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Giornata prevenzione suicidio

Prevenire il suicidio: giornata mondiale OMS il 10 settembre

Dr. Carla Maria Brunialti Data pubblicazione: 09 settembre 2014 Ultimo aggiornamento: 09 settembre 2022

Il 10 settembre ricorre la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio che, come ogni anno, viene organizzata su iniziativa dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell'IASP (Associazione Internazionale per la Prevenzione del Suicidio) [1].

Suicidi nel mondo: i dati preoccupanti

Nel mondo si registrano ogni anno circa 800 mila suicidi, ogni 40 secondi si verifica un caso e ogni tre secondi si registra un tentativo di suicidio: una perdita di vite umane inaccettabile e per la quale poco ancora si fa rispetto ad altre problemi di sanità pubblica, considerato che si tratta della quarta causa di morte nella fascia di età fra i 15 e i 19 anni [2].

Si è assistito ad un’allarmante crescita dei tassi di suicidio tra i giovani, segnando una controtendenza rispetto agli anni cinquanta in cui il fenomeno suicidario era più frequente nell’età anziana. Gli individui che tentano il suicidio hanno un alto rischio di effettuare ulteriori tentativi di suicidio, spesso con esito letale.

In Italia si verificano circa 4.000 suicidi ogni anno, anche se i dati non vengono costantemente aggiornati. Certamente la pandemia ha peggiorato la situazione: secondo il Telefono Amico le richieste d'aiuto nel 2021 sono cresciute del 55% rispetto al 2020 e risultano quadruplicate rispetto al 2019 e il 28% riguarda giovani sotto i 26 anni di età [3].

Secondo i dati della Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze, che ha istituito un Osservatorio suicidi, da gennaio a giugno 2022 si sono verificati 351 suicidi e 391 tentativi di suicidio [4].

Per approfondire:Rischio suicidio e prevenzione durante la pandemia

Come prevenire il suicidio?

Il suicidio è stato da sempre stigmatizzato e il ruolo dello stigma rimane uno dei principali problemi nella messa in atto degli interventi preventivi.

La suicidologia può essere definita come la disciplina dedicata allo studio scientifico del suicidio e alla sua prevenzione. Il termine e il concetto furono usati per la prima volta da Edwin Sheneidman (1964); essa non include meramente lo studio del suicidio, ma enfatizza la prevenzione dell’atto letale. Essa considera il suicidio come un tentativo, sebbene estremo e non adeguato, di porre fine al dolore insopportabile dell’individuo. Tale dolore converge in uno "stato perturbato" nel quale si ritrova l’angoscia estrema, la perdita delle aspettative future, la visione del dolore come irrisolvibile ed unico.

Le fonti principali di dolore psicologico - ovvero vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione - hanno origine nei bisogni psicologici frustrati e negati e sono caratteristiche facilmente identificabili. L’individuo ha dunque necessità di porre fine a tale stato.

Il rischio di suicidio diviene grave quando quel soggetto lo considera come la migliore ed unica soluzione per porre fine a quell’immenso dolore psicologico.

L’OMS considera il suicidio come un problema complesso non ascrivibile ad una sola causa o ad un motivo preciso, ma sembrerebbe derivare da una complessa interazione di fattori biologici, genetici, psicologici, sociali, culturali ed ambientali.

Attualmente molte risorse sono dedicate:

  • a programmi di prevenzione nelle scuole,
  • a sforzi nella ricerca empirica,
  • all’organizzazione di centri per lo studio e la prevenzione del suicidio,
  • a pubblicazioni e ad accordi multidisciplinari.

La prevenzione del suicidio è complessa e diversificata.

  1. Da una parte, la prevenzione universale adotta strategie o iniziative rivolte a tutta la popolazione per aumentare la consapevolezza del fenomeno e fornire indicazioni sulle modalità di aiuto. In questo ambito troviamo campagne dei mass media, la necessità di ridurre l’accesso ai mezzi letali, la creazione di centri di crisi e i programmi di informazione nelle scuole.
  2. La prevenzione selettiva si indirizza ai gruppi a rischio e che hanno più probabilità di diventare suicidi, utilizzando strategie dirette agli individui che hanno segni precoci di alto rischio di suicidio. A questo si aggiungono modelli clinici che cercano di far luce sul fenomeno per meglio prevenirlo.
  3. Alcune strategie di sostegno per coloro che hanno tentato il suicidio sono di grande valore, primo fra tutte incontri programmati con follow-up regolari; deve inoltre esserci una valida rete di collegamento tra i servizi psichiatrici in modo tale da riconoscere e gestire queste persona in modo globale.
  4. Altri sforzi sono indirizzati ad abbattere lo stigma nei confronti del suicidio ossia un marchio negativo che è associato a coloro che hanno tentato il suicidio o alle persone che hanno perso un caro per suicidio.
  5. Si ricorda che il suicidio è un evento con una forte componente di emulazione ed è necessaria un’informazione responsabile da parte dei mezzi di informazione, come indicato nelle linee guida dell’OMS.

