Utente 176XXX
Salve, vi contatto nel tentativo di chiarirmi le idee riguardo alla terapia chirurgica della bartolinite.
Brevemente la mia storia clinica. Ho avuto il primo episodio di bartolinite nel 2007 trattato inizialmente con l’applicazione di sole creme locali; dopo 2 settimane senza risultati mi è stata aspirata con siringa la cisti (o ascesso? non mi è stata fornita una chiara diagnosi). In seguito all’aspirazione, la ghiandola si è notevolmente sgonfiata ma è sempre rimasta palpabile seppur di piccolissime dimensioni, dura al tatto e non dolente (nè invalidante nelle normali pratiche quotidiane). Ad ogni controllo ginecologico mi veniva consigliato di lasciare in sede la ghiandola finchè l’infiammazione non si fosse ripresentata, cosa avvenuta circa 3 settimane fa. Stavolta ho immediatamente intrapreso una cura antibiotica ma dopo qualche giorno, quando la ghiandola ha raggiunto le dimensioni di un arancio, provocava dolori e febbre, mi sono recata al pronto soccorso dove mi è stata semplicemente incisa e svuotata. La piccola incisione mi è stata lasciata senza sutura per consentire un drenaggio spontaneo cosa però non avvenuta (credo si sia subito rimarginata) ed infatti, a distanza di 2 settimane e dopo qualche giorno di beneficio, la parte si sta nuovamente gonfiando ed a diventare dolorante. Ho quindi consultato altri specialisti. Due su tre mi sconsigliano l’asportazione definitiva in una fase non acuta dell'infiammazione (entrambi sostengono che le ridotte dimensioni della ghiandola –in questo momento- comporterebbero una complicazione dell'intervento, paventando addirittura la rimozione del grande labbro!); di questi uno considera la marsupializzazione un intervento risolutivo l'altro invece sostiene che mi espone a recidive e mi invita a pazientare fino a quando non si sarà gonfiata alle dimensioni "giuste" per essere asportata. Un terzo medico mi dice che si può operare per la rimozione in qualsiasi momento o stato infiammatorio pertanto è propenso ad incisione o marsupializzazione indifferentemente per poi pianificare l'asportazione definitiva.
Immaginate la confusione del momento... In particolare vorrei capire:
- se concordate con la prassi di asportare al ghiandola solo in fase acuta di infiammazione (non è quindi un intervento pianificabile se non a rischio di esporsi ad inutili menomazioni)
- se considerate risolutiva la marsupializzazione e se anche questa deve essere effettuata in momenti particolari della fase ascessuale.
Saluti e ringraziamenti

[#1] dopo  
Prof. Ivanoe Santoro

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Gentile utente
esistono, di fatto, due quadri clinici benigni a carico della ghiandola del Bartholin: la cisti e l'ascesso.
La prima si configura come la dilatazione del dotto ghiandolare, in seguito alla sua occlusione, avvenuta per molteplici cause a livello del suo brevissimo tragitto, fino allo sbocco, grosso modo all'interno dell'aditus ad vaginam nel tratto corrispondente fra il terzo inferiore ed il terzo medio del grande labbro oorrispondente.
La seconda si ammette sia una evoluzione in senso infiammatorio della prima per l'effetto patogeno di germi in genere appartenenti a cocchi Gram positivi (ma non sempre), con i segni "cardine" dell'infiammazione locali, spesso e volentieri associati a disturbi di carattere generale (febbre, malessere generale, artralgie diffuse ecc.ecc.).
la terapia della prima (cisti) è solo chirurgico/ablativa, attraverso un intervento che veiene definito "il più grande dei piccoli interventi sulla vulva": l'asportazione della ghiandola in toto, inclusa la cisti del suo dotto (Bartolinectomia).
La terapia della seconda può essere a gradinata: medica nelle sue fasi inziali, chirurgica in quelle avanzate.
Le forme glgistiche si curano tramite l'applicazione locale di creme antibiotiche ed antiinfiammatorie, con simili farmaci per via generale, nel tentativo di bloccare il processo flogistico prima che evolva attraverso il flemmone prima e l'ascesso, poi, della cisti. Se non ci si riesce e l'ascesso si crea lo stesso, la terapia diviene chirurgica: la marsupializzazione, ovvero l'apertura dell'ascesso, il suo svuotamento completo (non sempre facile per pareti multiple interne) all'esterno e l'apposizione di una serie di punti di sutura che evertendo la capsula cistica verso fuori, assicurano un drenaggio per quanto più completo possibile del materiale purulento. Non trovano spazio terapie quali l'aspirazione attraverso siringa, del tutto inadeguate visto che l'ascesso, per sua stessa natura, è pluriconcamerato.
L'evoluzione della marsupializzazione non è la definitiva terapia del problema se non in pochi fortunati casi: nella gran parte delle volte, infatti, la cisti, col tempo, si riforma, permettendo, però, al Chirurgo, la sua rimozione in un secondo tempo attraverso la Bartolinectomia.
Speando di essere stato chiaro, la saluto.
Prof.Dr.Ivanoe Santoro
Spec.Ostetrico/Ginecologo
Resp. UOS di P.S.OST/GIN e Med.Perinatale Ospedale di Solofra(AV) Prof. Anatomia Umana Univ. Napoli

