I “terribili due anni”, o “terrible twos” in inglese, indicano quel periodo che va dai 18 mesi ai 3 anni in cui i bambini diventano testardi, capricciosi, rispondono con un deciso NO ai genitori e cadono spesso in pianti inconsolabili. I genitori leggono spesso questi comportamenti come manifestazioni oppositive, vere e proprie “lotte di potere” che il bambino ingaggerebbe nei loro confronti. In realtà, essi sono l’espressione del compiersi di un importante passaggio evolutivo, una tappa obbligata verso la presa di coscienza del bambino come un individuo separato dalla madre, con una personalità e desideri propri. Un momento importante della crescita verso l’indipendenza.

Perché succede?

Di fatto, dire NO rappresenta l’unica modalità che il bambino ha per affermare che è una persona separata da mamma e papà, per provare la sua libertà ed autonomia. Non è un caso che questa fase coincide con l’acquisizione di una sempre migliore capacità di camminare, alla quale i genitori, spaventati da possibili pericoli, reagiscono con diversi imperativi “Vieni qui. Non andare lì. Stai fermo”.

In questa fase il bambino prova emozioni contrastanti, da un lato l’eccitazione per le nuove possibilità e la voglia di scoprire, dall’altra la paura di quello che troverà e di non farcela da solo. Sperimentando le proprie capacità impatta, infatti, inevitabilmente con la frustrazione, con la realtà che non tutto va come desidererebbe e che non sempre riesce ad ottenere ciò che vuole. Egli però ancora non sa esprimere le sue emozioni ed è per questo che tende ad agirle anziché verbalizzarle, di conseguenza quando non è compreso, si stizzisce e si arrabbia.

Le reazioni esagerate e i capricci che caratterizzano i terribili due anni, non hanno quindi lo scopo di far arrabbiare i genitori. Questa fase è come un’importante palestra in cui si allena per imparare a gestire la frustrazione e controllare la rabbia. Questo è l ‘obiettivo e di conseguenza occorre essere pazienti e non avere fretta.

Com’è la situazione dal punto di vista dei genitori?

Questa fase tanto importante per la crescita dei bimbi mette a dura prova i genitori, ma prima ancora di capire cosa fare, occorre conoscere cosa sta realmente accadendo al proprio figlio e cosa quel comportamento evoca in me genitore (paura di non essere sufficientemente bravo, paura di essere odiato da mio figlio, frustrazione, rabbia ecc.)

 I bambini hanno sempre fatto capricci, ma ciò che oggi sembra essere diverso è proprio la reazione dei genitori. Essi si dichiarano, infatti, sempre più spesso spiazzati e incapaci di fronteggiarli. Questa "nuova" difficoltà non nasce dai bambini, ma dal rapporto che i genitori hanno nei confronti dell'autorità e del limite. Nel tentativo di allontanarsi da modelli educativi giudicati troppo rigidi del passato, i genitori tendono ad avere un atteggiamento amichevole con i propri figli, il più possibile paritario. Rischiando di cadere nell'eccesso opposto, quello di permettere tutto (e quindi di tollerare capricci a oltranza) o di dare infinite spiegazioni sul perché di un ordine. Su un piano pratico questo è un errore: i bambini piccoli non sono in grado di capire le spiegazioni e vanno indirizzati in modo fermo. L'autorità in questo caso è il miglior modo di prendersi cura, il più amorevole, perché manda questo messaggio: se anche tu sei smarrito e non sai cosa fare (e fai troppi capricci) ci penso io. In questo modo il genitore consente al bambino di fare esperienza del limite che è sempre anche un contenitore importante. E’ un modo per far sentire che c’è qualcuno di più forte di lui che sa cosa fare quando lui viene travolto dall’emozione. Oggi del resto ci troviamo di fronte a diverse patologie (dipendenze, disturbi d’ansia, panico, disturbi del comportamento alimentare) che hanno proprio a che fare con la mancata possibilità di sperimentare il limite, il confine. Condizione che Recalcati in modo emblematico ha definito di assenza dei padri, proprio perché in qualche modo al padre è stata da sempre affidata questa funzione.