Ciò non esime da una riflessione più approfondita sulla tematica del suicidio assistito come scelta libera e consapevole a fronte di situazioni ben definite.

La guida dell'OMS

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sta attuando un programma guidato da una task-force internazionale per la riduzione e la prevenzione dei comportamenti suicidari, accompagnato dalla pubblicazione delle nuove linee guida LIVE - LIFE: un documento che contiente le indicazioni di supporto ai vari paesi per portare avanti le strategie di prevenzione del suicidio. Nel far questo si cerca di identificare gli stadi iniziali del processo suicidario attraverso l’identificazione precoce dei fattori di rischio e dei fattori protettivi, oltre alla valutazione e gestione della crisi suicidaria. 

Per quanto riguarda il rischio suicidario nei giovani, consigliamo di leggere nella Guida per insegnanti e operatori scolastici tradotta in italiano [5].

 

Fonti

  1. IASP (International Association for Suicide Prevention)
  2. Dati OMS - fonte ANSA
  3. Telefono Amico Italia - fonte ANSA
  4. Fondazione BRF - Osservatorio suicidi
  5. World Health Organization - Guida per insegnanti e operatori scolastici

Autore

carlamariabrunialti
Dr. Carla Maria Brunialti Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo

Laureata in Psicologia nel 1989 presso l'Università Cattolica, in MILANO.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Trentino Alto Adige tesserino n° 70.

15 commenti

#1
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

Mi sono permesso su un tema così delicato, ma prendendo in considerazione solo l'area di mia competenza, lanciare una provocazione spero costruttiva su [#198]
https://www.medicitalia.it/blog/senologia/3598-esiste-l-empatia-online-altroche.html

Mi piacerebbe avere contributi (su quel blog che viene seguito da pazienti oncologiche) per un approfondimento del tema, premettendo che nella mia esperienza oncologica (ho già i capelli bianchi) su oltre 20.000 interventi da me eseguiti per tumore maligno, non sono stato mai informato da familiari, colleghi, amici di un solo caso, dico uno solo, di suicidio, nonostante molte comprensibili condizioni estreme in cui si trovavano tanti pazienti l'avrebbero giustificato, si fa per dire.

#2
Dr. Nunzia Spiezio
Dr. Nunzia Spiezio

Cara Carla maria, grazie per la tua news. Trovo estremamente responsabile ed appropriato ricordare una data così importante in tempi di crisi come questi in cui, spesso, in una concatenazione tossica, la crisi economica esacerba quella familiare fino ad arrivare a gesti estremi di suicidio del singolo, o addirittura, di stragi familiari seguite da suicidio.
Sono convinta che noi psicologi, se impiegati sul territorio ed in sinergia con i servizi territoriali già presenti, potremmo fare una sostanziale differenza prevenendo parecchie situazioni a rischio.

