, e non sono capace”).
Queste comunicazioni disperate devono
essere prese molto sul serio, facendo
sentire al bambino che si ha una genuina
intenzione di capirlo e di aiutarlo,
e che si sta dalla sua parte. Bisognerà
cercare di comprendere che cosa
lo angoscia e perché, aiutandolo poi
ad affrontare la situazione in modi realistici
ed efficaci, magari inventando
insieme opportune “strategie”. Spesso,
già il solo percepire di essere stato
preso davvero sul serio costituisce un
valido aiuto, che facilita in lui il reperimento
e l’attivazione di proprie adeguate
risorse.
Dr. Paolo Roncato Neuropsichiatra infantile -Docente associato