[#2] dopo  
Utente 176XXX

Gentilissimo Dr. Santoro,
intanto la ringrazio per la chiarezza e la completezza della sua risposta.
Il giorno successivo alla mia richiesta di consulto, l'ascesso ha drenato spontaneamente ed oggi, a distanza di 4 gg, la parte sembra del tutto sgonfia e non più infetta. Ovviamente permane la piccola cisti che è ancora palpabile al tatto.
Se ho ben capito, poichè sono comunque esposta a recidive, potrei valutare di pianificare una Bartolinectomia per rimuovere la ghiandola e porre fine a questo problema (mi conforma quindi che l'intervento non va fatto con l'ascesso in essere?).
A tal proposito, Le chiedo un parere circa la complessità di questo tipo di intervento. Come accennato, mi è stato descritto come un intevento molto "pesante" che comporta grossi rischi operatori ed arrittura la possibilità che debba essere asportato il grande labbro e con un decorso post operatorio lungo mesi.
Ancora ringraziamenti e saluti

[#3] dopo  
Prof. Ivanoe Santoro

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L'intervento di tipo ablativo (rimozione della ghiandola) non va eseguito con l'ascesso in essere ma con la cisti in essere (senza, quindi, sovrapposizioni di tipo infettivo-infiammatorio).
L'intervento, se ben praticato e da personale esperto, non è assolutamente nè menomante (la regione vulvare resta assolutamente la stessa di prima) nè associato ad un decorso post-operatorio difficile e/o lungo addirittura dei mesi!!!

si tratta di un intervento banale che consente una ripresa generale quasi immediata ed un ripristino delle condizioni locali dopo 10 - 15 giorni.

Nè più nè meno di una episiotomia al momento del parto.

Cordialmente.
Prof.Dr.Ivanoe Santoro
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[#4] dopo  
Utente 176XXX

Grazie per la pronta risposta.
Non mi resta che chiederle se può segnalarmi un collega a Roma che possa praticare questo intervento, perchè tutti quelli che ho consultato hanno espresso i pareri già descritti (sempre che la policy del sito lo consenta, in caso contrario mi scuso da subito per la richiesta).
Saluti ed ancora ringraziamenti

[#5] dopo  
Prof. Ivanoe Santoro

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Non conosco Colleghi a Roma specificamente dedicati a questa patologia che, le ripeto, è di comunissima gestione.
Più che un singolo Collega, può rivolgersi ad una singola Struttura.
Lì a Roma di strutture affidabili ve ne sono tante, sia Ospedaliere sia Universitarie.
Per esempio potrebbe recarsi a visita presso un ambulatorio presso il FBF dell'Isola Tiberina e sentire quello che i Colleghi le consigliano dopo il controllo.

Cordialmente.
Prof.Dr.Ivanoe Santoro
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