#9
Dr. Chiara Lestuzzi
Dr. Chiara Lestuzzi

Salvo,
la mia esperienza è molto più limitata della tua, ma io ricordo alcuni casi di suicidio tra i miei pazienti.
Una era una signora sessantenne, senza famiglia, che aveva una scrupolosa cura di sé (nel senso che non usciva mai di casa senza trucco o vestita in modo non perfettamente accurato) e lavorava in un negozio di abbigliamento in un paese di medie dimensioni -per cui era molto conosciuta. E' arrivata in ospedale con un ittero notato da un collega a mezzogiorno (la mattina lei -truccandosi- si era vista assolutamente normale); nel giro di pochi giorni la diagnosi di carcinoma della testa del pancreas. Era il 1985; le è stata fatta una derivazione per risolvere l' ittero, e non le sono state prospettate cure possibili. Uscita dall' ospedale è tornata a casa, si è vestita per bene e si è buttata dal IV piano. Scelta condivisibile: sarebbe morta comunque in pochi mesi, assistendo al proprio degrado fisico.
In altri casi pazienti (anche medici) hanno decisamente rifiutato le terapie e hanno deciso di non ostacolare il decorso della malattia in alcun modo; cosa che di fatto corrisponde a un suicidio. Credo che -soprattutto nella tua specialità in cui c' è da molti anni una varietà di cure possibili, e nuove cure emergono ogni giorno- se il paziente oncologico ha una prospettiva di guarigione o perlomeno di terapia, e se i sintomi più gravi possono essere controllati garantendo comunque una qualità di vita almeno discreta, sia abbastanza protetto dal rischio suicidio.
Inoltre, il paziente oncologico ha un nemico concreto da combattere, e degli alleati -i medici- che hanno delle armi per aiutarlo.
Il paziente depresso per depressione endogena è depresso senza un motivo esterno specifico (anzi, il sentirsi privi di qualsiasi slancio vitale NONOSTANTE una vita senza particolari problemi aggrava il senso di inadeguatezza) e dunque ha molti meno mezzi per combattere. Il paziente con depressione reattiva può non essere materialmente in grado di modificare l'evento scatenante (il lutto, il fallimento economico).
Inoltre, mentre il malato oncologico ha -nella maggioranza dei casi- la possibilità di lamentarsi e ricevere comprensione da chiunque, il depresso (soprattutto quello endogeno) riceve molta meno comprensione. Chi non ha mai provato la depressione fa fatica a essere empatico con chi ha apparentemente tutto eppure soffre. Addirittura il depresso rischia di essere sgridato o deriso ("Ma di che ti lamenti...") o comunque preso sottogamba (penso agli adolescenti i cui genitori non ammettono che possano avere dei problemi), per cui spesso cerca anche di nascondere agli altri la sua situazione. Il che porta a una ridotta richiesta di aiuto specialistico (soprattutto, se anche il supporto viene chiesto, spesso ci si rivolge allo specialista sbagliato -cioè al neurologo, che magari si limita a prescrivere un ansiolitico- invece che allo psicologo o allo psichiatra). E quindi a quei suicidi inaspettati di persone che "stavano benissimo". In realtà stavano male da tempo, ma lo avevano nascosto, o lo avevano manifestato ma nessuno lo aveva capito.

#10
Dr. Salvo Catania
Dr. Salvo Catania

Se nella mia attività professionale non ho registrato esperienze suicidarie non vuol dire che non esistano in oncologia anche perché di alcune di queste potrei non essere stato informato. Volevo solo sottolineare che comunque in ambito oncologico il tasso suicidiario è inferiore, di molto inferiore, a quello rilevato per la popolazione sana (intendendo ovviamente in riferimento a malattie organiche).

#11
Dr. Carla Maria Brunialti
Dr. Carla Maria Brunialti

Ai colleghi, alle Colleghe Nunzia e Angela.
Grazie della partecipazione a qs News, su un argomento che interpella tutti noi Psy, ma anche i colleghi medici che hanno a che fare con i risvolti psichici di malattie fisiche.

#12
Dr. Carla Maria Brunialti
Dr. Carla Maria Brunialti

Ai colleghi, alle Colleghe Nunzia e Angela.
Grazie della partecipazione a qs News, su un argomento che interpella tutti noi Psy, ma anche i colleghi medici che hanno a che fare con i risvolti psichici di malattie fisiche.
Registro che frequentemente sorgono diatribe tra medici e psicologi/psicoterapeuti e francamente non me ne do ragione; stando alla mia esperienza professionale, la collaborazione, ad es. nell'area della sex con urologo ginecologo andrologo endocrinologo, ma anche con lo psichiatra per quanto riguarda depressione schizofrenia lutto ed altro, è piena e fattiva; la stima è reciproca. Forse dipende collaborazione prolungata nel tempo che ha fatto nascere rapporti di fiducia e lealtà reciproca.
Come pensare che una sola di queste due figure - il curante del corpo, il curante della psiche - possa essere autosufficiente? Tentazioni di "onnipotenza" professionale - che poi portano alla svalutazione degli altri - vanno proprio convertite in consapevolezza di un "potere limitato" di ciascuno.
Quanto dice Angela rispetto all'evento in oggetto, fa riflettere su come la cura del corpo - come del resto quella della psiche - possa divenire oggi oggetto di consumismo, di "televendita", di sconti all'osso; con quali effetti lo vedremo nel tempo.

