Ricercatori dell'Università di Salerno (M. Picillo et Al.) hanno pubblicato, il 2 Luglio 2019, un interessante lavoro (The PRIAMO study: active sexual life is associated with better motor and non-motor outcomes in men with early Parkinson's Disease) su European Journal of Neurology i cui risultati evidenziano che nei primi stadi della malattia di Parkinson (PD) la progressione dei disturbi motori e non motori nell'uomo è più lenta se il soggetto si mantiene sessualmente attivo.

E' noto come l'attività sessuale sia un processo complesso che richiede l'integrazione coordinata di molteplici funzioni di carattere motorio, sensitivo, vegetativo e psichico che chiamano in gioco un corretto funzionamento del sistema nervoso, dell'apparato vascolare ed endocrino nonchè di un sano stato emozionale, il che spiega, in sostanza, l'impatto negativo delle malattie croniche sulla funzione sessuale.

Nel paziente affetto da PD, la performance sessuale è compromessa ma questa funzione è spesso sottovalutata nell’esame clinico dei sintomi non-motori (NMS) e della qualità della vita (HR-QoL) sebbene studi precedenti abbiano particolarmente attestato un decorso peggiore nel parkinsoniano affetto da disfunzione erettile. Ciò induce, pertanto, a considerare proattivamente questo aspetto, coesistendo la disponibilità di efficaci terapie farmacologiche e comportamentali per i problemi sessuali.

parkinson

Nell’intento di esplorare come l’attività sessuale influenzi il decorso della malattia di Parkinson, i Ricercatori hanno selezionato dai 1142 pazienti arruolati nello studio PRIAMO una coorte di 355 (238 uomini e 117 donne) con PD allo stadio ≤ 2 Hoehn e Yahr (H&Y) e li hanno sottoposti ad uno studio longitudinale prospettico per 24 mesi, costituito da due visite di follow-up, la prima a 12 (±4) mesi dopo la visita di baseline all’ingresso e l’altra a 9-16 mesi dopo quella di follow-up.

I soggetti sono stati sottoposti a questionari per accertare se fossero stati sessualmente attivi nei 12 mesi precedenti l’ingresso nello studio. A coloro che avevano risposto positivamente, veniva richiesto se fosse insorto qualche specifico problema nell’ultimo mese, del tipo di riduzione della libido, impotenza totale, disfunzione erettile o incapacità a raggiungere l’orgasmo. Attraverso scale validate specifiche (UPDRS-III, MMSE, PDQ-39, EQ-VAS) sono state misurate la disabilità motoria, il potere cognitivo e la qualità della vita, valutando nel contempo il livello di depressione ed altri sintomi non-motori.

 

I risultati hanno mostrato che la percentuale di pazienti sessualmente attivi è declinata nel tempo dal 56.3% all’inizio dello studio al 50.8% dopo due anni, essendo doppia la percentuale degli uomini attivi rispetto a quella delle donne, seppur sia stata notata la sussistenza di disfunzione erettile e di disturbi orgasmici ad ogni fase valutativa. Gli uomini sessualmente attivi sono risultati essere più giovani e di aver avuto un esordio più precoce dei sintomi rispetto a quelli non attivi. In questi soggetti è significativo che si sia riscontrata una minor incidenza di problemi non motori: sintomi gastro-intestinali nel 44% ed apatia nel 58%.

I pazienti di sesso maschile con vita sessuale attiva sono stati associati a disabilità motoria di basso grado, miglior qualità della vita e score basso di depressione; inoltre, questi soggetti assumevano con minor frequenza la levodopa e presentavano ridotti problemi di attenzione e di memoria ed apparivano meno faticabili dimostrando, nel complesso, una più lenta progressione della malattia.

Diversamente nelle donne, non è stata evidenziata una associazione fra attività sessuale e sintomi della malattia, che potrebbe essere ricondotta sia ad una differenza di genere che ad una difficoltà all’espletamento della vita sessuale, ma anche in relazione al fatto che il gruppo studiato era numericamente inferiore.

Sulla scorta di questi risultati che indicano come una vita sessuale attiva si associ ad un carico inferiore di disturbi motori e non-motori nella PD ed a una più mite progressione della malattia, i Ricercatori concludono quanto per i clinici sia importante esaminare i pazienti sotto questa prospettiva, differentemente da quanto attualmente accada.

 

 https://doi.org/10.1111/ene.13983

 

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