Omicidio Varani: giovani senza Padri

Dr. Alessandro RaggiData pubblicazione: 12 marzo 2016

Nella notte tra giovedì 3 e venerdì 4 marzo 2016 Luca Varani è stato barbaramente ammazzato dai suoi amici Manuel Foffo e Marco Prato (28 e 29 anni). I due assassini dopo una nottata tra eccessi, droga e alcool, hanno deciso di “divertirsi” uccidendo qualcuno a caso: è toccato a un amico, chiamato dai due a partecipare alla loro “festa”. 

«Avevamo il desiderio di fare del male a una persona qualsiasi. Questa cosa è maturata nelle nostre menti nella notte di giovedì». Queste le inquietanti dichiarazioni dei due giovani - ammesso che si possano chiamare “giovani” due trentenni - che hanno seviziato e ucciso un amico al puro scopo di svagarsi.

 

Dopo le torture, durate diverse ore e l’omicidio, i due sono usciti a bere, come se nulla fosse accaduto. I due killers si trovano ora in carcere a Regina Coeli.

La figura che però esce più malconcia da tutta questa assurda vicenda è quella del Padre, della norma, dell’istituzione che educa.

Il padre di Manuel, Valter Foffo, dopo poche ore dall’accaduto (7 marzo) è stato intervistato a Porta a Porta, la trasmissione RAI condotta da Bruno Vespa, dove ha dichiarato che il figlio «è un ragazzo modello» e che lui non è in grado di spiegarsi i motivi di un simile gesto.

L’altro genitore, Ledo Prato, padre di Marco, ha pubblicato una lettera aperta (11 marzo) nella quale divaga tra citazioni della bibbia e vaghe osservazioni moralizzanti dal tono lirico sulla propria condotta di genitore, sempre attento all’educazione del figlio: «esempio di una vita condotta ispirandosi ai valori dell’onestà, del rispetto della vita propria, e di quella altrui». Questo padre si domanda, infine, se «le colpe dei figli ricadano sempre sui genitori».

La risposta alla domanda del padre dell’assassino di Luca è abbastanza scontata: no, le colpe dei figli non ricadono sempre sui genitori. La domanda però è una domanda generica e non circostanziata. Ledo Prato non si è mai chiesto, almeno in questa lettera, se le colpe di Marco possano ricadere sull’educazione che lui, padre, ha impartito al proprio figlio. La risposta non l’abbiamo certo noi, ma non è così scontata e leggendo la lettera di questo padre, sembra che non l’abbia neppure lui.

Di fronte a tale efferatezza, a una simile mancanza di senso rispetto ad azioni così gravi, ci sono in realtà poche parole. La psicoanalisi, da tempo s’interroga sull’insensibilità e sulla mancanza totale di empatia di una larga fetta di gioventù contemporanea. Galimberti (2007) ritiene che il nichilismo giovanile a cui assistiamo sempre più spesso, derivi da un’incapacità a sentire. La nostra è una società del consumo, a modello capitalistico, dove la richiesta eccessiva di abilità percettive a discapito delle competenze emotive, o provoca ansia, o invece un innalzamento della soglia percettiva per via del quale ci sarà poi bisogno di stimoli sempre più forti per superare quella soglia, altrimenti questi non faranno più effetto. Il nostro sistema nervoso diventa sempre più apatico. Non sente più gli stimoli, c’è bisogno di un livello di eccitazione continuamente più elevato e sempre maggiore. Eppure siamo proprio noi stessi ad educare in questo modo i nostri figli: li prepariamo ad asservire; li rendiamo compatibili con la velocità di elaborazione in simultanea dei dispositivi tecnologici di ultimissima generazione.