 

Cosa fare?

Dare consigli pratici è sempre qualcosa di pericoloso o quantomeno inutile, in quanto ogni prescrizione senza un’adeguata elaborazione interiore che consenta di assumere una determinata posizione è destinata a fallire. Tuttavia, ritengo che la psicologia dello sviluppo possa offrire delle importanti indicazioni su cosa può essere più o meno utile fare in base alle capacità cognitive ed emotive di una determinata età e contribuire, in tal modo, a diffondere una migliore conoscenza dei nostri bambini. Questa sarà ovviamente solo un punto di partenza per poi chiedersi cosa provo io come genitore? Cosa mi impedisce di rispondere alle richieste di sviluppo di mio figlio?perchè tendo a reagire sempre allo stesso modo?

 

- Non cercare un rapporto alla pari

Mettersi sullo stesso piano di un bambino può essere un errore, in quanto mette in difficoltà i piccoli, perché si chiede loro di essere adulti prima del tempo. A 2 o 3 anni non occorre dunque dare spiegazioni e parlare di regole, serve piuttosto chiarezza nell’applicarle senza discuterle.

 

- Dare poche e chiare regole

A quest’età i bambini non riescono a mantenere troppe informazioni, di conseguenza dare troppe regole e divieti rischia di confonderli. È preferibile quindi selezionare solo poche cose che non può fare, quelle davvero essenziali, e mantenerle sempre con un NO fermo, deciso, asciutto.

- Fornire due alternative

I bambini devono imparare a scegliere, per questo motivo è importante offrire loro sempre due alternative che possono essere valide per i genitori, così facendo si eviteranno continui NO e si stimolerà la presa di decisione autonoma e la cooperazione.

 

 - Cercare di capire se un comportamento giudicato sbagliato o un capriccio esprime un disagio

Quando un bambino è arrabbiato, teso, spaventato, il genitore deve fare uno sforzo per immedesimarsi in lui e capire che cosa può aver generato quest'emozione. Un bambino di tre anni non è in grado infatti di fare dei collegamenti tra il suo mondo interno e ciò che gli succede ed è quindi compito dell'adulto sforzarsi di capire e dare un senso ai suoi comportamenti.

 

- Aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che prova.

E’ importante sottolineare che pianti, rabbia e capricci possono essere l'occasione per aiutare il bambino a sviluppare la sua “intelligenza emotiva”, capacità fondamentale per crescere sicuri di sé, felici e bravi a scuola. Si tratta di quell'intelligenza che sta alla base dell'autocontrollo, dell'attenzione verso gli altri e dell'empatia. A tale scopo è importantissimo aiutare i bambini a dare un nome alle emozioni che stanno provando nel mentre le provano. I bambini hanno dunque bisogno di imparare a capire quello che provano sentendoselo dire dai genitori. Studi specifici hanno dimostrato che dare un nome alle emozioni ha un effetto rasserenante sul sistema nervoso e aiuta i bambini a uscire più in fetta dalle situazioni di turbamento.

 - Porre dei limiti ai comportamenti sbagliati e aiutare il bambino a trovare da solo la soluzione al problema

Dopo aver riconosciuto l'emozione che sta dietro un comportamento sbagliato, essersi messo nei panni del piccolo, averlo aiutato a dare un nome a quello che prova, il genitore deve poi fargli capire che se anche il sentimento e l'emozione negativa sono comprensibili certi comportamenti sono inaccettabili. E' infatti compito dei genitori porre dei limiti a capricci e comportamenti sbagliati o pericolosi. Le critiche e le ammonizioni del genitore vanno sempre dirette al comportamento, mai al bambino. E’ infatti il comportamento ad essere sbagliato, non il bambino, questo è importante per lo sviluppo della sua autostima.

Così anche “quei terribili due anni” passeranno, ma non dimenticate che essere genitori è una sfida continua ed ogni fase ha le sue criticità e le sue occasioni di sviluppo, del piccolo, di noi come genitori e della relazione con lui.

 

I