Utente
Buon pomeriggio,

ho visitato il Vs. sito oggi per la prima volta e mi pare ben fatto. Io avrei bisogno di un consulto di tipo psichiatrico, perché non so più come comportarmi e - soprattutto - quali parole usare con il mio compagno non-convivente (per ragioni di lavoro, spazio ed economiche) per convincerlo a farsi seguire di nuovo da uno specialista. E' una persona con un passato traumatico ed una personalità ansiosa e psicologicamente instabile già dall'infanzia (per quello che mi ha detto lui e che ho raccolto come testimonianza da altri). Lui adesso ha 42 anni, assume paroxetina (40 mg pro/die) da tanti anni (6 o 7) consecutivi. In passato ha preso sia paroxetina che tanti altri psicofarmaci: su questi ha dato un valido contributo ai medici ospedalieri (dove era ricoverato in psichiatria) per redigerne i bugiardini, che - mi racconta - adesso sono molto più ampi di prima e molti sintomi non erano noti quando provava a curarsi con quei farmaci. Ora sta andando avanti con la paroxetina, però non si fa più seguire da nessuno specialista. Il suo medico curante ogni tanto prova a dirglielo, ma lui niente, prende la ricetta dei farmaci e quella della visita la getta nel cestino. Io sono preoccupata, perché anche se è vero che gli attacchi di panico non lo assediano più, in realtà il suo comportamento è ancora troppo sbilanciato. Ha degli attacchi d'ira, il ritmo cardiaco gli si altera moltissimo in questi momenti e sembra che si senta male. Spesso è successo che durante queste esplosioni iraconde si sia ferito prendendo a pugni porte, muri o vetrate, oppure ha creato danni ad oggetti appartenenti a terzi, che gli sono costati molti € e che hanno peggiorato il suo stato d'ansia e di rabbia generale. Purtroppo non viviamo insieme e questo rappresenta un grosso svantaggio, perché quando sta con me - se è a casa mia - diventa più sereno, più comunicativo e aperto verso gli altri. Quando è nella sua casa - nella quale vive in condizioni di barbonaggio piuttosto serio (ho ragione di credere che nel disordine totale della sua casa vivano anche topi, perché ne abbiamo trovato gli escrementi, ma non si riescono mai a vedere) - il suo carattere è irascibile, nervoso, rifiuta aiuto, mi impedisce di fare alcunché e io mi sento sempre più impotente. Il mio desiderio sarebbe di fargli almeno avere una casa, un nido, un rifugio dall'aspetto per lo meno decente! Ho interessato gli assistenti sociali della sua città (lo conoscono bene per la gravità della sua storia) ma non ho ottenuto niente, nessuno si prende la briga di andare a trovarlo, di farsi aprire la porta almeno per farlo vergognare un pochino di quello che si vede già dalla soglia di casa ... l'unica che ha il coraggio di entrare da lui, mangiarci (non vi dico con quali difficoltà igieniche)e, talvolta, passarci anche la notte sono io. Io però non gli faccio pesare tutto questo, non lo sgrido alzando la voce. Cerco di parlargli ragionevolmente, dicendogli che la sua casa ha bisogno di una bella risistemata, e che, se lui vuole, quando vorrà, potrà contare sul mio aiuto. Lui sembra contento di quello che gli dico, sembra convenire sul fatto che ho ragione, ma continua a lasciar andare tutto, a non pulire, a non sistemare quello che c'è da sistemare. Nessuno dei suoi parenti è mai andato a trovarlo. Tutti sanno che lui è così e tutti lo evitano. Gli assistenti sociali dicono che deve andare lui da loro e non viceversa. Perchè lui sia così sarà dovuto sicuramente a fattori intrinseci di personalità, ma anche ambientali di storia vissuta. Ho letto la storia di un utente ancora giovane (29 anni), laureato in farmacia (anche il mio compagno studiava farmacia) e abile nel suo lavoro, che dice della sua infanzia le stesse cose che dice il mio partner. Solo che al mio partner è accaduto qualcosa di tremendo quando aveva 21 anni: i suoi genitori sono morti in una strage simile a quella di Erba. L'assassino non era un povero