Utente
Gentili medici,

Mi servo ancora una volta di questo prezioso servizio che offrite.

Come scrivevo nel consulto precedente assumo Daparox da circa metà agosto, ho iniziato alla dose di 20 mg al giorno, dopodiché alla seconda visita di controllo a 6 settimane da inizio cura, lo psichiatra ha aumentato il dosaggio giornaliero, arrivando a 30 mg al giorno. La diagnosi è disturbo ansioso depressivo, avrei una depressione che è secondaria ad alcuni disturbi d’ansia (doc, fobia sociale).

Allo stato attuale mi sento meglio, mi è rimasto però un problema: non riesco a concentrarmi nello studio.
Prima del farmaco stavo facendo la tesi, stavo sul mio lavoro tutti i giorni ma non riuscivo mai ad arrivare al dunque, avevo una vera e propria fobia nel contattare il relatore e mostrargli i miei lavori e le poche volte che prendevo un appuntamento con lui ero talmente tesa che non riuscivo quasi a formulare una frase di senso compiuto, avevo paura che le assistenti ridessero del mio lavoro, ecc.
Ora da quel punto di vista riesco ad andare all’università e sono anche più tranquilla quando mi relaziono al docente e alle persone in generale, però fatico ad organizzare lo studio.
Mi trovo a perdere tantissimo tempo, a causa di comportamenti compulsivi del tipo che sento la necessità irrefrenabile di dormire, oppure accendo internet per starci cinque minuti e ci sto delle ore, sento spesso il bisogno di fare delle pause per fumare una sigaretta o per prendere un caffè, oppure mi distruggo la pelle allo scopo di eliminare delle imperfezioni ma il risultato è che alla fine la pelle è molto più rovinata di prima e io ho perso solo del tempo. Provo anche a cercare dei modi per tenere lontane queste distrazioni, ma una maniera per cascarci la trova quasi sempre.
È come se volessi costantemente auto-sabotarmi, e io purtroppo davanti a questo sabotatore interno mi sento debole, sono più debole di lui.

Rispetto a quando ho scritto il consulto precedente, in cui lamentavo uno stato di rimuginazione continua, dopo l’aumento del farmaco mi sento meglio da quel punto di vista, ma il sabotatore, per continuare la metafora, ha trovato un modo diverso di agire, cercando qualcosa di nuovo per farmi evadere.

Ma arrivo al dunque. Sono passate circa 4 settimane (saranno 4 esatte tra 2 gg.) dall’aumento di Daparox e secondo gli accordi presi con lo psichiatra il prossimo colloquio sarebbe tra 2 settimane (dopo 6 settimane quindi dall’aumento di dosaggio).
A dicembre devo assolutamente laurearmi, non posso più rimandare. Novembre per me è un mese importantissimo e devo essere il più produttivo possibile.

La domanda è: ha senso secondo voi se chiedo allo psichiatra di anticipare la visita ad adesso, per discutere insieme sul da farsi?
Se fosse un altro momento della mia vita aspetterei altre 2 settimane, ma vista la situazione forse val la pena mettere le mani avanti.

Vi ringrazio in anticipo, cordiali saluti.

[#1]  
Dr. Alex Aleksey Gukov

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Gentile utente,
Lei scrive:
" Se chiedo allo psichiatra di anticipare la visita ad adesso, per discutere insieme sul da farsi? "

- Sì, ha senso. Il problema non è solo nell'approccio farmacologico (vedi in seguito), ma per quanto riguarda l'aspetto farmacologico, nei disturbi d'ansia tipo ossessivo possono essere spesso più adatte le dosi maggiori del daparox (paroxetina).

" A dicembre devo assolutamente laurearmi, non posso più rimandare. Novembre per me è un mese importantissimo e devo essere il più produttivo possibile."