 

I ragazzi di questa generazione, i cosiddetti “nativi digitali” sono sottoposti ad un eccesso di stimoli e così diventano iper-reattivi, ultra-percettivi. Il loro sentimento, di converso, appare atrofizzato. Mentre l’eccesso di stimoli che non riescono ad elaborare, ma solo a smistare, genera apatia che a sua volta può degenerare sempre più facilmente in psicopatia. Una psiche apatica significa che non sente più, che è diventata incapace di provare sentimenti. Privando i bambini e poi i giovani della possibilità di annoiarsi li stiamo già condannando a trasformarsi esseri privi del soggetto dell’inconscio e dunque privi di una psiche, di anima, incapaci di sentire. Agglomerati biologici asserviti alle logiche di efficienza produttiva della macchina del consumo. Persino la psicoterapia, in alcune sue forme, collude con questa logica di asservimento dell’uomo alla produttività, all’efficienza e all’efficacia, che Lacan (1972) ha ben descritto nel suo “discorso del Capitalista”.

Da un mondo governato da Padri padroni, tabù, divieti e sensi di colpa nevrotici, siamo passati in pochi decenni a una società priva di Legge, senza Padri, ove l’unica legge è il consumo sfrenato del proprio godimento.

La lettera del padre di Marco Prato, in quest’ottica, appare agghiacciante. Nessun riferimento alle vittime della tragedia, nessuna scusa, nessun dubbio, nessun pensiero empatico nei confronti del dolore causato da suo figlio al povero Luca e alla sua famiglia. Quell’incipit nella sua lettera, «Sono sempre io, nonostante tutto», è un inno al narcisismo, ove non c’è spazio neppure per parlare del proprio figlio, ma solo di sé stesso e della propria carriera.

 

Nessuno può ergersi a giudice e nessun genitore è un modello perfetto: certamente no. Ma non è questo il punto, e il nostro pudore nel parlare di figli, che pone ciascun genitore di fronte a una missione “impossibile”, come ricordava Freud, non esime ciascun genitore dalla propria pesante responsabilità. L’esempio della responsabilità è la premessa per un comportamento etico, come insegna Max Weber, ma ciò impone anche una riflessione dolorosa sulle mancanze. Un appello alla de-responsabilizzazione, come quello che si può leggere nelle parole di questo padre, è un modello che può condurre solo a figli de-responsabilizzati.

Il Padre che rinuncia ad esercitare il proprio ruolo di garante della Legge, si auto-confina in uno spazio autistico nel quale non vede più che sé stesso: «Posso farcela, lo devo alla mia famiglia tutta, ai miei parenti, ai miei tanti amici».

Il Padre - «In questi giorni in cui la stampa ha fatto a brandelli la vita di tre famiglie colpite, ciascuna in modo drammaticamente diverso, si sono letti giudizi sommari, verità parziali o di comodo» - diviene lui l’unico protagonista, è lui vittima, è solo lui a soffrirne, solo lui a pagarne le ingiuste conseguenze per “colpa” del figlio”: è sempre “solo lui, nonostante tutto”.

 BIBLIOGRAFIA

  • GALIMBERTI U. (2007), L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli
  • LACAN J. (1972), Del discorso psicoanalitico, da “Lacan in Italia”, Salamandra, Milano, 1978
  • WEBER MAX (1916,1919), L’etica della responsabilità, a cura di Paolo Volonté LA NUOVA ITALIA, 2000

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Autore

alessandro.raggi
Dr. Alessandro Raggi Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 1997 presso La Sapienza - Roma.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Campania tesserino n° 5670.

17 commenti

#3
Dr.ssa Valeria Randone
Dr.ssa Valeria Randone

Caro Alessandro,
Ho molto apprezzato questo tuo articolo, unitamente alle riflessioni sull'importanza del "padre".

Tu scrivi:
"Il Padre che rinuncia ad esercitare il proprio ruolo di garante della Legge, si auto-confina in uno spazio autistico nel quale non vede più che sé stesso"

In effetti la figura del padre nella storia è sempre stata molto controversa, siamo passati dal "padre autoritario" - ai tempi dei nostri nonni, quando c'era una marcata scissione tra madre che accudisce e padre che punisce - al "padre assente" - tipico delle generazioni successive, ingessato ed algido, incapace di verbalizzare le emozioni - al "padre autorevole", teoricamente, dei nostri giorni.

Della figura materna si è tanto discusso, forse anche troppo, ma del padre non tantissimo.

