Il film di oggi è “Enemy”. E' uno psico-film, per dichiarazione dello stesso regista. Tuttavia, più che un'interpretazione in termini psicanalitici (la paura inconscia della donna), a me suggerisce il tema clinico delle ossessioni.

Un uomo è alla ricerca di un equilibrio con le le proprie paure, e con i propri desideri. Vuole l'amore, e anche la passione, ma si tiene strette le sue sicurezze, e anche le sue inibizioni, le sue insicurezze, a costo di doversi accontentare.

Meglio soddisfare i propri desideri ma correre dei rischi, oppure evitare i rischi ma rinunciare anche al pieno soddisfacimento dei propri desideri? Un dilemma che attanaglia molti uomini.

Il simbolo di tutto questo, che ci accompagna lungo tutto il film, è un ragno che incombe sulla vita, ed è un pericolo insito nel desiderio, nell'ambizione, nella decisione. La cosa che spaventa una persona ossessiva più di ogni altro in realtà non è il desiderio inteso solo come desiderio sessuale, ma la decisione, il “passo” da fare, perché ogni passo è automaticamente potenziale errore, e l'errore andava calcolato prima, saputo prima. Non si prova niente se non ciò che si può disfare e revocare. Si deve sapere come va a finire prima di iniziare. Questi sono gli imperativi ossessivi, e il risultato è sostanzialmente evitare, rinunciare, e costruirsi un sistema di desideri e di scelte “fino a un certo punto”, di libertà senza decisioni, senza impegno.

 

L'uomo scopre per caso di avere un sosia, che però è un sosia totale, perché non solo è uguale esteriormente, ma ha anche la stessa voce e gli stessi segni particolari sul corpo.

Diverso è il carattere: uno mite, sensibile e indeciso; l'altro esuberante, estroverso e umorale. Sembrano però male assortiti nelle loro relazioni di coppia: il mite, che fa il professore, ha una fidanzata bella e disinibita, ma sembra che tra i due non vi sia complicità. L'altro, che di mestiere fa l'attore, è sposato e diverrà presto padre, ma forse questo gli sta stretto.

L'uomo si finge il suo sosia e entra in possesso di una lettera, che non apre ma tiene per sé. In qualche modo pensa che in quella lettera, indirizzata al sosia, apparentemente una lettera di lavoro, sia contenuta una chiave per risolvere i suoi problemi, una soluzione. Ma non la apre. Non la apre per scoprire cosa c'è, né la butta, né la restituisce subito.

 

L'ossessione tiene sospesi, in una tensione che perde ogni senso, tra l'idea che ci debba essere una soluzione migliore, e l'inerzia che comunque non te la farebbe applicare. Si rimane a rimuginare su cosa si dovrebbe fare senza però essere pronti materialmente a farlo. Anzi, spesso si finisce per dar la colpa della propria sfortuna e dei propri limiti a ciò che non succede, quando però si rinuncerebbe a farlo succedere, se ce ne fosse l'occasione.

Il professore non riesce a calarsi nella parte dell'attore fino in fondo. Rimane dalla parte di qua della staccionata. Ecco che allora sale il dubbio complementare: che sia allora meglio trovare una compagna migliore, adattarsi ad una vita di famiglia, non libera ma felice? Che senso ha, in altre parole, non volersi “imprigionare” in un matrimonio e in una famiglia se poi il risultato è una libertà infelice, incompiuta, fasulla?

E allora l'uomo prova anche questo, a mettersi nei panni dell'altro. Gli riesce anche bene, perché essendo di temperamento più docile, si adatta meglio, prende la forma della situazione che vive. Anzi, la moglie, trovandolo più attento e sensibile, sembra preferirlo al suo sosia più irruento e superficiale. Sembra tutto risolto, lo scambio di vite forse era la soluzione per ricomporre le cose, abbinare le giuste metà tra di loro.

Ma se l'ossessione è ossessione, questa non è la via d'uscita, ma un altro giro di vite, che riporta esattamente al punto di partenza. E infatti, nell'ultima scena, riappare esattamente come in tutto il film la stessa paura, stavolta anzi ancor più vicina e incombente.

Più si cerca di allontanare una vespa, più questa tornerà all'attacco incattivita. Nell'ossessione è come se si cercasse di allontanare un pendolo spingendolo via: lo si spinge verso destra, ritornerà da destra a velocità maggiore. Lo si spingerà allora verso sinistra, e tonerà indietro da sinistra più pesante di prima.

I due destini sono quello umorale, e quello ansioso (personalità di tipo B e C). Il tipo umorale ha come rischio sostanzialmente quello di arrivare al conflitto, a fare scintille. Il tipo C ha come rischio quello di rimanere ingabbiato, chiuso dentro le proprie paure, i propri dubbi. In più, chi rimane chiuso nei propri dubbi finirà per credere che il problema è quello che si è negato, che non ha provato, che non ha mai visto, mentre invece la colpa è se mai del dubbio in sé, che rende prigione qualsiasi soluzione.

Non rivelerò il finale ultimo, che contiene un'immagine decisamente disturbante e rivelatrice. Prima del finale, però, l'uomo aprirà finalmente la busta, e vi troverà dentro esattamente quello che aveva pensato, ovvero una chiave. Purtroppo la chiave, senza sapere a cosa serve e in che serratura deve andare, è semplicemente inutile. Così come fare ipotesi, arrovellarsi a pensare vite diverse, a pensare a come sarebbe andata se uno avesse fatto scelte diverse, e così via. Una chiave inutilizzabile. In più, l'ossessione che appunto una chiave in realtà ci sia, se solo uno sapesse come usarla. Anziché mettere in condizioni di aprire una porta, tenersi in mano una chiave inutile fa star fermi in una situazione di attesa, rimpianto, perplessità che niente produce e niente induce.