Con tale situazione globale svanisce il sogno di allontanarsi dalla famiglia e di evolversi?

Salve gentili dottori,
Sono un ragazzo di 28 anni e da almeno 2-3 anni avevo il sogno di andare via dalla mia famiglia, di creare una mia indipendenza sia economica che sociale.

Dico questo perché vivo in un clima che non mi piace affatto, i miei genitori mi controllano molto e mi influenzano in continuazione, ogni giorno mi ritrovo ad avere a che fare con persone e situazioni che non voglio nella mia vita, ho scarsa scelta perché non lavoro e una mia autonomia è inesistente.

Non sto qui a raccontarvi tutti i motivi per cui "volevo" andare via, ormai non è più quello il punto del consulto.


Vorrei concentrarmi secondo voi sul fatto che ormai ha senso cambiare strategia?
Ovviamente parlo del costo della vita insostenibile, con l'aggiunta di questa ennesima guerra.
Quindi rimango a casa con i miei nel pieno di questa sofferenza?
Perché è l'unica sicurezza economica che ho, ho provato a cercare lavoro altrove ma o cercano laureati, o pagano una miseria per poter permettersi un affitto oppure la montagna da scalare per crearsi una propria indipendenza è troppo alta a prescindere, per cui mi chiedevo come potrò affrontare questo futuro?
Insomma sono intrappolato, nel mio minuscolo paese sperduto tra le montagne non ho speranze di crescita e indipendenza, altrove potrei avere una vita più "calma" e che rispecchi il mio essere.

Quindi attualmente vivo in modalità sopravvivenza, ma per che tutto quello che sta succedendo penso che continuerò a farlo ancora per tanti anni... Non ho alternative...
Dr. Benedetto Vivona Psicologo 44 4
Gentile,

da ciò che scrive emerge con forza una sensazione di intrappolamento che non riguarda soltanto la situazione economica o abitativa, ma una condizione più ampia di dipendenza, controllo e mancanza di spazio personale che sembra accompagnarla da tempo. In questo senso, la sofferenza che descrive appare comprensibile e non riducibile a una semplice difficoltà contingente legata al costo della vita o al contesto storico attuale.

Il desiderio di andare via, che per anni ha rappresentato per lei una meta e una prospettiva di salvezza, sembra oggi scontrarsi con una realtà percepita come insormontabile. Quando questo accade, spesso il rischio è quello di vivere il presente come una sospensione indefinita, una modalità sopravvivenza in cui si resta fermi non perché lo si scelga davvero, ma perché non si intravedono alternative praticabili. Questa condizione, nel tempo, può alimentare senso di impotenza, rassegnazione e una progressiva riduzione della fiducia nelle proprie possibilità.

La domanda che pone, se abbia senso cambiare strategia, è importante, ma forse può essere riformulata. Più che chiedersi se oggi sia realistico andarsene o restare, può essere utile interrogarsi su che tipo di autonomia sia possibile costruire anche prima, o indipendentemente, dal trasferimento fisico. L’indipendenza, infatti, non coincide solo con l’uscita di casa, ma riguarda anche il modo in cui una persona riesce a pensarsi come soggetto separato, con desideri, limiti e scelte proprie, anche in un contesto che resta vincolante.

Il rischio, altrimenti, è che l’impossibilità di andarsene venga vissuta come una condanna totale, e che ogni difficoltà esterna confermi l’idea di non avere margine di manovra. In questi casi, la sofferenza non deriva solo dalle condizioni oggettive, ma dal sentirsi senza alcun potere interno di incidere sul proprio percorso.

Il fatto che lei riconosca che il clima familiare la influenza e la controlla è un passaggio significativo. Questo suggerisce che il lavoro, in questa fase, potrebbe concentrarsi non tanto sulla scelta immediata resto o parto , ma sul comprendere come proteggere e differenziare il suo spazio psichico, riducendo l’impatto di un contesto che oggi sente soffocante. Paradossalmente, costruire questo spazio interno è spesso ciò che rende, in un secondo momento, più possibile anche un cambiamento esterno.

Il futuro che oggi le appare bloccato non è necessariamente immutabile, ma è comprensibile che, visto dal punto in cui si trova ora, venga percepito come tale. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a lavorare proprio su questo senso di immobilità, distinguendo ciò che al momento non è modificabile da ciò su cui, gradualmente, può iniziare a esercitare una forma di scelta e di progettualità, anche minima.

Non avere alternative oggi non significa non poterne costruire nel tempo, ma perché questo accada è importante che la sofferenza non resti confinata nella sola logica della resistenza. Dare parola a questo vissuto, come sta facendo qui, è già un primo passo per uscire dalla sensazione di essere completamente intrappolato.

Un cordiale saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
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