disgraziato, ma un vicino di casa ricco, possidente, razzista verso i meridionali italiani e verbalmente violento contro tutti. Perciò processo penale invalidato dalla perizia di persona incapace di intendere e volere all'atto dell'omicidio. E allora processo civile. Non ancora terminato. Non ancora pagato il risarcimento. Tutti i beni dell'assassino, sequestrati dal tribunale, ma sui quali il tribunale non vigilava: spariti! Risposte mafiose dai giudici e dal presidente del tribunale. Giornalisti che volevano indagare: sbattuti fuori. Avvocati che parevano voler difendere: facevano il gioco dell'assassino. Ricorso al tribunale dei diritti dell'uomo di Strasburgo: bocciato per un errore formale ... e migliaia di euro da pagare per spese legali!(lo prevede la legge!) ... smbra quasi che dietro tutta questa storia orribile ci sia un complotto contro l'umile famiglia del mio compagno. Lui vorrebbe veder sparire tutta l'Italia sotto uno tsunami, odia tutto e tutti. Bestemmia spesso, soprattutto in pubblico, maledice le istituzioni, maledice i professionisti corrotti, sembra Dante che recita l'Inferno: ne ha una per tutti. Cerco di farlo ragionare, dicendogli che il suo è un atteggiamento generalista e generalizzante, che ci sono sì i cattivi in Italia, ma ci sono anche tante brave persone che si danno da fare, che vivono per gli altri più che per se stessi ... l'unica cosa che mi risponde è che "sarà peggio per loro se non capiranno di dovere andare via, il più lontano possibile da questo paese". Ho lottato per tanti anni cercando di assisterlo e di aiutarlo a trovare un equilibrio, ma l'ottimismo di riuscire mi è finito. Ho finito le parole, ho finito l'energia. Ho preso per lui appuntamenti da specialisti dicendogli che bastava che si presentasse (con o senza di me, non mi è mai interessato) il tal giorno alla tal ora e mi ha sempre fatto disdire. Io non so proprio più cosa inventarmi per spingerlo a riprendere in mano le redini della sua vita. Lui è innamorato di me, mi stima, mi pensa, mi desidera, mi giustifica quando sbaglio, è un compagno amabilissimo, sensibilissimo, ha saputo aiutarmi a rivedere certi miei atteggiamenti negativi verso la mia famiglia, mi ha aiutata tantissimo, ma per quanto riguarda la relazione che ha con me, con i suoi amici, con i suoi parenti e anche con il lavoro, lui non vive nel presente. Non lo vedo impegnato per fare qualcosa oggi che possa rendere migliore il domani. Che io mi senta accolta, per esempio, a casa sua, è un'idea che gli passa per la mente ogni tanto, ma non si attiva per realizzarla. Dice che casa sua è come una discarica, ma dice anche che lui si trova in questa condizione per quello che gli è successo. Non lo vedo attivo per cercare di costruire un futuro insieme. Io non ho mai deriso le sue difficoltà, ho sempre detto che non tutti i momenti sono uguali, che bisogna anche saper aspettare tempi migliori. Penso però di aver bisogno di aiuto perché è un tipo "tosto", io ho qualche anno in meno di lui, non ho intenzione di fargli da mamma, vorrei un rapporto alla pari, vorrei sapergli dire le parole giuste al momento giusto e vedere che le mie "sagge parole" (come lui le definisce) non cadono nel vuoto. Vorrei essere brava a dirgli le parole giuste come lo è stato lui con me. Il mio rapporto con la mia famiglia era un po' in crisi e lui mi ha aiutata a rimetterlo in sesto. Perché non riesco a fare altrettanto nel suo rapporto con la realtà, quella fatta di piccoli momenti, di piccoli impegni e piccole responsabilità - come quella di farsi seguire da uno specialista che monitori gli effetti della paroxetina e che lo introduca ad una sana terapia comportamentalista?
Se potessi avere questo prezioso consiglio, sarebbe una bella spinta per cercare di aiutare una persona veramente sfortunata e disperata a ritrovare un po' di equilibrio e di aspettativa verso il futuro!
Grazie per la pazienza nel leggere questo lunghissimo messaggio!

