Vorrei porre una riflessione in merito alla domanda: “Le donne che optano per un aborto volontario, hanno necessità di un sostegno psicologico?” La risposta è, ovviamente, affermativa, elaborata anche in merito alla mia esperienza come consulente del CAV Centro di Aiuto alla Vita di Collegno (TO), anche se diversi anni fa.

Molte donne soffrono molto psichicamente, nel decorso post-abortivo e non raramente portano con sé come conseguenza di una interruzione volontaria di gravidanza IVG, ferite emotive profonde, elaborate spesso in sintomi che esprimono in modo complesso un grido di aiuto. Se cerchiamo nella letteratura moderna pagine scritte da donne sull’esperienza dell’aborto, troviamo parole intense di dolore, di rimpianto e di rabbia per il gesto brutale contro se stesse e il figlio che si è concepito.

Sono molte le donne che si rivolgono al Servizio telefonico S.O.S VITA, in collaborazione con il CAV Centro di aiuto alla Vita, che risponde sia ai problemi della maternità sia ai problemi del post-aborto.

Si tratta di donne che hanno conosciuto il duro giudizio della società sull’aborto volontario come reato, e che hanno visto poi il passaggio a leggi permissive; oppure donne di Paesi in cui da più generazioni l’aborto è liberalizzato. Sono donne che si dichiarano non credenti, donne che soffrono per un aborto recente o che si portano dentro da decenni quella ferita, o che sono folgorate all’improvviso da quel ricordo, per un evento della vita che riattiva il dramma vissuto tempo prima e poi rimosso. Sono donne che soffrono di depressione, ansia, angoscia, sogni tormentati ricorrenti: sintomi che, sono nel corso di una psicoterapia, vengono collegati a “quel” fatto traumatico.

La scelta abortiva è considerata innanzitutto come espressione di una autodeterminazione ed è necessariamente inserita tra i gesti positivi dell’autonomia della persona. I dinamismi intrapsichici attivati dalle conflittualità profonde che generano ansia e sofferenza nel vissuto post-abortivo, sono complessi e non escludono la rimozione o il diniego.

Occorre un lungo lavoro per una presa di coscienza chiarificatrice della patogenesi del disturbo, soprattutto quando l’evento traumatico è lontano nel tempo e profondo nel livello inconscio della psiche. Nel corso di un trattamento psicoterapeutico può verificarsi il non-ascolto del tipo di sofferenza in questione. Può accadere che le trasformazioni biopsicologiche prodotte dalla maternità nella struttura personale della donna, non siano tenute sufficientemente in considerazione nell’analisi della situazione e nel lavoro psicoterapeutico.

Nel post-aborto si tratta di diventare ascoltatori di un dolore, di un particolare dolore, più complesso di molti altri e più esposto alla disperazione.

All’aborto sono legati più tipi di sofferenza: il dolore della ferita emotiva profonda che si radica nella realtà psicofisica della femminilità; il dolore conflittuale riferito al significato della maternità nella struttura personale della donna; la sofferenza-rimorso per la responsabilità tradita nella relazione con l’altro, il figlio.

L’ascolto deve essere ascolto della persona nell’interpretazione piena di sé e dei suoi rapporti e, quindi, anche del rapporto con il figlio concepito che non è nato, perché non è stato fatto nascere.

Questa comprensione piena, completa non è facile, ma deve essere riconosciuta come un diritto della donna, che deve essere condotta alle radici del suo dolore, per potersi proiettare di nuovo verso il futuro…