L'empatia si apprende?

Dr.ssa Angela PileciData pubblicazione: 26 agosto 2013

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Nell'ultimo numero di Psicologia Contemporanea (agosto 2013) compare un interessante articolo di Serge Tisseron che ci aiuta a comprendere meglio che cosa s'intende per empatia,evitando di fare confusione.

L'autore ci dice, nel definire l'empatia, che non si tratta di nè di simpatia, perchè in questo caso dovremmo condividere anche i valori, gli obiettivi e gli ideali, oltre alle emozioni; ma non si tratta neppure di compassione che pone l'accento sulla sofferenza e che comunque non è disgiunto dall'idea di una vittima che ha subito un'ingiustizia e che vorremmo difendere, secondo Tisseron.
E neppure con l'identificazione che è solo il primo grado dell'empatia.

Infatti definiamo "empatia di base" correntemente "identificazione", ovvero è la nostra capacità di cambiare il nostro punto di vista senza perderci. Questo ha una spiegazione neurofisiologica ed è assente solo nelle persone autistiche. Ha due componenti importanti: quella emotiva che compare precocemente nel bambino perchè gli permette di passare dalla simpatia all'empatia e quella cognitiva che invece si sviluppa più tardi, verso i quattro anni d'età (metacognizione).

Tale empatia è la capacità di immaginare cosa si potrebbe provare e pensare al posto dell'altro. Per questo fine non è neppure indispensabile che l'altro sia riconosciuto come essere umano: ci si può benissimo identificare con un personaggio immaginario (di un romanzo o con un cartone animato).

D'altra parte è possibile identificarsi con qualcuno senza mai averlo visto e senza che l'altro se ne accorga. E' abitudine diffusa, per esempio, lasciare la mancia al ristorante perchè -mettendosi nei panni del cameriere- sappiamo che è ciò che si aspetta, ma tutto avviene senza bisogno di scambiarsi nemmeno uno sguardo o un'occhiata.

Di conseguenza l'empatia, così come la definisce Tisseron, alimenta la reciprocità e può essere anche al servizio delle imprese. Favorisce per esempio la solidarietà e il mutuo soccorso, mentre in un'ottica imprenditoriale permette forme anche molto sottili di manipolazione dei consumatori.

 

E SE L'EMPATIA E' RECIPROCA?

Alla capacità umana di rappresentarsi il mondo interiore dell'altro si aggiunge il desiderio di un mutuo riconoscimento: io mi identifico con l'altro, ma riconosco all'altro il diritto di identificarsi con me, ovvero di mettersi al mio posto e di avere accesso alla mia realtà psichica, di comprendere quello che comprendo e di provare quello che provo.

Questo riconoscimento permette di conciliare asimmetria e reciprocità: questo rimanda all'esperienza dello specchio e implica un contatto diretto, oltre ai gesti espressivi, sguardi, mimica, ecc..

Questo mutuo riconoscimento ha tre aspetti:

  • riconoscere all'altro di avere stima di sè come io ce l'ho di me stessa (componente narcisistica)

  • riconoscere la possibilità di amare e di essere amato (componente delle relazioni oggettuali)

  • riconoscere all'altro la qualità di soggetto del diritto (componente delle relazioni con il gruppo).



INTERSOGGETTIVITA' ED EMPATIA

A questo livello l'empatia consiste nel riconoscere all'altro la possibilità di chiarire aspetti di me stesso che ignoro. E' il caso di noi psicoterapeuti, ma anche delle relazioni d'amicizia e d'amore, dove cadono le barriere. Tisseron la definisce "empatia estimizzante" e l'estimità consiste nell'esporre ad un pubblico frammenti di sè fino a quel momento protetti dagli sguardi estranei, cioè mantenuti intimi, per farne riconoscere il valore e ottenere una validazione (Tisseron, 2009). Il desiderio di validazione mediante lo sguardo dell'altro ha origine nella prima infanzia, quando il bimbo cerca negli occhi della sua mamma l'approvazione di sè.

Ci accompagna in realtà per tutta la vita ed oggi si trova anche nelle nuove tecnologie dei social network un supporto privilegiato di espressione. Presuppone comunque che io riconosca all'altro il potere di informarmi sugli aspetti di me che mi sono ancora ignoti

Si tratta quindi non più di identificazione nell'altro, nè di riconoscere all'altro la capacità di identificazione con me, ma di scoprirmi, attraverso l'altro, diverso da come credevo di essere e di lasciarmi trasformare da questa scoperta.

Lo sguardo a questo punto non è più necessario come nel momento precedente in cui c'era empatia come riconoscimento. Da qui in poi le somiglianze contano meno delle differenze e i diversi percorsi di vita dei due interlocutori sono una fonte di arricchimento per entrambi, cosa che i terapeuti non dovrebbero mai dimenticare.

 

APPRENDERE L'EMPATIA?

La domanda che più mi ha incuriosita di questo articolo è "L'uomo può adottare verso i suoi simili un atteggiamento privo di qualunque empatia? E che cosa provoca tutto ciò?"