#13
Dr. Chiara Lestuzzi
Dr. Chiara Lestuzzi

Salvo, siamo perfettamente d' accordo.
La tua specialità è privilegiata rispetto ad altre in quanto a possibili terapie da offrire, ma è vero che anche la mia impressione è che la percentuale di suicidi sia inferiore nei pazienti oncologici che in quelli senza patologie organiche o con altre patologie (soprattutto di quelle inarrestabili e progressivamente invalidante, tipo SLA, sclerosi multipla, Alzheimer).

Anzi, devo dire che talvolta ho notato -in pazienti già in cura da anni per depressione anche grave- la capacità di tirar fuori una "grinta" incredibile DOPO la scoperta del tumore.

Sarei curiosa di sapere cosa ne pensano gli specialisti psi della mia ipotesi che avere un "nemico" concreto da combattere e su cui focalizzare l'attenzione possa aiutare a reagire.
Soprattutto se si tratta di una patologia per cui ci sono cure possibili.

#14
Dr. Nunzia Spiezio
Dr. Nunzia Spiezio

"Sarei curiosa di sapere cosa ne pensano gli specialisti psi della mia ipotesi che avere un "nemico" concreto da combattere e su cui focalizzare l'attenzione possa aiutare a reagire"
Cara Chiara,
la tua ipotesi penso che sia più che plausibile anche se, credo, che questa ritrovata forza di combattere la malattia sia strettamente correlata al supporto della rete sociale che, quasi sempre, si stringe intorno al malato.
Se esistono centinaia di ricerche sull'apparato neuroendocrino atte ad analizzare la correlazione tra stress prodotti dagli insulti dell'esistenza e malattia, ne esistono altrettante che analizzano la correlazione tra supporto da rete sociale buono e migliori strategie di affrontamento della malattia.

#15
Dr. Carla Maria Brunialti
Dr. Carla Maria Brunialti

Aggiungo questo contributo, che mi sembra molto interessante (da medici33)

La consulenza psicologica abbassa drasticamente le recidive

I tentati suicidi ripetuti sono calati del 25% in una coorte di persone danesi che dopo un primo tentativo di suicidio si sono sottoposte volontariamente a una consulenza psicosociale a breve termine, secondo uno studio coordinato dalla Johns Hopkins Bloomberg school of public health e pubblicato su The Lancet psychiatry. «Risultati che dimostrano per la prima volta l’efficacia di un trattamento volto a prevenire il suicidio in pazienti ad alto rischio» esordisce la prima firmataria Annette Erlangsen, professore associato al Dipartimento di salute mentale della Bloomberg, sottolineando l’evidenza di benefici a lungo termine anche con un numero ridotto di sedute: da sei a dieci. Tant’è vero che cinque anni dopo il counseling, i tentati suicidi ripetuti sono calati di un quarto nei trattati rispetto ai controlli. Continua l’autrice: «Ora abbiamo le prove che il trattamento psicosociale di supporto, senza alcuna terapia farmacologica aggiunta, può prevenire il suicidio negli individui che lo hanno già tentato, e come tali sono a rischio elevato di recidiva». Secondo i ricercatori, finanziati dalla Danish health insurance foundation e dal Danish research council of psychiatry, questi risultati forniscono le basi razionali per attuare programmi di trattamento basati sul counselling psicosociale diretti a persone che in passato hanno già provato a darsi la morte. E per giungere a queste conclusioni Erlangsen e colleghi hanno analizzato i dati sanitari di oltre 65.000 danesi che hanno tentato il suicidio tra gennaio 1992 e dicembre 2010, seguendo i partecipanti per 20 anni. «Non è etico fare uno studio randomizzato in cui alcune persone a rischio ottengono il trattamento preventivo e altri no, per cui la partecipazione era su base volontaria» chiarisce la ricercatrice. E conclude: «Chi aveva ricevuto un breve intervento psicosociale nel primo anno dopo il tentato suicidio aveva il 27% di probabilità in meno di tentarlo di nuovo, e il 38% in meno di morire per qualunque causa. E dopo cinque anni la percentuale di suicidi era del 25% in meno nel gruppo trattato rispetto ai controlli, mentre dopo un decennio il tasso era, rispettivamente, 229 contro 314 per 100.000».

The Lancet Psychiatry, 2014. doi:10.1016/S2215-0366(14)00083-2

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