Utente 117XXX
Salve, durante l'ultima seduta di psicoterapia, seduta in cui ho fatto "arrabbiare" la mia psichiatra, è uscita questa nuova terminologia:pulsione di annullamento. Frequento da un anno e mezzo l'ambulatorio di psichiatria di un ospedale della mia città, sono in cura con cipralex 20 mg tolep 300 mg 1 cps al di, e fino al nostro ultimo incontro non ho mai avuto il coraggio di chiedere quale fosse la mia patologia.
Per spiegare meglio devo tornare indietro di qualche seduta. Nel penultimo incontro la dott mi disse che avrei dovuto prendere in considerazione l'idea di proseguire la mia terapia in un altro luogo ed eventualmente con un altro medico,bisognava andare più a fondo, bisognava fare un lavoro più curato, avevo solo aperto un'occhio sulla mia patologia e ora bisognava capire se intendevo continuare o fermarmi, ha avvalorato questa proposta con la giustificazione che in ospedale un lavoro così certosino non era fattibile per via delle urgenze che si presentano in reparto, a volte mancano stanze per svolgere le sedute,ecc. la proposta mi aveva lasciato esterrefatta, cambiare medico? ricominciare di nuovo? e poi non ultimo l'aspetto economico. Ci sono rimasta male, ho pianto, ho espresso il mio dissenso, ci siamo lasciate con un "ci pensi ne riparliamo la prossima volta" Una volta a casa mi sono sentita arrabbiata, con lei che cercava di mollarmi e con me per non essere riuscita a impegnarmi a sufficienza nella guarigione, così ho smesso di prendere il cipralex , le avrei dimostrato che potevo farcela.
Nell'ultima seduta, ero partita con un "mi dica che percorso aveva in mente per me, quale sarebbe la cosa migliore da fare", volevo essere accomodante e avevo paura di perdere quel rifugio che rappresenta per me la seduta, avrei cercato di farmi andare bene tutto ,e invece dopo quell'esordio me ne sono uscita con un "ho interrotto la terapia farmacologica", ho visto la delusione nei suoi occhi, forse anche rabbia e mi ha detto "o lei non vuole riconoscere la sua malattia, o è la malattia stessa che le impedisce di vedere, lei così mi sta facendo fuori, sta disconoscendo tutto il lavoro fatto in questo anno e mezzo, lei non viene qui per chiaccherare, io non sono una sua amica, io sono il suo medico, se lei viene qui è per farsi curare e la sua patologia si chiama pulsione di annullamento". Ho cercato un po' su internet, non trovo nulla che spieghi bene di cosa si tratti, se non episodi macabri di cronaca, ma io ho due figli e non ho mai fatto nulla per metterli in pericolo e mi sono sempre occupata di loro. Durante la terapia altri sono gli aggettivi che mi ha rivolto, onnipotente, anaffettiva , il sentirmi indegna, ma questa pulsione di annullamento non la capisco e non mi ci riconosco.
Io avevo dapprima pensato di essere depressa, poi di soffrire di qualche disturbo psichico dovuto ad abusi subiti durante l'infanzia, poi di essere solamente tanto stressata. Vorrei tanto il parere di qualcun'altro. Grazie

[#1] dopo  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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È giunto il momento di sentire il parere di un altro specialista ovviamente in visita diretta.

Lei ha solo accelerato un evolversi naturale della sua storia clinica.

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[#2] dopo  
Utente 117XXX

La ringrazio dott. Ruggiero di avermi risposto in così breve tempo, sono stata sicuramente troppo prolissa, perché non ha risposto alla mia domanda e cioè cos'è la pulsione di annullamento. Comunque visto che concorda con la mia psichiatra di rivolgermi ad altro medico, secondo lei ci troviamo di fronte ad un fallimento della terapia? Il pensiero di dover cambiare medico e punto di riferimento mi fa venir voglia di lasciar perdere tutto, sono riuscita ad aprirmi con lei e ad instaurare questo tipo di rapporto perché è entrata nella mia vita in un momento in cui ero particolarmente fragile, ma ora che mi sento più forte e ricomposta non credo sarei in grado di ricominciare.

[#3] dopo  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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La pulsione di annullamento non esiste.

Utilizzare tanti paroloni e poi decontestualizzarli non è una operazione utile.

Il problema non è il suo ma della sua psichiatra che ha un vocabolario forbito di aggettivi ma che nella sostanza non portano ad alcun risultato.
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