[#1]  
Dr. Stefano Garbolino

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Gentile utente,
la sua complessa e travagliata situazione appare in effetti necessitare sia di una valutazione da parte dei servizi territoriali (psichiatria, servizi sociali) sia di un rimando forte: è davvero pericoloso effettuare terapie in autonomia sia perchè è necessario un monitoraggio clinico sia perchè le condizioni di salute possono essere cambiare e può rendersi necessario un altro tipo di intervento o di farmaco.
Le consiglio pertanto di farsi aiutare dal medico di medicina generale al fine di garantire una presa in carico del suo compagno davvero efficace.

Cordialmente.

Stefano Garbolino
Cordialmente
www.psichiatriasessuologia.com

[#2]  
Attivo dal 2007 al 2012
Gentile utente,
concordo con il parere del collega che mi ha preceduto.

Cordiali saluti
Giuseppe Ruffolo

www.psichiatria-online.it
www.psichiatria-online.it/dlog/ "pillole" sul disturbo bipolare

[#3] dopo  
Utente
Gentilissimo Dott. Garbolino,
Gentilissimo Dott. Ruffolo,

Vi ringrazio per la Vostra solerte risposta. Spero che si aggiungano ancora pareri di altri colleghi. Vorrò mostrare il mio quesito e il Vs. consulto agli assistenti sociali della città dove vive il mio compagno. Cominciando qualche anno fa, per molti, molti mesi ho inviato al responsabile dei servizi sociali e per conoscenza al sindaco e alla segreteria del sindaco il mio messaggio (lunghissimo e dettagliatissimo, con nomi e cognomi)dove chiedevo supporto per questo caso, ma niente da fare. Nessuno mi rispose, anche se io li bombardai con una certa insistenza! Per altre vie sono venuta a sapere che avevano letto i miei messaggi e mi meraviglio che non abbiano considerato il caso come bisognoso di intervento. Alla fine, tramite l'intercessione di un parente, dai servizi sociali ci è andato lui stesso, per confermare soltanto che di assistenza se ne occupano solo in termini pecuniari: la regione destina una quota ogni anno alla quale il servizio sociale può attingere per assistere finanziariamente quelli che si rivolgono a loro e che non superano una soglia (bassissima) di reddito. Basta avere un reddito da operaio che già non si rientra più tra i bisognosi di assistenza. Di assistenza "su misura" (in questo caso prevalentemente psicologica) neanche se ne parla. Credevo che il servizio sociale valutasse caso per caso il tipo di assistenza necessaria, invece non è proprio così. Gli unici ad assisterlo "socialmente" siamo io e i miei genitori, che lo considerano come un figlio: però sono sbalorditi dalle situazioni in cui si caccia e a causa delle quali lottiamo per tirarlo fuori. Poi resta il fatto che abitiamo in un'altra città e i contatti purtroppo non possono essere frequenti. Il suo medico curante mi conosce, l'ho chiamato già alcune volte per chiedergli di raccomandarsi con lui di eliminare o perlomeno limitare al massimo vino e birra, e soprattutto per chiedergli di farsi vedere dallo psichiatra, ma si vede che i medici di base hanno troppi pazienti per poter stare dietro ad uno particolarmente problematico come il mio partner. Di solito al medico di base capita almeno una volta di andare a casa di un paziente: a casa di [...] mai! Il mio compagno non l'ha voluto chiamare neanche quando aveva la febbre a 39,5°: si è alzato, si è vestito ed è andato a farsi vedere all'ambulatorio... io con una temperatura simile se mi metto al volante dell'auto rischio di svenire mentre guido, mettendo in serio pericolo la vita degli altri, una cosa del genere non la farei mai. Ora spero che questo scambio di messaggi possa sensibilizzare meglio chi di dovere, perché non si tratta di un bambino viziato, ma di una persona che ha subito e continua a subire un destino crudele. Spesso pensiamo ai familiari delle vittime di Ustica, della strage di Bologna: come vivono, come vivranno? Ad alcuni il governo ha riconosciuto lo status di familiari di vittime per strage per cui verranno concesse loro alcune agevolazioni, ma quante persone in Italia vivono nel sommerso, bisognose di aiuto psicologico, ma ignorate da tutti e in primo luogo dalle preposte istituzioni? Vi ricordate quella coppia di impiegati in pensione che vivevano in casa propria come barboni? Le loro condizioni furono denunciate dalla figlia quando li trovò morti nel loro appartamento. Avevano bisogno di più denaro? Non credo. Ma forse avevano bisogno che i servizi sociali della loro città si rendessero conto del loro stile di vita e li prendessero in carico con l'obiettivo di ripristinarne i minimi di sussistenza. Ammetto di essere molto polemica e se ho indignato qualcuno chiedo scusa. Però io vivo da vicino la vicenda di una vittima di un fatto grave e sanguinoso, una gioventù che è stata spezzata, un bisogno estremo - per la maggior parte ancora insoddisfatto - di affidarsi a qualcuno che prenda il posto dei genitori che non ci sono più, che non consigliano, che non educano, che non sostengono più (e hanno smesso in un'età balorda, quando per la società sei già maggiorenne e te la devi cavare da solo, ma per la famiglia sei ancora una persona che non ha finito il suo percorso educativo: ed è vero!) così a volte mi viene da pensare: e se io adesso avessi solo 20 anni e accadesse a me la stessa cosa? ... al pensiero di non poter contare su quello che il diritto del nostro paese avrebbe stabilito sulla carta la mia risposta è: non so come reagirei!! Quelli che dicono di credere nella giustizia delle istituzioni a noi paiono degli illusi, e se a loro va bene: beati loro! Vi ringrazio infinitamente di tutti i pareri/consulti espressi su questo caso e Vi saluto cordialmente.