È vero non esistono regole, né genitori perfetti, ma esiste la "responsabilità" data dal ruolo, come giustamente fai notare tu.

Il padre però, sembra essere associato esclusivamente alla sfera della virilità, del lavoro, del sostentamento economico, dell’autorità e delle regole, poco spazio viene dato invece all’importanza che questi assume sin dall’inizio della vita del bambino, anche nel modulare le emozioni e le pulsioni...


Galimberti, che hai citato e che io amo molto, sostiene che la figura paterna deve rappresentare il “custode prediletto della maternità”, deve cioè far sì che la madre possa occuparsi serenamente del nascituro, sostenuta e protetta dal compagno.

Ma chi sostiene il padre, nel diventare padre?

Ma gli uomini da chi imparano?
Quali modelli di riferimento hanno da poter seguire?
Nessuno, non hanno modelli e non vengono istruiti verso questa nuova avventura che è diventare padre, soprattutto in un momento storico di reale deriva di valori e di regole.

Sui padri in questione non c'è molto da dire, purtroppo.



Grazie per le tue riflessioni, un caro saluto.

Valeria

#4
Dr.ssa Angela Pileci
Dr.ssa Angela Pileci

Da sempre questi eventi generano in tutti noi disgusto e sgomento, perchè si tratta di gesti di violenza e quindi inspiegabili.
Questi episodi purtroppo ci sono sempre stati, sono sempre accaduti.
Certo, sorprende che persone apparentemente per bene, provenienti da contesti benestanti, e non dalle periferie disagiate, abbiano commesso un reato del genere.
Immediatamente questa storia mi ha fatto venire in mente
un episodio analogo che aveva destato lo stesso sgomento in passato e che è il massacro del Circeo, attuato negli anni Settanta e con diversi elementi in comune con la storia della morte di Luca.
C'è da domandarsi davvero se eventi del genere siano la sconfitta per tutti noi, per la società, per i modelli educativi.
Oppure se un assassino è semplicemente e solo un assassino.
Senza bisogno di scomodare analisi sociologiche col rischio quasi di "giustificare" il reato commesso.
E, peggio ancora, col rischio di dimenticarci di tutti quei ragazzi, pur nativi digitali e assorbiti dai social, dal consumismo e dalla velocità, che hanno dei valori, sanno portare rispetto al prossimo, sia egli disabile o vulnerabile, vogliono costruire il proprio futuro.

#5
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

@ Valeria Randone

"chi sostiene il padre, nel diventare padre?
Ma gli uomini da chi imparano?
Quali modelli di riferimento hanno da poter seguire?"

Poni un quesito realmente interessante. Non ho una risposta, o meglio, non riuscirei a formulare un pensiero adeguato in questo momento di fronte a un interrogativo così importante.
Grazie per la tua riflessione che stimola ad approfondire.

#6
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

@Angela Pileci,
grazie per le tue riflessioni, che mi portano ad approfondire alcune questioni.

Non ricordo la storia del Circeo, ma ricordo la storia dei ragazzi che gettavano sassi dai cavalcavia per puro divertimento e che uccisero alcune persone, tra le quali una giovane sposa appena partita per il suo viaggio di nozze.
Questi episodi però non è vero che sono sempre esistiti: sono il frutto della contemporaneità. Certo, non è facile sapere dove e quando siano iniziati, ma non sono le azioni efferate, gli omicidi che pure hanno contraddistinto l'umanità sino ai nostri giorni.

Un assassino - per questo - non è solo un assassino, almeno quanto un'anoressica non è soltanto un'anoressica. Ciò riesce molto difficile da pensare per chi è orientato rispetto a un certo modello del mondo: i cognitivismi e le terapie cognitivo-comportamentali non possono concepire un simile livello di differenziazione, tendono ad omologare, a raggruppare, a rendere uguale per forza ciò che uguale non sarà mai.
Personalità, organizzazione del pensiero, carattere, storie personali - tutte queste cose rendono di fatto incredibilmente differenti un caso dall'altro. Un assassino non è solo un assassino. Chi uccide per rabbia e per vendetta è diverso da chi uccide per la sua salvezza, per un ideale religioso o politico, per fame, per avidità, per brama di potere, o per pura e semplice noia.

