Di recente si sta esplorando, con crescente interesse, la relazione che lega il metabolismo del microbioma intestinale e la salute mentale, emergendone un’attiva influenza sulla fisiologia del cervello con riflessi di ordine psicologico e comportamentale. Joshua Lederberg, premio Nobel per la Medicina, evidenziò per primo l’importanza dei micro-organismi ospitati nella specie umana per il metabolismo e l’immunità, ma gli studi degli ultimi anni stanno portando a nuove ed interessanti prospettive sull’influenza del microbioma intestinale sulle funzioni cerebrali e di cui si occupa una specifica disciplina delle neuroscienze definita psicobiotica. Il microbioma agirebbe sul sistema nervoso centrale sia sfruttando connessioni neurali vere e proprie, tramite il nervo vago, e sia tramite la produzione locale di neuromediatori ed attraverso la via endocrina ed immunitaria. La corretta definizione di questo potenziale neuro-attivo richiederà ulteriori ed approfonditi studi di metagenomica, ossia studiando con tecniche genomiche le comunità microbiche direttamente nel loro habitat naturale attraverso la creazione di uno specifico database di riferimento.

Sinora, il legame fra i batteri intestinali e l’umore era stato indagato solamente su modelli animali, ma per la prima volta sono stati forniti i risultati di questa influenza, basata su un’analisi bioinformatica di una popolazione umana svolta da Jeroen Raes, del Centro di Microbiologia VIB-KU dell’Università di Leuven (Belgio), e pubblicata su Nature Microbiology. Combinando i dati del microbioma e quelli della depressione, desunti dal database di 1.054 soggetti iscritti nel Flemish Gut Flora Project (FGFP), ed aggiustando la covarianza delle due variabili i Ricercatori hanno identificato specifici gruppi di batteri che interferiscono positivamente o negativamente sulla qualità della vita della popolazione in studio. Nei soggetti arruolati nel FGFP, cui era stato diagnosticato un disturbo depressivo, prescindendo dal trattamento con anti-depressivi, è stata riscontrata una significativa deplezione di due gruppi di batteri: Coprococcus e Dialister. I risultati sono stati validati attraverso il confronto con una coorte indipendente di 1.063 soggetti incorporati nello studio analogo Dutch Life Lines DEEP (LLD) e con un sottogruppo del campione di soggetti affetti da disturbo depressivo maggiore resistente al trattamento.

Nel contempo è stato rilevato che il Faecalibacterium ed il Coprococcus erano significativamente associati con indici di più elevata qualità della vita. Entrambi i batteri producono l’acido butirrico, un acido grasso a catena corta che riduce le infiammazioni intestinali rinforzando la barriera difensiva dell’epitelio ed entrambi sono carenti nei soggetti con disturbi infiammatori dell’intestino e depressione. Inoltre, gli Autori hanno creato il primo catalogo dei batteri dell’intestino umano che hanno un potenziale “neuro-attivo” come, ad esempio, la capacità di sintetizzare l’acido 3,4-diidrossifenilacetico, che è un metabolita del neurotrasmettitore dopamina, che è associato con una migliore qualità di vita mentale. Per converso, è stato riscontrato nella sintesi microbica delll’acido γ-aminobutirrico (GABA) un possibile ruolo nel causare la depressione.

Per John Cryan, Ricercatore del APC Microbiome Ireland, University College Cork, questo studio è molto stimolante in quanto è il primo tentativo, effettuato su un vasto campione di popolazione, di collegare la composizione dei batteri dell’intestino ed i loro prodotti chimici con la depressione. Per Cryan il passo successivo dovrà consistere nella identificazione dei batteri che giocano un ruolo causale nella depressione e se possano essere utilizzati per interventi di natura psicobiotica per il trattamento della depressione.

Janna Gordon-Elliott, MD, psichiatra al Weill Cornell Medicine and NewYork-Presbyterian Hospital in New York, New York, ritiene notevole questo studio che ha evidenziato talune specie batteriche e le molecole da loro prodotte potenzialmente implicate nella depressione e che potrebbero pertanto diventare in futuro il target di trattamento attraverso farmaci o persino mediante un approccio dietetico o nutrizionale.

Personalmente ritengo che una nuova frontiera sia stata aperta, anche se ulteriori trial clinici dovranno accertare il ruolo causale della composizione del microbioma intestinale nella depressione e l’utilità di interventi psicobiotici per i disturbi dell’umore.

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