- Lei è chiara, ma non si può contare solo su farmacoterapia. Anzitutto, i farmaci antidepressivi non fanno effetto pronto e completamente prevedibile, ma hanno i tempi di latenza d'effetto completo, che possono essere un mese, ma in alcuni casi anche di più, e non tutte le persone sono ugualmente sensibili allo stesso farmaco. Esistono però anche le altre categorie dei farmaci da considerare in abbinamento, che sono gli ansiolitici e alcuni nootropi, che avrebbero senz'altro un ruolo sintomatico e non radicale, ma sembra che è proprio quello che Lei chiedere ora. Invece l'antidepressivo fa parte del contemporaneo approccio più di fondo, il quale non bisogna investire delle aspettative del momento. In altre parole, dubito che Lei possa guarire dalla Sua malattia proprio quando c'è bisogno di stare bene e nei tempi che stabilisce il programma di laurea..., piuttosto si tratta di coprire i sintomi, soprattutto adesso, in questi mesi, e potete provare a valutare un approccio farmacologico, che preveda non solo l'aumento della dose dell'antidepressivo.

Ma ho quasi dimenticato ad aggiungere anche un'altra mi riflessione importante:

può trattarsi non solo della "malattia", ma anche di certe altre dinamiche. La situazione dello studio, della preparazione per la tesi non è una situazione qualsiasi, ma con certi suoi significati emotivi (in analogia con gli altri momenti importanti nella vita, come, ad esempio, il matrimonio, o la gravidanza, e, per qualcuno, anche il trasloco..). Si può paragonare la Sua laurea con una gravidanza.. , carica di aspettative, delle sollecitazioni anche emotive, che una persona, ad un certo livello, può anche stentare ad accettare o di combattere.. E' normale che in tale periodo la persona stia completamente bene ? - No. Mentre è piuttosto normale che uno sia sotto stress, e trova un modo per combattere. Invece, solo aspettare l'effetto delle cure vuol dire sottrarsi a certe responsabilità.

Poi,... durante tali periodi uno può aver bisogno anche delle pause, trova un proprio stil individuale per affrontare il compito. Non è detto che il successo richiede di stare sul compito tutto il tempo disponibile. La metodicità, la regolarità dello studio possono contare di più rispetto al fattore della quantità delle ore trascorse sul materiale. Alcune persone funzionano meglio, se forzano la loro concentrazione per periodi brevi, ma regolarmente e più volte al giorno.
Dr. Alex Aleksey Gukov


[#2] dopo  
Utente
Gentile dott. Gukov,
grazie della risposta e dell’analisi dettagliata. Ha toccato temi importanti e un po’ spinosi per me, il discorso della responsabilità mi smuove sempre un certo senso di colpa… perché so che non sto facendo bene il mio dovere (di studente, di figlia, eccetera eccetera).

Da quando prendo farmaci ho cominciato a pensare che ci sia un confine sottile tra ciò che un paziente può/deve fare attivamente per affrontare i suoi disturbi (ed è poi ciò che viene insegnato in psicoterapia, e ne ho fatta tanta prima di decidere di ricorrere ai farmaci) e ciò che invece possono/debbono fare i farmaci. Credo anche che ci siano altre cose che non possono fare né i farmaci né il paziente stesso, il quale può solo accettare questo fatto, i propri limiti, e che poi a ben pensarci richiede comunque un ruolo attivo da parte del paziente, l’accettazione, che forse è anche la parte più difficile.
Io, come tutti gli altri, devo tracciare questo confine immaginario e percorrerlo, tenendo presente che non è un percorso lineare ma cambia da momento a momento.
A volte ci può trovare in difficoltà nel capire dove stia questo confine, e quindi quale strada seguire, ed era questo il motivo del consulto e della volontà di anticipare il colloquio con lo psichiatra: capire appunto cosa posso fare io e cosa può fare il farmaco per aiutarmi. Non sto chiedendo alla Paroxetina di farmi la tesi (sarebbe bello però!).
Grazie comunque, mi ha chiarito un po’ le idee. Penso di poter resistere anche se non vedrò lo psichiatra a breve.
Saluti