L'uomo è capace di comportamenti estremi sia nella cura, sia nell'indifferenza più crudele. Perchè avviene tutto ciò? Noi sappiamo bene che l'uomo nasce immaturo da un punto di vista fisico e psichico perchè deve diventare estremamente complicato e raffinato e necessita dunque di molto tempo per diventare ciò che diventerà.

La conseguenza è che ciascuno di noi scopre contemporaneamente se stesso e l'altro. Questa mutua scoperta e il piacere che l'accompagna sono le chiavi delle forme elevate di empatia e di solidarietà di cui siamo capaci. Ma, nello stesso tempo, tale prossimità tra sè e l'altro suscita angosce molto intense: la paura di essere manipolato, di veder la propria libertà e desideri negati o limitati, ed essere assorbiti dall'altro e di cessare un'esistenza autonoma.

Il NEMICO principale dell'empatia è il DOMINIO, sia nell'aspetto attivo che passivo:

- essere sottoposto al dominio dell'altro

- desiderare di stabilire un dominio sull'altro

Questi due aspetti si fondano in uno: più si teme di essere manipolati dall'altro, più si cerca di prendere il sopravvento, manipolando l'altro. Ecco perchè l'essere umano può perdere empatia: accade quando teme -a torto o a ragione- di essere manipolato.

L'unica possibilità per impedirlo è sviluppare l'empatia fin dalla più tenera età.



Fonte http://www.psicologiagiunti.it/psicologiacontemporanea/index.php?option=com_content&view=article&id=3540:empatia-una-relazione-mutua-e-reciproca&catid=33

 

Autore

a.pileci
Dr.ssa Angela Pileci Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo

Laureata in Psicologia nel 2003 presso Università di Torino.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia tesserino n° 12751.

3 commenti

#1
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

L’empatia non solo si “apprende”, ma addirittura può essere “insegnata”..........senza alcuna necessità di VEDERE !
Si può apprendere, se escludiamo i soggetti autistici, i soggetti con Q.E. di livello 0 (vedi Simon Baren Cohen) o i soggetti che hanno subito lesioni cerebrali irreversibili a carico del “circuito dell’empatizzazione”.
Il Quoziente Empatico può essere incrementato dalle esperienze della vita. La medicina narrativa soprattutto di pazienti che hanno contratto una malattia letale è ricca di queste esperienze. Ancora di più se l’esperienza drammatica è stata vissuta da un medico ( http://www.senosalvo.com/progetto%20chirone.htm )
L’empatia può essere addirittura “insegnata”, si fa per dire e numerosissimi sono i corsi universitari , non solo riguardo alla medicina ed alla psicologia, ma anche riguardo all’e-learning e all’e-commerce.
Anche su questo aspetto è banale aggiungere che la formazione a distanza e “vis a vis”….non sono la stessa cosa….

#2
Ex utente
Ex utente

Mi è sempre interessato l'argomento empatia e in generale tutto ciò che ha che fare con la cosiddetta intelligenza emotiva. Spero che tali concetti si diffondano sempre di più. A questo prposito, dottoressa, vorrei capire meglio un aspetto. Parlando con mio collega d'azienda e riferendomi ad un direttore della nostra area, ho espresso la mia idea: per me la persona in questione è poco empatica. Lo dico perchè spesso è stato feroce nelle sue decisioni: ad esempio ha ghettizzato un nostro ex collega, bravissimo, che si è rifiutato di essere trasferito all'estero (ormai aveva costruito la sua vita qui in Italia, la sua futura moglie non avrebbe accettato il trasferimento ecc...) tanto che è stato costretto a licenziarsi.
Il mio collega però mi ha corretto dicendomi :"guarda che x è molto empatico: riesce a capire lo stato d'animo di tutti noi, le nostre paure, le nostre emozioni, le aspirazioni e le usa per esercitare il suo tremendo potere". A questo punto sono rimasto perplesso... In effetti, dottoressa, leggendo la sua definizione di empatia, devo dare ragione al mio collega. Quel direttore è empatico... però è "cattivo", spesso spietato... E allora mi vien da pensare: ma quindi l'empatia può essere anche una forza votata al male, un mezzo di persuasione e manipolazione o peggio ancora... di ricatto?
E' proprio così?

#3
Dr.ssa Angela Pileci
Dr.ssa Angela Pileci

Gentile Utente,

oltre all'empatia e alla mancanza di empatia, ci sono molte e complicate dinamiche relazionali che intervengono in un gruppo e nell'ambiente di lavoro. Anche in famiglia ci sono dinamiche particolari che dipendono da molti fattori, dalla storia, dalle motivazioni, ecc...
In azienda una variabile molto importante è data dalla competizione e dall'aggressività, che ad esempio potrebbe spiegare ciò che pare sia accaduto nel contesto da Lei menzionato. Si sommano anche precisi obiettivi e strategie aziendali che fanno il resto per rendere le persone... poco empatiche.
Un cordiale saluto.

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