Problemi con famiglia di lui

Gentilissimi, in sintesi: dopo 15 anni di invadenza, interferenza (e umiliazioni) da parte della famiglia del mio compagno, ci siamo finalmente trasferiti a quasi 1000 km di distanza.
Pensavo sarebbe iniziata per noi una nuova fase e invece, nemmeno il tempo di mettere a posto le valigie, mia cognata ha cominciato a inviare cv proprio qui, nel nostro paesino, per trovare lavoro.
Non avendo trovato lavoro (sarebbe stato il primo a 45 anni!) ha cominciato ad autoinvitarsi per delle brevi vacanze, finchè un giorno ha pensato bene, mentre assistevo mia madre nella nostra città natale, di venire qui e restarci 10 giorni.
Chiavi alla mano, entrava ed usciva di casa, cucinava, si riposava, guardava la TV: una vera padrona di casa!
Questa "ragazza" pare soffra di un dolore cronico per il quale continua a fare visite in ogni dove.
Rinuncia a lavori che altri le trovano per i motivi più disparati, si alza tardi al mattino, non vuole riprendere a studiare e si lamenta se e quando contribuisce semplicemente e minimamente alle pulizie.
Sua madre sostiene la narrazione secondo la quale la povera ragazza sarebbe "sfortunata" con uomini, amici e lavori.
In 20 anni non ha mai avuto un compagno, un lavoro e degli amici.
So invece che entrambe si sono comportate in maniera maleducata e aggressiva con una moltitudine di persone, tra cui. . . me.
Ho subito tante umiliazioni da queste due donne complici, col padre che fingeva di non vedere, e il mio compagno che all'epoca era incapace (o non voleva?) reagire e difendermi.
Ora che la madre sta male, mi sorbisco periodicamente il racconto di questa madre che fortunatamente ha una figlia che l'accudisce e che per questo non si sarebbe mai "sistemata" (ma la madre ha cominciato ad avere problemi solo due anni fa!), mentre io e il mio compagno possiamo goderci la vita grazie al sacrificio di quella povera "ragazza".
Tutti sanno come stanno le cose: parenti e amici hanno avuto con loro pessime esperienze, a me sin dal primo giorno è stata fatta una vera guerra, il loro sembra una sorta di clan impenetrabile e continuano i sogni di gloria di madre e figlia che vogliono per la figlia stessa una matrimonio da favola, un lavoro importante, un trattamento esclusivo.
Nonostante tutti i miglioramenti da parte del mio compagno, che percepisco come il membro sano di questo famiglia, continuo a provare molto rancore per lui, con riguardo ai numerosi episodi del passato, ma soprattutto vivo nel timore che prima o poi questa cognata diventi parte di un menage a trois in cui il mio compagno potrebbe essere costretto ad una sorta di bigamia.
Lui continua a rassicurarmi dicendo che non accadrà e proteggerà la nostra relazione, ma ho paura che i sensi di colpa (abbondantemente e quotidianamente innaffiati dalla famiglia) lo facciano cedere.
Lui mi chiede occasioni di dimostrargli coerenza.
Io con la famiglia abbozzo cordialità e risposte neutre, ma vorrei tanto urlare che quella "ragazza sfortunata e maltrattata dagli altri" è solo malvagia.
Dr. Valerio Bruno Psicologo 40 1
Gentilissima,

la situazione è molto spinosa. Di rado, allontanarsi fisicamente da un contesto disfunzionale, basta a concludere dinamiche lasciate irrisolte.
Comprendo bene il rancore da lei avvertito verso il suo compagno il quale, ai suoi occhi, non è riuscito a prendere le distanze dalla sua famiglia d'origine. Quando vi sono di mezzo famiglie invadenti, come sembra essere quella del suo compagno, diventa ancora più complicato perché ci si sente in balìa degli eventi. Ma lei può e deve uscirne evitando che la cosa degeneri parlando apertamente con il suo compagno mettendovi a tavolino. Non deve interrompere i rapporti ma deve finalmente stabilire quei confini che non ha prestabilito. Così il vostro rapporto di coppia non verrà inghiottito. Il suo compagno, in aggiunta, potrebbe tentare di convincere sua cognata ad iniziare un percorso psicologico con un professionista di fiducia che, successivamente, stabilirà l'approccio più adeguato per fornire il supporto migliore per lei.

Ci aggiorni pure, se lo desidera.

Un cordiale saluto,

Dr. Valerio Bruno

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Grazie! Ho parlato con lui chiaramente e, dopo anni e anni, ho finalmente trovato il coraggio (e la sanità mentale) di segnare confini invalicabili, arrivando (finalmente!) a dargli persino degli ultimatum. Lui riconosce la gravità di ciò che ho subito e da tempo mi ringrazia per avergli mostrato com'è bello vivere da uomo fiero, da marito... e non da figlio incapace, considerato dalla madre un pezzo di scacchi da muovere a piacimento. Lui da qualche tempo riesce a vedere l'egoismo di sua madre e le complici disfunzioni di padre e sorella. Quelle poche volte in cui si è accennato ad un supporto psicologico per la sorella siamo stati aggrediti: "Come? Tua sorella è solo nata sfortunata e, nonostante questo, è l'unica che si prende cura di noi!" (ma in realtà le pulizie le fanno i genitori 80enni). Come se ne esce? Si può costringere una persona al cambiamento? Ci proviamo da 20 anni e finora abbiamo ricevuto solo insulti. È giusto lasciar andare queste persone? Il mio compagno sarà capace di lasciare la sorella al suo destino? Pensavo fossero persone disfunzionali, io invece ormai ci vedo cattiveria e malafede. Se una figlia rinuncia ad un lavoro perché "iiiio sono laureata!!!" e una madre si oppone ad un aspirante partner perché non è "abbastanza per lei, per noi"... non vale il detto "Chi è causa del suo mal pianga se stesso"? Non mi sento crudele perché ho deciso di chiudere la mia porta a queste persone... ma vivo nel timore che lui possa riaprirla. C'è possibilità di vivere serenamente nonostante questo contorno disastroso? Io ho solo paura che sia psicologicamente impossibile per un figlio 50enne segnare un confine invalicabile con tale famiglia. Esistono casi simili a lieto fine? Mi permetto di fare un'ultima domanda: in casi come questi è giusto mettere una famiglia difronte alla realtà o è consigliabile continuare a "stare al gioco"? Tutti assecondano la narrazione di "figlia sfortunata", nessuno replica, ma in privato tutti mormorano e, quando possono, prendono le distanze.
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Dr. Valerio Bruno Psicologo 40 1
Gentilissima,

si figuri! Sua cognata, come lei ha fatto ben notare, ha 45 anni. A quell'età, a meno di gravi disabilità intellettive diagnosticate, una persona è perfettamente cosciente di chi è, di cosa può fare e di badare a sé stessa. Mettere la famiglia di lui con le spalle al muro non so quanto potrà migliorare le cose. Non si può costringere una persona, a meno di casi molto gravi e pericolosi, assolutamente non sembra affatto essere causa di sua cognata, ad iniziare un percorso psicologico.
Mi sembra di aver compreso che suo marito ha comunque preso le distanze da loro e deve proseguire su questa strada per non intaccare anche la vostra relazione. Sì, è possibile vivere con serenità nonostante il contorno complicato. E l'unico modo per farlo è prendere atto e ricordarvi che voi due costituite un nucleo a sé stante, che non deve essere condizionato in alcun modo dal loro. Vivere con il timore che il suo compagno possa riaprire una porta, non serve a niente.

Stia tranquilla.

Un cordiale e affettuoso saluto,

Dr. Valerio Bruno

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