Relazione, scarsa comunicazione
Buonasera, scrivo perché sento il bisogno di avere un punto di vista esterno su una situazione che mi sta creando molta confusione.
Ho 24 anni e sono fidanzata da circa 8 anni con un ragazzo di 25.
Ci teniamo l'uno all'altra, ma da tempo percepisco un problema difficile da ignorare.
Sento che tra noi manca una vera comunicazione nel quotidiano.
Le nostre conversazioni sono quasi sempre limitate ad aspetti pratici o alla routine, spesso legati alla sua giornata in realtà.
Quando provo ad aprire discorsi un po’ più articolati o riflessivi (ad esempio su ciò che studio o su temi che mi interessano), lui tende ad ascoltare ma difficilmente approfondisce o contribuisce attivamente alla conversazione.
Spesso le conversazioni si interrompono rapidamente e questo mi lascia una sensazione di vuoto.
Abbiamo percorsi e modalità di pensiero diversi: lui è una persona molto pragmatica, ha iniziato a lavorare presto e non ha proseguito gli studi dopo il diploma; io invece sto per laurearmi in medicina, leggo molto e ho un forte bisogno di confronto, scambio di idee e stimoli mentali.
In alcuni momenti questa diversità mi arricchisce, ma in altri mi pesa molto e mi fa sentire poco incontrata a livello mentale ed emotivo.
Negli ultimi tempi mi capita di sentirmi spenta all’interno della relazione, come se mancasse qualcosa di fondamentale per il mio benessere.
Allo stesso tempo, mi interrogo su me stessa: mi chiedo se sto attribuendo troppo peso a questo aspetto o se sto cercando in lui qualcosa che forse dovrebbe essere distribuito anche in altre relazioni (ad esempio amicizie più presenti nella mia quotidianità, che al momento mi mancano nella mia città; ho delle amiche dell'università che sento e vedo, ma non quotidianamente).
Mi trovo quindi in una situazione di ambivalenza: da un lato il legame affettivo, gli 8 anni insieme da quando eravamo più piccoli, dall’altro un senso crescente di insoddisfazione e mancanza di connessione.
Gli unici momenti di "reattività" sono i litigi, che a volte inconsciamente forse ricerco per sentirmi "connessa", paradossalmente, a lui.
Vorrei capire:
- se questa mia esigenza di comunicazione e stimolo è un bisogno legittimo o eccessivo;
- quanto sia possibile lavorare su una differenza di questo tipo all’interno della coppia;
-se magari sto sovraccaricando la relazione di richieste e aspettative che magari dovrei soddisfare altrove, in altri rapporti, accettando che lui sia diverso da me
Vi ringrazio anticipatamente
Ho 24 anni e sono fidanzata da circa 8 anni con un ragazzo di 25.
Ci teniamo l'uno all'altra, ma da tempo percepisco un problema difficile da ignorare.
Sento che tra noi manca una vera comunicazione nel quotidiano.
Le nostre conversazioni sono quasi sempre limitate ad aspetti pratici o alla routine, spesso legati alla sua giornata in realtà.
Quando provo ad aprire discorsi un po’ più articolati o riflessivi (ad esempio su ciò che studio o su temi che mi interessano), lui tende ad ascoltare ma difficilmente approfondisce o contribuisce attivamente alla conversazione.
Spesso le conversazioni si interrompono rapidamente e questo mi lascia una sensazione di vuoto.
Abbiamo percorsi e modalità di pensiero diversi: lui è una persona molto pragmatica, ha iniziato a lavorare presto e non ha proseguito gli studi dopo il diploma; io invece sto per laurearmi in medicina, leggo molto e ho un forte bisogno di confronto, scambio di idee e stimoli mentali.
In alcuni momenti questa diversità mi arricchisce, ma in altri mi pesa molto e mi fa sentire poco incontrata a livello mentale ed emotivo.
Negli ultimi tempi mi capita di sentirmi spenta all’interno della relazione, come se mancasse qualcosa di fondamentale per il mio benessere.
Allo stesso tempo, mi interrogo su me stessa: mi chiedo se sto attribuendo troppo peso a questo aspetto o se sto cercando in lui qualcosa che forse dovrebbe essere distribuito anche in altre relazioni (ad esempio amicizie più presenti nella mia quotidianità, che al momento mi mancano nella mia città; ho delle amiche dell'università che sento e vedo, ma non quotidianamente).
Mi trovo quindi in una situazione di ambivalenza: da un lato il legame affettivo, gli 8 anni insieme da quando eravamo più piccoli, dall’altro un senso crescente di insoddisfazione e mancanza di connessione.
