Non mi riconosco più

Due anni fa dopo una lunga e terrificante malattia è morto mio padre.
Ho sofferto terribilmente ma non ho potuto nemmeno esternarlo perché la mia famiglia e il mio lavoro mi hanno assorbita completamente.
Tutti avevano bisogno di me e anche se ero a pezzi nessuno lo ha capito o se n’è interessato fino in fondo.
Mio marito mi è stato vicino a modo suo, davanti a lui ho sempre dovuto fingere di stare bene perché era completamente incapace di sopportare e supportare il mio malessere.
Ora mio suocero è malato, lo vedo soffrire terribilmente, eppure io non sento niente.
Sono completamente impermeabile e indifferente in realtà a tutte le sofferenze degli altri, non so come possa essere successo, io piangevo anche per le pubblicità! Mi sento in colpa ma devo dire con sincerità che fatico a provare pena per qualcuno, sono proprio disinteressata.
In ogni caso, non sono interessata al dolore di nessuno a parte dei miei figli, mia madre, mio fratello.
Non ho nemmeno voglia di sostenere mio marito perché il suo dolore non mi tocca, anzi, ho rabbia verso di lui perché non mi ha sostenuta come avrei voluto quanto ne ho avuto bisogno.
È come se per sopravvivere al dolore avessi creato una corazza che ora mi rende impermeabile a qualsiasi cosa.
Mi chiedo sarà per sempre così?
Non voglio essere una persona arida, non lo sono mai stata, anzi, ma oggi non mi riconosco proprio più.
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Dr. Mariateresa Di Taranto Psicologo 159 17 3
Gentile utente,

mi dispiace profondamente per ciò che ha vissuto e continua a vivere: la perdita di suo padre, il lungo e logorante periodo che l'ha preceduta, nel quale ha dovuto fare i conti con la fragilità di una persona forse un tempo percepita forte, con la malattia e la finitezza; con la stanchezza, lo sfinimento, le speranze rivelatesi vane, l'impotenza.
Racconta di non aver potuto esternare il dolore, che dunque è rimasto incistato dentro di lei, formando una corazza che se da una parte la difende dalla sofferenza, dall'eventuale indisponibilità dell'altro, dall'altra la isola ancora di più, allontanandola forse da persone che potrebbero comprenderla e accoglierla.
Infatti lei e suo marito potreste incontrarvi nel dolore, nel reciproco bisogno di essere compresi e sostenuti, se non adesso, magari tra un po'.
Però affinche' ciò avvenga, sarebbe necessario che almeno uno dei due faccesse un piccolo passo verso l'altro, che fosse disposto ad esporsi.

Soffriamo perché siamo vivi, umani, vulnerabili, ma proprio per questo, anche capaci di gioire, desiderare, amare ed essere amati.
Anche nei momenti più bui è possibile, prima o poi, scorgere la luce; alla disperazione può subentrare la consolazione.

Rispetto al suo definirsi "arida", a volte siamo o diventiamo quel che abbiamo bisogno di essere. Quindi non dovrebbe sentirsi in colpa. E rispetto al "sarà per sempre così?" può avere la possibilità di agire in tal senso; può scegliere di attraversare il dolore, di incontrarsi, capirsi e capire.
Le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico per esprimere il suo dolore, strutturare un modo per imparare a sentirlo, a pensarlo per poi trasformarlo.
Potrà anche stare con sé stessa e trovare nello psicologo un testimone delle sue ferite che forse, per il momento, non ha trovato in nessun altro, disposto a farsi carico di una parte del suo dolore, sottraendola così alla solitudine.
Potrebbe comunque provare ad accogliersi, a rivolgere alle sue ferite uno sguardo indulgente, ad avere pazienza, speranza; rispondendo al dolore e alla paura con la tenerezza.

Cordiali saluti.

Psicologa e Assistente Sociale
www.psicosocialmente.it

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Utente
Utente
La ringrazio infinitamente per la sua comprensione e i suoi consigli che seguirò senza dubbio alcuno .
Cari saluti .