Aids hiv

AIDS e virus HIV

L'AIDS ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo a partire dagli anni '80, diventando la malattia del secolo: è una malattia contagiosa che deriva dall'infezione con il virus HIV e si trasmette per vie sessuali, ematiche oppure per via materna. Oggi, grazie ai farmaci, è aumentata l'aspettativa di vita e si può convivere con la malattia.

Revisione scientifica: Dr. Luigi Laino Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2021

Ha cominciato a diffondersi in tutto il mondo partire dagli anni 80' ed è considerata la malattia del secolo scorso: si tratta dell'AIDS, una malattia significativamente contagiosa che può ridurre sensibilmente l'aspettativa di sopravvivenza di chi la contrae, oltre a modificare sensibilmente la qualità della vita delle persone infette.

Cos'è l'AIDS

L'AIDS è una conseguenza successiva e molto tardiva all'infezione dal virus dell’HIV, per questo motivo si definisce appunto sindrome e non malattia, in quanto è una condizione generale del corpo che risulta indifeso nei confronti di ogni tipo di attacco patogeno esterno. 

Etimologicamente HIV significa Human Immunodeficiency Virus, si tratta, quindi, del virus dell'immunodeficienza umana. Dal punto di vista biologico, l'HIV è un retro-virus del tipo "lentivirus".

Se ne conoscono due ceppi, entrambi scoperti a distanza di poco tempo intorno agli anni Ottanta:

  • HIV 1: si sviluppa soprattutto in Europa e in Africa centrale; ha una struttura variabile e non sempre costante. Viene a sua volta diviso in due categorie: Categoria M (a sua volta divisa in otto sottogruppi) e Categoria O, il sottogruppo meno frequente, che si è riscontrato prevalentemente in Camerun.
  • HIV 2: si trova in Africa del nord e nel continente asiatico, è un ceppo sicuramente meno virulento del primo.

Il virus al suo interno non contiene DNA, ma come tutti i retrovirus il suo patrimonio genetico è costituito da RNA. Per replicarsi è necessaria la presenza di tre geni in particolare: il gene Gag, il gene Pol ed infine il gene Env. Tutti gli altri geni hanno invece funzioni secondarie, essenzialmente di regolatori della vita del virus.

Epidemiologia

Molte sono le domande che ci si pone con frequenza riguardo al contagio da Hiv. E troppo spesso le informazioni sono confuse e poco organizzate.

Ecco qui di seguito le risposte a quelle che possono essere le domande più frequenti, cercando di ampliare un tema troppo spesso poco conosciuto veramente.

Diffusione nel mondo

Secondo i dati dell’UNAIDS (il programma delle Nazioni Unite per HIV e AIDS) divulgati dall'Istituto Superiore di Sanità, nel 2020 erano 37,7 milioni le persone che vivono con il virus, di cui 36 milioni sono adulti e 1,7 milioni bambini con meno di 15 anni. E, sempre nello stesso anno, si sono registrati 680.000 decessi.

In Europa vi sono state circa 104.000 nuove diagnosi di HIV, con maggiore incidenza nei paesi orientali del continente.

In Italia sono state registrate circa 1300 nuove diagnosi di infezione da HIV (dato in continua diminuzione dal 2012), di cui quasi l’80% di uomini, l’età media per entrambi i sessi è di 40 anni con un’incidenza maggiore nella fascia 25-29 anni. La maggioranza delle nuove diagnosi deriva da rapporti sessuali non protetti.

Da dove deriva questo virus?

La storia dell'HIV inizia in Africa, dove il virus è stato localizzato per la prima volta nel 1930, in particolare in alcune razze di scimpanzè. Successivamente deve aver subito una mutazione genetica spontanea, tale per cui il virus si è poi diffuso all'uomo, nelle forme da noi oggi conosciute.

Come fa il virus a entrare nelle cellule?

Entrambi i ceppi virali utilizzano lo stesso meccanismo di ingresso nelle cellule ospite. In particolare il loro bersaglio è costituito da alcune cellule del sistema immunitario: i linfociti T CD4 positivi. Queste sono cellule normalmente adibite a combattere diversi tipi di aggressioni da agenti patogeni.