Comprendere non vuol dire "giustificare", anzi: significa assumersi la piena responsabilità di fronte a qualcosa che cerchiamo di capire più a fondo. Capire e comprendere sono esattamente i passaggi che sono mancati a questi padri, ad esempio. Essi hanno solo "giustificato" e il giustificare è un atto privo di comprensione.

Certo che tra i nativi digitali vi sono ragazzi capaci di sentimento. Sappiamo che l'acqua bolle a 100 gradi, ma non sappiamo quale sarà la molecola a bollire per prima. La massa non è l'individuo, ma le spiegazioni sociali sulla collettività e sui cambiamenti psicologici collettivi consentono di cogliere i mutamenti che poi si manifestano nei singoli individui ben prima che diventino "normali": speriamo non accada mai.

#7
Dr.ssa Angela Pileci
Dr.ssa Angela Pileci

Alessandro,

"Questi episodi però non è vero che sono sempre esistiti: sono il frutto della contemporaneità. "
Ma a me risulta che sia la noia sia la crudeltà che spingono ad uccidere dell'essere umano ci siano sempre state e di tutto ciò vi sia traccia addirittura nell'Antico Testamento, che non è stato scritto proprio ieri. Purtroppo sì, l'uomo per noia, per divertirsi, per sperimentare, ecc... arriva a fare cose impensabili. Da sempre. Vero è che noi vorremmo scaraventare il più lontano possibile da noi tali fatti e facciamo tanta fatica a pensarli, a cercare di capirli e a motivarli (vedi nota della Paola sopra)

Ma soprattutto, prova a documentarti sui fatti del Circeo. Stesse circostanze. Fatti raccapriccianti. Documenti che io non sono mai riuscita a leggere fino alla fine perchè mi vengono i conati di vomito. E' davvero frutto della nostra società attuale, veloce e computerizzata? O è l'animo umano? O si tratta anche del fatto che, tanto tutto sommato, non c'è certezza della pena. I tre bravi ragazzi (ad eccezione di uno) che hanno stuprato e ucciso una ragazzina al Circeo "per occupare meglio il proprio tempo" non hanno mai fatto un solo giorno di galera, pur avendo precedenti per... stupro!
La reazione delle famiglie degli assassini? Vai a documentarti e ne leggerai delle belle!

Nella certezza dell'incertezza della pena, perchè non provare? sembra essere il "pensiero" di troppi oggi. O forse del non-pensiero. O forse del fatto che, tutto sommato, tutto si può risolvere e riaggiustare per gli assassini. Poi sono d'accordo sul fatto che qualche problema serio di deficit metacognitivo questi soggetti ce l'hanno di sicuro.
Ma per favore, un assassino è un assassino. Punto. Se poi la psicoanalisi vuole spiegare un omicidio con l'archetipo cattivo, l'edipo irrisolto, l'inconscio assassino, io ne prendo molto volentieri le distanze da modelli del genere, ben sapendo che da sempre l'uomo ha il libero arbitrio.

Quanto ai padri... ma quei genitori come possono provare a capire o a spiegarsi qualcosa che è davvero senza senso? Tu ci riusciresti al loro posto? Io no. Quei fatti sono inspiegabili e inconcepibili per la nostra mente, come lo è sempre l'omicidio e la violenza in genere.
Che possono dire quei genitori? Nulla, perchè probabilmente non riescono a spiegarselo, come non riusciamo a spiegare noi un fatto assolutamente insensato.


Buona domenica!

#8
Dr. Alessandro Raggi
Dr. Alessandro Raggi

E' utile aggiungere che intendendo questi episodi (e molti altri più o meno recenti) come frutto della contemporaneità, non s'intende banalmente che il contesto "crei" qualcosa dal non esistente.