Gli unici momenti di "reattività" sono i litigi, che a volte inconsciamente forse ricerco per sentirmi "connessa", paradossalmente, a lui.
Vorrei capire:
- se questa mia esigenza di comunicazione e stimolo è un bisogno legittimo o eccessivo;
- quanto sia possibile lavorare su una differenza di questo tipo all’interno della coppia;
-se magari sto sovraccaricando la relazione di richieste e aspettative che magari dovrei soddisfare altrove, in altri rapporti, accettando che lui sia diverso da me
Vi ringrazio anticipatamente
Gentile ragazza,
quello che descrive è un vissuto molto lucido e, soprattutto, profondamente onesto. Non c’è nulla di sbagliato in ciò che sente: al contrario, sta cogliendo con grande chiarezza una dinamica centrale della sua relazione, senza negarla né semplificarla.
Partirei proprio da una delle sue domande: il bisogno di comunicazione, confronto e stimolo mentale non è eccessivo. È un bisogno legittimo, che spesso emerge con più forza in una fase della vita come la sua, in cui sta crescendo, studiando, ampliando il proprio mondo interno e il modo di pensare. Quando questo movimento evolutivo non trova un rispecchiamento nella relazione di coppia, può comparire quella sensazione di vuoto che descrive molto bene.
Allo stesso tempo, è importante distinguere due livelli. Da una parte c’è ciò che lei cerca nella relazione: connessione, scambio, vitalità mentale ed emotiva. Dall’altra c’è la persona che ha accanto, con il suo modo di essere, la sua storia e le sue risorse. Il punto critico non è tanto la differenza in sé che in molte coppie esiste ed è anche arricchente ma quanto questa differenza sia negoziabile e quanto lei riesca a sentirsi comunque incontrata nei suoi bisogni fondamentali.
Lei stessa coglie un passaggio molto significativo quando dice che a volte cerca il litigio per sentirsi connessa. Questo è un indicatore clinicamente importante: quando il conflitto diventa uno dei pochi momenti di intensità emotiva e di contatto, spesso significa che nel quotidiano manca uno spazio di scambio vivo e partecipato. Non è tanto il litigio in sé, ma il bisogno di sentire qualcosa insieme .
Un altro aspetto che merita attenzione è la sua riflessione sul rischio di sovraccaricare la relazione. È una domanda molto matura. Nessuna relazione può soddisfare tutti i bisogni di una persona, e una parte dello stimolo intellettuale e del confronto può certamente essere trovata anche in amicizie, contesti universitari, interessi personali. Tuttavia, questo non significa che il bisogno di sentirsi mentalmente ed emotivamente connessi al proprio partner sia secondario o trascurabile. È un bisogno strutturale della relazione, non un di più .
La vera domanda, quindi, non è se lei stia chiedendo troppo, ma se questa relazione, così com’è oggi, ha la possibilità di evolvere verso una forma in cui lei possa sentirsi sufficientemente nutrita, oppure se la distanza tra voi su questo piano resti significativa nel tempo.
Su questo è possibile lavorare, ma con una condizione: che anche il suo partner riconosca il tema e sia disposto, almeno in parte, a mettersi in gioco su questo livello. Non si tratta di cambiare chi è, ma di vedere se può ampliare il proprio modo di stare nella relazione. Se invece questa apertura non c’è, il rischio è che lei si trovi progressivamente a ridurre o a silenziare una parte importante di sé per mantenere il legame.
Il fatto che stiate insieme da molti anni, iniziati in una fase di vita diversa, è un elemento rilevante: spesso le coppie crescono insieme fino a un certo punto, e poi possono emergere traiettorie evolutive differenti. Questo non invalida ciò che avete vissuto, ma pone una domanda sul futuro.
Non è una decisione che va presa di impulso. È uno spazio di riflessione che richiede tempo, ascolto di sé e, se possibile, anche un confronto esplicito con lui su ciò che sta vivendo.
Il punto centrale non è scegliere tra amore e bisogni , ma capire se in quella relazione c’è spazio per entrambi.
Spero di averle offerto una chiave di lettura utile.
Resto a disposizione se desidera approfondire ulteriormente questi aspetti.
Un cordiale saluto.
quello che descrive è un vissuto molto lucido e, soprattutto, profondamente onesto. Non c’è nulla di sbagliato in ciò che sente: al contrario, sta cogliendo con grande chiarezza una dinamica centrale della sua relazione, senza negarla né semplificarla.