L' HIV si lega ai recettori CD4 presenti sulla loro membrana, recettori che normalmente legherebbero le citochine (sostanze rilasciate durante un'infezione esterna per attivare il sistema immunitario).

Cosa sono le chemochine e come si relazionano nei confronti dell'infezione?

Le chemochine sono delle citochine con funzione chemiotattita: sono cioè delle proteine specializzate ad allertare i globuli bianchi in caso di aggressione patogena.

L'ultima parte della struttura del virus HIV è simile a quella delle chemochine: per entrare nella cellula il virus, quindi, sfrutta anche tale analogia. Si lega infatti in particolare ai recettori CCR5 e CXCR4. Questi vengono considerati co-recettori per il virus.

Proprio da questo meccanismo d'azione si è sviluppata una possibile terapia (vedi più sotto).

Cosa succede quando il virus entra nelle cellule?

Una volta che il virus dell'HIV è penetrato nella cellula, incorpora il suo RNA nel DNA della cellula ospite, facendolo diventare un tutt'uno con questo.

Infatti, sfruttando l'azione di un enzima chiamato "trascrittasi inversa", tipico dei retrovirus, il patrimonio genetico a RNA viene trasformato in doppio filamento di DNA, che si inserisce quindi nel DNA della cellula ospite infettandola. Tutte le successive replicazioni cellulari vedranno quindi il replicarsi di DNA così modificato e promuoveranno l'espandersi dell'infezione.

Può tuttavia succedere che il patrimonio genetico del virus una volta integrato con quello della cellula, rimanga inattivo per molto tempo. Cioè può accadere che non venga trascritto anche per diversi anni.

Quando si verifica un input patogeno esterno per cui il sistema immunitario deve essere mobilitato, ecco che le cellule infette vengono attivate: parte la trascrizione virale e quindi l'infezione.

Perché il sistema immunitario viene compromesso?

Quando il virus dell'HIV entra nel circolo sanguigno, vengono prodotti gli anticorpi per eliminarlo. Tuttavia gli anticorpi non possono entrare nei linfociti infetti, quindi il virus non può essere debellato.

Il sistema immunitario risulta quindi compromesso e nel momento in cui il soggetto viene a contatto con altri agenti patogeni risulta indifeso ed incapace di reagire.

Contrae così malattie il cui esito, in persone sane, non provocherebbero conseguenze gravi, mentre in soggetti immuno compromessi possono risultare mortali.

Come si trasmette il virus dell’HIV?

Le possibili vie di trasmissione virale sono tre: sessuale, ematica e materno-fetale.

Trasmissione per via sessuale

Via di trasmissione sessuale. Si tratta della via di trasmissione più diffusa al mondo, comprendendo l'85% di possibilità di contagio. Il virus si ritrova nel liquido seminale in forma libera o legato a delle particelle e nel fluido vaginale. Aumenta esponenzialmente se i genitali sono infiammati.

Nel caso di un rapporto sessuale non protetto dal profilattico, si ha il contatto diretto tra i liquidi biologici infetti, oltre che con le mucose, altamente recettive. Avviene infatti trasmissione virale anche se le mucose genitali sono integre.

Le lesioni mucose, tuttavia, innalzano il rischio di contagio: ecco quindi che rapporti per esempio anali che possono ledere una mucosa già di per sé più fragile costituiscono un grave rischio di contagio. Tutti i traumi o le ulcerazioni genitali in genere, che possono essere la conseguenza di altre patologie, aumentano incredibilmente il rischio di infezione. Le donne sono molto più a rischio di contrarre l'infezione a seguito di rapporti sessuali non protetti in quanto il liquido seminale, dopo un rapporto, resta localizzato a livello dei genitali più a lungo.

Per approfondire:Rapporti sessuali e AIDS: come misurare il rischio

Trasmissione per via ematica

Via di trasmissione ematica. Il sangue è una via di contagio molto importante per l'HIV, soprattutto nei paesi altamente sviluppati. Tra i tossicodipendenti è frequente lo scambio di siringhe infette per iniettarsi la droga per via endovenosa. Questa abitudine fa si che il sangue di una persona infetta possa facilmente venire iniettato in un'altro soggetto utilizzando lo stesso ago sporco.

