E’ stato pubblicato oggi, 16 Agosto 2018, su American Journal of Psychiatry  da Alan S. Brown, professore di Epidemiologia alla Columbia University's Mailman School of Public Health and of psychiatry, New York (NY, USA), un articolo (Association of Maternal Insecticide Levels With Autism in Offspring From a National Birth Cohort) che per la prima volta fornisce l’evidenza di un biomarker per l’autismo.

L’autismo è un complesso disturbo neuro-evolutivo sulla cui etiologia sono state avanzate molte ipotesi (tra cui talune scientificamente infondate, come ad esempio l’assurda e ampiamente smentita credenza che i vaccini possano avere un ruolo in merito) ma che resta tuttora largamente sconosciuta. Sulla scorta dei dati epidemiologici, che hanno registrato un significativo incremento dei casi a partire dagli anni Ottanta, la ricerca ha rivolto una crescente attenzione anche nei confronti dei cambiamenti del contesto ambientale. Ma sinora pochi studi avevano indagato sulla esposizione pre-natale ad agenti tossici ricercando il rischio di autismo attraverso il rilevamento di biomarker materni.

In Finlandia, da parte del Finnish Prenatal Study of Autism era stata identificata una coorte nazionale di 778 bambini con autismo nati fra il 1987 e il 2005 e comparato con un gruppo omogeneo di controlli. Sin dai primi stadi di gravidanza erano stati prelevati campioni di siero materno su cui si titolava il livello del DDE (p,p’-diclorodifenil-dicloetilene) prodotto di degradazione del DDT (dicloro-difenil-tricloroetano) e del PCB (policloro-bifenile). L'uso di questi composti organici è andato declinando dagli anni ‘70 a causa dell'allarme ambientale sorto attorno ad essi, in quanto inquinanti organici persistenti (a causa della loro stabilità chimica), sino al bando della loro produzione a seguito della Convenzione di Stoccolma del 2001. Scopo della ricerca era di stabilire se fra i nati da madri, cui erano stati riscontrati elevati livelli di questi inquinanti organici persistenti, fosse presente l’autismo.

La probabilità di autismo era significativamente aumentato se il livello materno del p.p’-DDE era nella parte più elevata del 75° percentile, con varianti in funzione dell’età della madre, numero di gravidanze e antecedenza familiare di disturbi psichiatrici (% di probabilità = 1.32, 95% CI=1.02, 1.71). Se questo valore di soglia era superato, le percentuali di autismo con disabilità intellettiva risultava più che raddoppiata (odds ratio=2.21, 95% CI=1.32, 3.69). Non è stata rilevata alcuna associazione fra elevati livelli di PCB ed autismo.

Uno studio su così larga scala (all’incirca 1.500 soggetti) non ha precedenti ed inoltre è stato condotto in maniera veramente meticolosa, in quanto i ricercatori hanno investigato non solo i livelli ematici delle sostanze chimiche ma anche altri fattori di rischio (età, numero di gravidanze, precedenti psichiatrici). Esso ha fornito per la prima volta l’evidenza che l’esposizione materna agli insetticidi, insieme ad altri fattori genetici ed ambientali, può essere un trigger dell’autismo.

Benjamin Yerys, PhD, del Department of Child and Adolescent Psychiatry and Behavioral Sciences and the Center for Autism Research, Children's Hospital, Philadelphia (USA) commenta i risultati della ricerca sostenendo che essi sono non solo implicati nell’adozione di misure preventive dell’autismo ma forniscono anche una migliore comprensione della sua patogenesi. Egli suggerisce, nel contempo, di non pensare a questi prodotti chimici come a sostanze tossiche relegate in un’epoca remota del XX secolo poiché, purtroppo, a causa della loro stabilità chimica esse sono persistenti nell’ambiente e come tali sono ancora rintracciabili nella catena alimentare per cui anche oggi, dopo 30 anni dal loro bando, una donna incinta li può trasferire al feto in formazione, esponendolo al rischio di autismo. Ulteriori ricerche, comunque, dovranno accertare se questa suscettibilità alle sostanze tossiche degli insetticidi non più in uso richieda uno specifico assetto genetico o biologico da parte della madre, per cui possano risultare di aumentato rischio solamente per talune e non per altre.

 

 

 

 

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