Partirei proprio da una delle sue domande: il bisogno di comunicazione, confronto e stimolo mentale non è eccessivo. È un bisogno legittimo, che spesso emerge con più forza in una fase della vita come la sua, in cui sta crescendo, studiando, ampliando il proprio mondo interno e il modo di pensare. Quando questo movimento evolutivo non trova un rispecchiamento nella relazione di coppia, può comparire quella sensazione di vuoto che descrive molto bene.
Allo stesso tempo, è importante distinguere due livelli. Da una parte c’è ciò che lei cerca nella relazione: connessione, scambio, vitalità mentale ed emotiva. Dall’altra c’è la persona che ha accanto, con il suo modo di essere, la sua storia e le sue risorse. Il punto critico non è tanto la differenza in sé che in molte coppie esiste ed è anche arricchente ma quanto questa differenza sia negoziabile e quanto lei riesca a sentirsi comunque incontrata nei suoi bisogni fondamentali.
Lei stessa coglie un passaggio molto significativo quando dice che a volte cerca il litigio per sentirsi connessa. Questo è un indicatore clinicamente importante: quando il conflitto diventa uno dei pochi momenti di intensità emotiva e di contatto, spesso significa che nel quotidiano manca uno spazio di scambio vivo e partecipato. Non è tanto il litigio in sé, ma il bisogno di sentire qualcosa insieme .
Un altro aspetto che merita attenzione è la sua riflessione sul rischio di sovraccaricare la relazione. È una domanda molto matura. Nessuna relazione può soddisfare tutti i bisogni di una persona, e una parte dello stimolo intellettuale e del confronto può certamente essere trovata anche in amicizie, contesti universitari, interessi personali. Tuttavia, questo non significa che il bisogno di sentirsi mentalmente ed emotivamente connessi al proprio partner sia secondario o trascurabile. È un bisogno strutturale della relazione, non un di più .
La vera domanda, quindi, non è se lei stia chiedendo troppo, ma se questa relazione, così com’è oggi, ha la possibilità di evolvere verso una forma in cui lei possa sentirsi sufficientemente nutrita, oppure se la distanza tra voi su questo piano resti significativa nel tempo.
Su questo è possibile lavorare, ma con una condizione: che anche il suo partner riconosca il tema e sia disposto, almeno in parte, a mettersi in gioco su questo livello. Non si tratta di cambiare chi è, ma di vedere se può ampliare il proprio modo di stare nella relazione. Se invece questa apertura non c’è, il rischio è che lei si trovi progressivamente a ridurre o a silenziare una parte importante di sé per mantenere il legame.
Il fatto che stiate insieme da molti anni, iniziati in una fase di vita diversa, è un elemento rilevante: spesso le coppie crescono insieme fino a un certo punto, e poi possono emergere traiettorie evolutive differenti. Questo non invalida ciò che avete vissuto, ma pone una domanda sul futuro.
Non è una decisione che va presa di impulso. È uno spazio di riflessione che richiede tempo, ascolto di sé e, se possibile, anche un confronto esplicito con lui su ciò che sta vivendo.
Il punto centrale non è scegliere tra amore e bisogni , ma capire se in quella relazione c’è spazio per entrambi.
Spero di averle offerto una chiave di lettura utile.
Resto a disposizione se desidera approfondire ulteriormente questi aspetti.
Un cordiale saluto.
dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183
Utente
La ringrazio per la risposta.
Io ho già provato più volte a comunicargli ciò che sento e ciò che mi manca nella relazione. Tuttavia, ogni volta la situazione resta invariata. Quando ne riparliamo, ho spesso la sensazione che lui cada dalle nuvole , come se fosse la prima volta che affrontiamo questi temi, nonostante io utilizzi modalità e termini simili.
Le sue reazioni, inoltre, sono molto variabili: a volte riconosce che possa trattarsi di un suo limite, altre volte si sente attaccato personalmente, altre ancora sposta il discorso elencando aspetti della relazione che non vanno bene a lui (un po' a riprova del fatto che anche lui si adatti nella relazione).
In genere, le conversazioni si concludono con un suo impegno a cercare di migliorare, ma ho la percezione che questo avvenga più per chiudere il conflitto, per esasperazione, che per una reale comprensione e interiorizzazione del problema, dato che nel tempo non vedo cambiamenti concreti.
Allo stesso tempo, cerco di interrogarmi anche su di me: il mio percorso universitario è impegnativo e nella mia città mi manca una rete di amicizie quotidiane con cui soddisfare queste mie esigenze. A volte mi chiedo quindi se questa mia insoddisfazione sia amplificata da questi fattori, o se sto attribuendo alla relazione un peso eccessivo.
D’altra parte, però, ho la sensazione che, anche in condizioni diverse e più favorevoli, queste dinamiche continuerebbero comunque a pesarmi.