Nello stesso modo, quindi, sono a rischio tutte quelle azioni che richiedono l'uso di aghi: la realizzazione di tatuaggi, le sedute di agopuntura, i piercing. È per questo motivo che è assolutamente necessario, in questi casi, utilizzare delle siringhe mono uso con aghi sterili usa e getta.

Quando, negli anni Ottanta, ancora non si aveva una conoscenza approfondita di questa infezione, molte persone hanno contratto l'HIV attraverso le trasfusioni, alto veicolo di trasmissione molto importante.

Oggi le accortezze mediche durante le trasfusioni, oltre che la selezione più accurata dei donatori di sangue ha ridotto questo possibile contagio.

Trasmissione materno-fetale (o verticale)

Una madre infetta da HIV può trasmettere l'infezione al figlio. Di solito il rischio maggiore di contagio si ha al momento del parto, in quanto il figlio può in questa fase venire a contatto col sangue materno. Infatti, si è visto che il parto cesareo può ridurre sensibilmente il rischio di contagio neonatale. Tuttavia, in alcuni casi è avvenuto un contagio anche durante il secondo trimestre di gravidanza.

Alle madri affette da HIV è sconsigliato inoltre l'allattamento al seno in quanto il virus si ritrova sia nel colostro, il primo siero, che nel latte materno. Ovviamente questa indicazione causa diversi problemi nei paesi in via di sviluppo, dove ci sono enormi problemi di cibo e dove il latte materno è l'unico sostentamento per i neonati.

Nei nostri giorni alle madri affette da HIV viene somministrata la zidovudina, una sostanza che riduce sensibilmente al di sotto del 4% il rischio di contagio del virus da madre a figlio.

Da sottolineare è che un bambino nato da una madre sieropositiva, sarà sempre a sua volta positivo, anche se non infetto da HIV. Questo in quanto gli anticorpi materni contro l'HIV vengono trasmessi al bambino dalla madre e restano nel sangue fino ai diciotto mesi. Se il bambino non contrae il virus tenderà poi a negativizzarsi man mano che sviluppa gli anticorpi.

Come prevenire il contagio?

Prima di tutto, visto che una via di contagio importante è quella sessuale, è necessario evitare rapporti non protetti. Infatti l'uso di contraccettivi orali non preserva dall'infezione; neppure l'uso di lavande vaginali può eliminare la possibilità di sviluppo virale.

L'unica misura cautelativa veramente efficace è la barriera meccanica del preservativo, che impedisce il contatto diretto con i liquidi biologici. È bene ricordare, per completezza, che con rapporti sessuali non protetti (compreso il sesso orale) si è a rischio di contrarre tutte quelle malattie sessualmente trasmissibili, come l'epatite per esempio: è una misura cautelativa quindi importante non solo nei confronti dell'HIV. Per una buona difesa è necessario utilizzare in modo adeguato il preservativo dall'inizio fino alla fine del rapporto sessuale, prestando attenzione che non si rompa.

Le persone tossicodipendenti dovrebbero evitare di utilizzare la stessa siringa per iniettare lo stupefacente. Inoltre se si decide di fare un tatuaggio o un piercing è bene rivolgersi solo a strutture controllate dal punto di vista sanitario e non affidarsi ad operatori improvvisati.

Le trasfusioni, altro veicolo di trasmissione dell'HIV, sono ridotte al minimo indispensabile oggigiorno, dal personale sanitario e tutte le sacche di sangue donato vengono sottoposte al test degli anticorpi HIV.

Inoltre è bene che solo persone sane si dedichino al volontariato della donazione di sangue; infine, soprattutto durante interventi chirurgici importanti, si consiglia l'autotrasfusione, assolutamente sicura per il paziente.

