Il grande neurologo americano Harold George Wolff ebbe un particolare interesse per lo studio dell’emicrania di cui lui stesso era sofferente; si dice che durante gli attacchi stava seduto al buio nel suo ufficio, premendosi con un dito l’arteria temporale superficiale per attenuare il dolore.

Anche sulla base della sua esperienza personale scrisse nel 1948 il famoso Headache and other head pains, esponendo la sua teoria vasogenica dell’emicrania, che forniva una spiegazione molto plausibile degli eventi clinici che caratterizzano l’emicrania, basata su una complessa serie di eventi neurali e vascolari.

La teoria di Wolff fu considerata provata in modo quasi assiomatico, scoraggiando per decenni la formulazione di altre ipotesi alternative riguardante la genesi dell’attacco emicranico.

Dopo 40 anni, Moskowitz ha introdotto l’ipotesi patogenetica trigemino-vascolare dell’emicrania, che assegna un ruolo chiave al nervo trigemino ed ai neuropeptidi vasoattivi, la sostanza P ed il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP) e sul cui contrasto sono sorte nuove strategie terapeutiche.

Ma l’evoluzione non ha solamente coinvolto la sua patogenesi, infatti mentre fino a pochi anni or sono l’emicrania era presentata come un disturbo statico, con neurobiologia e sintomatologia sempre identica, oggi è invece interpretata come un disturbo cronico che evolve nel corso della vita del paziente.

Le ricerche sulla fisiopatologia dell’emicrania hanno evidenziato che esistono specifici meccanismi neurali evolutivi, in dipendenza dell’età, che condizionano la presentazione clinica degli attacchi e la sua trasformazione dalla forma episodica a quella cronica, di cui occorre tenere conto per individuare la migliore cura possibile.

Infatti, nell’infanzia non c’è differenza nella prevalenza fra i due sessi, mentre nell’età adulta è più elevata nelle donne (12-17%) che negli uomini (4-6%); ma dopo la menopausa, cessata l’influenza delle variazioni ormonali, la prevalenza nelle donne scende al 3-5% mentre negli uomini è pari a circa il doppio.

Analogamente, la presentazione clinica è differente:

  • nell’infanzia gli attacchi sono più brevi, non vi è foto-fonofobia, ma il vomito è frequente e spesso il dolore non è unilaterale;
  • nel soggetto anziano gli attacchi sono di intensità notevolmente ridotta e sono rari i disturbi neuro-vegetativi, per effetto di variazioni nella connessione fra ipotalamo ed i centri di controllo parasimpatici, come è stato rilevato da recenti indagini sulla fisiopatologia dell’emicrania.

Anna Andreou, Direttore del Headache Centre al King’s College di Londra, con l’articolo pubblicato online il 17 Agosto 2020 (Migraine as a chronic evolutive disorder: what do we understand about the neurobiology and what are the implications for care?) enfatizza l’importanza di comprendere le variazioni neurobiologiche, espresse dalla scomparsa di taluni sintomi e dalla trasformazione da forma acuta a cronica che si verificano nei diversi stadi della vita, essenzialmente in funzione di potenziali nuovi trattamenti dell’emicrania.

Nel processo evolutivo dell’emicrania sono invocati diversi meccanismi, attualmente oggetto di ricerca, costituiti da alterazioni dell’ipotalamo nella fase premonitoria, eccitabilità della corteccia nella fase dell’aura, attivazione della via ascendente trigemino-talamica e variazioni corticali nella fase post-dromica.

Uno degli obbiettivi centrali della ricerca è costituito proprio dal meccanismo con cui dall’ipotalamo si scatena l’attivazione della via del dolore e che cosa condiziona, nell’emicrania che vira verso la forma cronica, uno stato di costante attivazione anche in assenza della stimolazione ipotalamica.

 

A tal riguardo, è stato invocato un ampio range di fattori costituiti da stress, variazioni ormonali nelle donne, abuso di antalgici e modifiche ambientali, ma ciò che dovrà essere evidenziato per costituire nuovi target di terapia è il meccanismo che realmente sottosta a questo processo di infiammazione e di sensibilizzazione centrale del dolore.

In conclusione, le continue variazioni nel fenotipo e nella fisiopatologia dell’emicrania, nel corso della vita del paziente, la rendono una malattia cronica evolutiva e ciò che la ricerca dovrà meglio comprendere è proprio il meccanismo che sostiene una tale complessa neurobiologia.