Alla luce di tutto questo, mi chiedo: quando una dinamica si ripete in questo modo, nonostante i tentativi di comunicazione, è più probabile che si tratti di una difficoltà modificabile o di un limite più strutturale nella relazione?
E mi chiedo anche se sia possibile pensare che alcuni bisogni, come quello di confronto e stimolo mentale, possano essere soddisfatti in parte anche al di fuori della relazione di coppia, oppure se la loro mancanza all’interno della coppia rappresenti comunque un problema importante.
La ringrazio ancora per la disponibilità.
Io ho già provato più volte a comunicargli ciò che sento e ciò che mi manca nella relazione. Tuttavia, ogni volta la situazione resta invariata. Quando ne riparliamo, ho spesso la sensazione che lui cada dalle nuvole , come se fosse la prima volta che affrontiamo questi temi, nonostante io utilizzi modalità e termini simili.
Le sue reazioni, inoltre, sono molto variabili: a volte riconosce che possa trattarsi di un suo limite, altre volte si sente attaccato personalmente, altre ancora sposta il discorso elencando aspetti della relazione che non vanno bene a lui (un po' a riprova del fatto che anche lui si adatti nella relazione).
In genere, le conversazioni si concludono con un suo impegno a cercare di migliorare, ma ho la percezione che questo avvenga più per chiudere il conflitto, per esasperazione, che per una reale comprensione e interiorizzazione del problema, dato che nel tempo non vedo cambiamenti concreti.
Allo stesso tempo, cerco di interrogarmi anche su di me: il mio percorso universitario è impegnativo e nella mia città mi manca una rete di amicizie quotidiane con cui soddisfare queste mie esigenze. A volte mi chiedo quindi se questa mia insoddisfazione sia amplificata da questi fattori, o se sto attribuendo alla relazione un peso eccessivo.
D’altra parte, però, ho la sensazione che, anche in condizioni diverse e più favorevoli, queste dinamiche continuerebbero comunque a pesarmi.
Alla luce di tutto questo, mi chiedo: quando una dinamica si ripete in questo modo, nonostante i tentativi di comunicazione, è più probabile che si tratti di una difficoltà modificabile o di un limite più strutturale nella relazione?
E mi chiedo anche se sia possibile pensare che alcuni bisogni, come quello di confronto e stimolo mentale, possano essere soddisfatti in parte anche al di fuori della relazione di coppia, oppure se la loro mancanza all’interno della coppia rappresenti comunque un problema importante.
La ringrazio ancora per la disponibilità.
Gentile,
la sua risposta aggiunge un elemento molto importante, perché sposta il focus da cosa sento a cosa succede quando provo a comunicarlo . Ed è proprio lì che si gioca una parte fondamentale della comprensione.
Quello che descrive non è tanto un problema di consapevolezza (lei è molto chiara su ciò che le manca), ma un problema di trasformazione della relazione. Lei porta il tema, lo esplicita in modo coerente nel tempo, ma questo non produce un cambiamento stabile. Le reazioni del suo partner,
a tratti riconoscenti, a tratti difensive, a tratti spostate su altro, sono comprensibili, ma il dato centrale resta: la dinamica tende a ripetersi senza evolvere.
Quando accade questo, spesso non siamo più nel campo di una difficoltà momentanea o legata solo alla comunicazione, ma ci avviciniamo a qualcosa di più strutturale. Non nel senso che sia immutabile , ma nel senso che riguarda il modo di funzionare della persona e della coppia. Il suo partner, da come lo descrive, può anche comprendere a livello razionale ciò che lei esprime, ma sembra fare più fatica a tradurlo in un cambiamento concreto e continuativo nel modo di stare nella relazione.
C’è un passaggio molto lucido che lei fa: percepisce che il suo impegno al cambiamento arrivi più per chiudere il conflitto che per una reale interiorizzazione. Questa è un’intuizione clinicamente molto significativa, perché quando il cambiamento è mosso dall’urgenza di far smettere il problema , tende a non durare.
Rispetto alla sua domanda principale: quando una dinamica si ripete nel tempo, nonostante tentativi chiari e coerenti di comunicazione, è più probabile che si tratti di un limite relazionale piuttosto stabile, piuttosto che di qualcosa che si modifichi spontaneamente. Il cambiamento, in questi casi, è possibile solo se entrambe le persone riconoscono il problema come centrale e sono disposte a lavorarci attivamente, non solo a parole ma nei comportamenti.
Questo però la porta a un punto delicato ma molto importante: spostare la domanda da può cambiare lui? a quanto questo assetto è sostenibile per me nel tempo? .