Per quanto riguarda la trasmissione madre-figlio il rischio di contagio è correlato alla carica virale della madre: fondamentale è l’assunzione dei farmaci antiretrovirali. Dal punto di vista della trasmissione sessuale ai fine del concepimento, in caso di positività all’HIV della madre o del padre, è possibile ricorrere all’inseminazione artificiale se la carica virale è rilevante; in caso contrario la possibilità del contagio può essere molto bassa ed è quindi possibile un concepimento naturale. Tuttavia, è opportuno effettuare i dovuti accertamenti specialistici prima di programmare una gravidanza, per la sicurezza del relativo partner e del bambino.

Per approfondire:HIV: 10 regole sicure per evitare il contagio

Come non si trasmette il virus?

Al di fuori delle vie di contagio sopra descritte, il virus dell'HIV è di difficile trasmissione. Essendo un virus molto sensibile non è in grado di resistere e sopravvivere fuori dal corpo dell'uomo. Quindi se si seguono le normali prassi igieniche sia in casa che negli ospedali è difficile infettarsi. 

I familiari di una persona siero positiva sono a rischio di infezione?

Per questo motivo i familiari di una persona infetta non sono a rischio di contagio a seguito delle normali azioni quotidiane.

Quindi il virus non si trasmette:

  • utilizzando lo stesso piatto e le stesse posate
  • sfruttando lo stesso bagno e addirittura la stessa sauna
  • con il bacio.

Infatti, è possibile la presenza del virus nella saliva, nelle feci, nelle urine, nel sudore, ma in concentrazioni molto basse da escludere un possibile contagio.

Anche le persone che curano un malato sieropositivo, seguendo le normali accortezze igieniche, non sono a rischio.

Fasi della malattia

Inizialmente una persona infetta dal virus dell'HIV può non presentare alcun tipo di sintomo. È per questo che molto spesso i soggetti malati non sanno di esserlo.

Per capire come avviene lo sviluppo dell’infezione si distinguono più fasi della malattia.

Fase dell'infezione primaria

Nelle prime settimane successive al contagio il soggetto può avvertire sintomi simili a quelli influenzali, che nel giro di breve tempo vanno tuttavia scomparendo. Durante questo periodo il virus va incontro ad una rapida replicazione. È ancora in questa fase che il corpo reagisce alla presenza del virus sviluppando gli anticorpi di difesa. Dopo dodici settimane dal contagio è possibile trovare tali anticorpi nel sangue.

Fase asintomatica

È così chiamata in quanto il malato non presenta particolari manifestazioni cliniche, nonostante il sistema immunitario venga sempre più danneggiato. Questa fase può durare alcuni mesi o addirittura degli anni. Il virus, nel frattempo, prosegue la sua infezione e crea danni irreversibili al sistema immunitario.

Fase dei sintomi generali

Si tratta della fase in cui compaiono i primi sintomi dell'infezione. Si tratta tuttavia di sintomatologie aspecifiche, che considerate singolarmente sono comuni a molte altre patologie. Può quindi comparire diarrea persistente, rigonfiamento dei linfonodi soprattutto sotto le ascelle e nella zona inguinale; il malato inoltre può manifestare sudorazione fredda notturna.

Fase di grave insufficienza immunitaria (AIDS conclamata)

È lo stadio in cui il sistema immunitario è completamente compromesso, di conseguenza il corpo è vulnerabile a qualunque tipo di aggressione patogena, anche la più lieve. Si parla in questa fase avanzata di AIDS, quando quindi si manifestano diverse malattie. Le più comuni sono:

  • la polmonite pneumocistica
  • la tubercolosi
  • la toxoplasmosi
  • l'herpes
  • il sarcoma di Kaposi (un tipico tumore della pelle).

Tutte queste malattie prendono il nome di "malattie che conclamano l'AIDS".

Le lesioni cutanee rappresentano la spia critica della fase di AIDS conclamata: non si tratta solo di micosi e herpes, ma anche di altre patologie aggressive, come herpes ulcerativo, candidosi muco cutanea erosiva eccetera.

Il test HIV

Ancora a oggi le diagnosi tardive di HIV sono troppe.

Dal momento in cui la malattia può rimanere silente anche per diversi anni, il soggetto malato può non sapere di essere sieropositivo. L'unico modo, quindi, per scoprire se una persona è infetta dal virus dell'HIV oppure no è realizzare un test per ricercare gli anticorpi anti-HIV, prodotti dal corpo a difesa dell'attacco patogeno.

