Utente 176XXX
Buongiorno, mio figlio di quasi 3 anni e mezzo presenta, come per altro anche tanti altri bimbi della sua età, delle difficoltà nel dire certe lettere e sillabe. Per alcuni di questi difetti non mi preoccupo, tipo la mancanza della R o dei gruppi di consonanti tipo STR. Quello che invece mi crea inquietudine, e che sta iniziando a creare al bimbo delle difficoltà nel farsi capire, è la mancanza dei suoni gutturali. In pratica invece della C (di Casa) lui dice T (Tasa) e invece di Gatto dice Datto. E mai una volta che le abbia pronunciate la C e la G come suoni duri. Naturalmente frequenta l'asilo, e con gioia.Con il bilancio di salute dalla pediatra per i 3 anni, mi è stato detto di aspettare i 4 anni per valutazione del linguaggio... però mi chiedevo se nel frattempo non ci fossero dei particolari esercizi che io come mamma posso fargli fare nel frattempo visto che il semplice far ripetere e ripetere io con lui non da nessun risultato. Inoltre mi chiedevo se, nella Vostra esperienza Vi fosse già capitato un caso simile, perchè nella mia cerchia di conoscenze non ho riscontro. Spero di essermi espressa (da profana) in modo corretto, Vi ringrazio in anticipo, Cordiali saluti.

[#1] dopo  
Dr. Gianmaria Benedetti

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I disturbi di pronuncia, come Lei osserva, sono piuttosto frequenti e spesso migliorano nel tempo fino a scomparire, indipendentemente dalle consonanti interessate.
Se non sono presenti anche anomalie anatomiche, disturbi di sviluppo (motorio o psicorelazionale), di comportamento, difficoltà di costruzione della frase, ecc si tratta solitamente solo di dislalie da maturazione più lenta delle abilità fonatorie, che a volte si accompagnano anche a un'immaturità motoria generale.
Se persistono è indicato un breve intervento logopedico, che io preferisco rimandare all'età di 6 anni...

La cosa migliore che possono fare i genitori e familiari è di non sottolineare la cosa, ma di ascoltare e comunicare col bambino nel modo più naturale, limitandosi a pronunciare le parole nella maniera giusta, senza 'correggere' ossessivamente il bambino, nè richiedergli 'prestazioni' ...

Il campo del linguaggio e apprendimento è attualmente piuttosto controverso.
Da una parte si considera che la maturazione delle funzioni linguistiche e fonatorie può avere variazioni dalla norma non di significato patologico, per cui molti bambini si discostano dai tempi della media e l'indicazione data è di seguire lo sviluppo senza interventi diretti sul bambino ma curando che le stimolazioni comunicative e linguiistiche ambientali siano adeguate.
Dall'altra si ipotizzano malattie e anomalie specifiche (Disprassia, Disturbi Specifici del Linguaggio, ecc) e si indicano interventi abilitativi diretti sul bambino, il tutto in assenza di qualsiasi riscontro medico specifico, ma solo sulla base di test che misurano le varie 'anomalie' stabilendo un limite artificioso, statistico, fra normalità e 'malattia'.

Lo stesso vale d'altronde per le situazioni con lesioni cerebrali documentate (trisomia XXI, paralisi cerebrali infantile, ecc): da una parte si tende a favorire l'evoluzione naturale ai ritmi del singolo bambino, curando più gli aspetti ambientali e riducendo gli eventuali ostacoli, dall'altra si propugnano interventi diretti di stimolazione del bambino, con notevole dispendio di energie e risorse varie, a fronte della possibile inutilità di tali interventi, se non talora di possibili effetti collaterali negativi sullo sviluppo globale.

Per i genitori può essere difficile orientarsi fra indicazioni contrastanti, e talora le comprensibili ansie possono far preferire di 'fare qualcosa' rispetto al 'non fare nulla', come viene inteso spesso il non intervenire sul bambino bensì sugli aspetti ambientali.
Cordialmente
Dr. Gianmaria Benedetti

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