Per quanto riguarda il bisogno di stimolo e confronto, è assolutamente vero che una parte può essere soddisfatta anche al di fuori della coppia: amicizie, contesti professionali, interessi personali. Anzi, è sano che non tutto passi dalla relazione. Tuttavia, quando questo bisogno è profondamente radicato nella propria identità, come sembra nel suo caso, la sua assenza all’interno della coppia difficilmente resta neutra. Può essere compensata, ma spesso non completamente.
Il punto non è trovare una risposta teorica valida in assoluto, ma capire quanto, nella sua esperienza concreta, questa mancanza la fa sentire spenta, poco vista, poco incontrata. E lei questo lo sta già dicendo con molta chiarezza.
Il rischio, in situazioni come questa, è quello di iniziare progressivamente ad adattarsi, riducendo il proprio bisogno per mantenere il legame. È un adattamento che nel breve periodo può funzionare, ma nel lungo tende a generare insoddisfazione o distanza emotiva.
Non è necessario arrivare subito a una decisione, ma forse il passaggio evolutivo che le si sta aprendo davanti è questo: non capire se il suo bisogno è troppo , ma riconoscere che è parte di lei e chiedersi che spazio può avere nella relazione che sta vivendo.
Un cordiale saluto.
la sua risposta aggiunge un elemento molto importante, perché sposta il focus da cosa sento a cosa succede quando provo a comunicarlo . Ed è proprio lì che si gioca una parte fondamentale della comprensione.
Quello che descrive non è tanto un problema di consapevolezza (lei è molto chiara su ciò che le manca), ma un problema di trasformazione della relazione. Lei porta il tema, lo esplicita in modo coerente nel tempo, ma questo non produce un cambiamento stabile. Le reazioni del suo partner,
a tratti riconoscenti, a tratti difensive, a tratti spostate su altro, sono comprensibili, ma il dato centrale resta: la dinamica tende a ripetersi senza evolvere.
Quando accade questo, spesso non siamo più nel campo di una difficoltà momentanea o legata solo alla comunicazione, ma ci avviciniamo a qualcosa di più strutturale. Non nel senso che sia immutabile , ma nel senso che riguarda il modo di funzionare della persona e della coppia. Il suo partner, da come lo descrive, può anche comprendere a livello razionale ciò che lei esprime, ma sembra fare più fatica a tradurlo in un cambiamento concreto e continuativo nel modo di stare nella relazione.
C’è un passaggio molto lucido che lei fa: percepisce che il suo impegno al cambiamento arrivi più per chiudere il conflitto che per una reale interiorizzazione. Questa è un’intuizione clinicamente molto significativa, perché quando il cambiamento è mosso dall’urgenza di far smettere il problema , tende a non durare.
Rispetto alla sua domanda principale: quando una dinamica si ripete nel tempo, nonostante tentativi chiari e coerenti di comunicazione, è più probabile che si tratti di un limite relazionale piuttosto stabile, piuttosto che di qualcosa che si modifichi spontaneamente. Il cambiamento, in questi casi, è possibile solo se entrambe le persone riconoscono il problema come centrale e sono disposte a lavorarci attivamente, non solo a parole ma nei comportamenti.
Questo però la porta a un punto delicato ma molto importante: spostare la domanda da può cambiare lui? a quanto questo assetto è sostenibile per me nel tempo? .
Per quanto riguarda il bisogno di stimolo e confronto, è assolutamente vero che una parte può essere soddisfatta anche al di fuori della coppia: amicizie, contesti professionali, interessi personali. Anzi, è sano che non tutto passi dalla relazione. Tuttavia, quando questo bisogno è profondamente radicato nella propria identità, come sembra nel suo caso, la sua assenza all’interno della coppia difficilmente resta neutra. Può essere compensata, ma spesso non completamente.
Il punto non è trovare una risposta teorica valida in assoluto, ma capire quanto, nella sua esperienza concreta, questa mancanza la fa sentire spenta, poco vista, poco incontrata. E lei questo lo sta già dicendo con molta chiarezza.
Il rischio, in situazioni come questa, è quello di iniziare progressivamente ad adattarsi, riducendo il proprio bisogno per mantenere il legame. È un adattamento che nel breve periodo può funzionare, ma nel lungo tende a generare insoddisfazione o distanza emotiva.
Non è necessario arrivare subito a una decisione, ma forse il passaggio evolutivo che le si sta aprendo davanti è questo: non capire se il suo bisogno è troppo , ma riconoscere che è parte di lei e chiedersi che spazio può avere nella relazione che sta vivendo.
Un cordiale saluto.
dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
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Questo consulto ha ricevuto 3 risposte e 651 visite dal 30/03/2026.
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