Il test si realizza semplicemente con un prelievo di sangue e si possono ottenere i risultati anche solo dopo un'ora.

Quando fare il test HIV?

Da specificare è il fatto che dal momento in cui una persona viene a contatto col virus a quello in cui produce gli anticorpi specifici, passano solitamente fino a sei settimane, alcune volte fino a sei mesi. Questo periodo viene chiamato "periodo finestra". Se si realizza quindi un test di sieropositività durante questo periodo, può accadere che risulti negativo. Tuttavia se la persona è infetta è in grado di contagiare altre persone, nonostante il risultato negativo del test.

Il test è gratuito oltre che anonimo. Quindi se si hanno avuto rapporti a rischio o si pensa di essere stati esposti al contagio virale è opportuno sottoporsi al test. Anche se si decide di pianificare la nascita di un bambino, tutte le coppie prima di questa decisione, dovrebbero spontaneamente sottoporsi al test, che può essere eseguito assolutamente senza bisogno di ricetta medica specialistica.

Come si effettua il test HIV?

Solitamente durante questi test vengono ricercati sia l'antigene p24, cioè uno specifico costituente virale, sia gli anticorpi anti-HIV sviluppati e rilasciati nel sangue a seguito dell'infezione.

Se il test propone un esito negativo è necessario analizzare quindi quando potrebbe essere avvenuto il contagio: se prima di tre mesi dall'esecuzione del test, il risultato potrebbe essere un falso negativo, in quanto durante tale periodo la concentrazione anticorpale e virale nel sangue è troppo bassa da essere rilevata.

Se il risultato è negativo dopo tre mesi dal possibile contagio allora la persona sicuramente non è infetta. Se invece il risultato è positivo vuol dire che è avvenuto un contagio, quindi la persona è sieropositiva. Questo tipo di test combinato a ricerca doppia, presenta una elevatissima precisione di reazione.

Da ricordare, infine che una persona sieropositiva non è detto che sviluppi la malattia dell'AIDS. Questa malattia non è prevedibile quando si manifesterà. Quindi, per tali ragioni, non vanno mai chiamati come test dell'AIDS.

È anche bene ricordare che se si è risultati negativi al test e successivamente si è stati di nuovo esposti al pericolo di contagio, il risultato del test non risulta a seguito più attendibile.

Infine è importante ricordare che i test per l'HIV vanno eseguiti in ospedale da un personale qualificato e molti test "fai da te" disponibili, non sono affidabili.

Cura e prevenzione

Cosa fare se il test HIV è positivo?

Oggi le aspettative di vita delle persone sieropositive è sensibilmente migliorata, essenzialmente grazie alle terapie antivirali di ultima generazione.

Dal punto di vista psicologico, tuttavia, è sempre difficile per una persona sieropositiva riuscire a condurre una vita assolutamente normale: per tale motivo si sono moltiplicati i centri regionali dove poter chiedere consulenza in merito. Attenendosi a semplici regole quotidiane, è possibile condurre una vita classica, mantenendo le consuete abitudini.

Due persone sieropositive possono avere rapporti sessuali tra di loro?

Dal punto di vista sessuale, è importante continuare ad esprimere la propria sessualità senza reprimerla, in quanto è un aspetto fondamentale della vita di un individuo. È tuttavia sempre necessario l'uso del profilattico, per evitare il contagio dell'altro partner.

Due persone entrambe sieropositive possono avere rapporti sessuali solo se protetti dall'uso corretto del preservativo. Questa è una regola fondamentale in quanto il virus dell'HIV è mutante, quindi se a contatto con un ceppo diverso potrebbe ricombinarsi dando forma a diversi altri ceppi, ed aumentando il pericolo di sviluppare così resistenze ai chemioterapici.

Inoltre, un sieropositivo da lunga data potrebbe trasmettere l'intero patrimonio genetico ad una persona appena infetta, peggiorandone sensibilmente il suo quadro clinico immediatamente.