Nell'attuale cultura del consumo, la dimensione sociale fondata sul potere dell'economia e dunque sulla necessità di misurare, pesare, standardizzare tutto, di rendere tutti efficaci, produttivi ed efficienti - che è poi l'etica di quelle terapie collusive con questa esigenza sociale come le cognitivo-comportamentali, le brevi strategiche e tutto quel filone cosiddetto "sintomatico" - assieme alla corrispondente spinta a un turbo-consumo sempre più sconnesso dalle esigenze e dai bisogni del soggetto, diviene in tal senso una fertile culla di coltura per le personalità psicopatiche, le cosiddette "perversioni" che molto bene descrive la psicoanalisi, ove l'altro da sé diviene esso stesso un oggetto di consumo.

I narcisismi maligni, le psicopatie, le perversioni, in una sorta di selezione antropologica inversa, sono favorite pienamente dal contesto nella loro scalata evolutiva. Assistiamo infatti, come clinici, a una progressione importante di queste condizioni, che essendo spesso legate a elementi di personalità, possono restare in molti individui in una soglia pre-morbosa, anche grazie a specifici contesti educativi e sociali che fungono in qualche modo da contenimento. Con lo sgretolarsi però delle soglie di limite e l'atrofizzarsi delle strutture normative istituzionali e familiari, il numero di episodi simili è purtroppo destinato (come sta avvenendo) a crescere, dato che il limite stesso viene a cadere proprio dall'esterno. La colpa e la vergogna appaiono sentimenti sempre più assenti.
Per tutti questi motivi, mi sono chiesto e mi chiedo se questa sorta di "evoluzione" potesse condurre persino a un'estinzione anticipata della psiche così come noi la intendiamo oggi, ovvero costituita da un soggetto dell'inconscio che si regge su meccanismi di rimozione.

#14
Ex utente
Ex utente

>>Un assassino - per questo - non è solo un assassino, almeno quanto un'anoressica non è soltanto un'anoressica. Ciò riesce molto difficile da pensare per chi è orientato rispetto a un certo modello del mondo: i cognitivismi e le terapie cognitivo-comportamentali non possono concepire un simile livello di differenziazione, tendono ad omologare, a raggruppare, a rendere uguale per forza ciò che uguale non sarà mai.

In realtà, esattamente il contrario. Proprio le terapie cognitive e cognitivo-comportamentali si sforzano di far parlare quelle organizzazioni di significato personale che sono "dietro" ai comportamenti.

Persino quelle orientate in senso più strettamente comportamentista, almeno da una trentina d'anni, ma forse di più, pongono la loro enfasi non su ciò che "accomuna" i comportamenti, ma sulla loro funzione, ovvero sul rapporto tra comportamenti, storia personale, funzionamento psicologico ed adattamento all'ambiente.

E nel farlo, proprio le terapie di orientamento più strettamente "comportamentista" come l'ACT fanno leva sull'assetto valoriale della persona, con un lavoro esplicito sui valori, sull'accoglimento e l'accettazione dei propri vissuti emotivi e sulla differenziazione del Sè, inteso come contesto in cui si colloca l'esperienza momento per momento.

#15
Dr.ssa Franca Esposito
Dr.ssa Franca Esposito

Caro Alessandro,
Ti ringrazio di questa bella discussione! Penso che confrontarci fra noi su questi temi sia il minimo che si possa fare!
Ti ringrazio di avere citato Lacan che ha parlato tanto sul "ruolo" del Padre. Essenziale per la formazione del figlio e purtroppo non sempre sufficientemente indossato con onore.
Se il ruolo del padre si sbrodola i figli si liquefano.
Ma non si deve cedere alla rassegnazione.
Vorrei sperare che fatti allucinanti come questo facciano riflettere un po' i troppi padri "amici/complici" per disimpegno morale e comodita' esistenziale!
Un grazie sentito!
Franca Esposito

#16
Utente 348XXX
Utente 348XXX

"Malatempora currunt". ho detto tutto

#17
Utente 287XXX
Utente 287XXX

Assurdo difendere un figlio così anche di fronte all'evidenza.
C'è da chiedersi appunto se non sia proprio questa indulgenza dei padri a aver reso i figli quello che sono diventati.
Un conflitto Edipico in piena regola.

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