Rinforzare il sistema immunitario con l’alimentazione

Una dieta sana, equilibrata e varia può rafforzare sensibilmente il sistema immunitario. Infatti, alcuni studi hanno rilevato che quelle persone che sopravvivono per più di tre anni dopo la diagnosi di sieropositività, hanno comunque cambiato le loro abitudini alimentari, seguendo una dieta vegetariana in prevalenza e scegliendo essenzialmente di consumare cibi naturali.

In particolare, i cibi che un sieropositivo dovrebbe assolutamente consumare sono:

  • cereali integrali, che forniscono un adeguato apporto di fibre necessario per stimolare la difesa delle cellule intestinali da attacchi patogeni;
  • minestre e infusi caldi con funzioni calmanti;
  • aumentare sensibilmente il consumo di frutta e verdura;
  • assumere elevate dosi di vitamina C, con elevato potere antiossidante benefico nei confronti del sistema immunitario; in questo caso, tuttavia è buona regola prima di procedere con terapie ricche di vitamine consultare il medico, in quanto la vitamina C in dose molto elevate può causare diarrea.
  • potenziare l'introduzione di alcuni minerali, come per esempio il selenio. Alcuni risultati di studi clinici Svizzeri hanno rilevato infatti che il sangue di molti malati di AIDS presenta livello molto bassi di selenio. Questo sarebbe quindi un elemento fondamentale per il rafforzamento del sistema immunitario.

Da evitare, infine, in caso di sieropositività è il consumo di caffeina e alcool. In particolare, l'alcool agendo sul sistema nervoso inibirebbe ulteriormente la proliferazione delle cellule del sangue da parte del midollo osseo. Ugualmente effetto negativo è il consumo di zucchero, che andrebbe quindi sostituito con miele o succo d'acero.

È interessante infine sottolineare che da molti studi è risultato come ottimi miglioramenti nel decorso della malattia si sono avuti grazie all'esercizio fisico e allo sviluppo di tecniche di meditazione come lo yoga.

In pratica varrebbe anche in caso di infezione da HIV la regola generale secondo la quale "mens sana in corpore sano". La meditazione e l'esercizio fisico aiuta la persona a rilassarsi, stimolando un benessere psico-fisico generale, e rafforzando conseguentemente il sistema immunitario.

Come si cura l'infezione da HIV?

Non esiste allo stato attuale una terapia che possa combattere l'infezione da HIV. Questo tipo di infezione, se contratta, è quindi cronica e non si può guarire. E ad oggi non esistono vaccini in grado di contrastare la diffusione della malattia.

Farmaci per l'HIV

Tuttavia la ricerca ha fatto passi avanti nel consentire maggiori aspettative di vita i pazienti.

Sono oggi disponibili dei farmaci che vanno a fermare la replicazione virale, in modo da bloccare i danni provocati al sistema immunitario e permettere ai malati di condurre una vita quasi normale.

I farmaci disponibili sono:

  • inibitori della trascrittasi inversa, sono farmaci che impediscono all'enzima virale di replicare il patrimonio genetico di RNA in DNA.
  • inibitori delle proteasi, cioè delle così dette "forbici cellulari", che tagliano le proteine virali una volta formatesi. In questo modo si evita la produzione di nuovi virus HIV.
  • inibitori della fusione. Sono quei farmaci che inibiscono il legame tra il virus ed il recettore cellulare, così da impedire al virus stesso di entrare nelle cellule.

Infine, è bene sottolineare che esistono due nuovi farmaci, antagonisti dei recettori delle chemochine. Sono:

  • antagonisti CCR5. Si tratta della molecola SCH-C. Viene somministrata per bocca ed ha una buona attività antivirale. La posologia solitamente è di 25 mg due volte al giorno. L'unico problema è che sembra provochi cardiotossicità.
  • antagonisti CXCR4. È la molecola AMD-3100, disponibile solo per via parenterale. Anche questo farmaco si è rilevato causare cardiopatia indotta.

Di solito si usano terapie combinate di più farmaci, per aumentare l'azione sinergica della terapia.

È importante che il paziente rispetti rigorosamente tempi di somministrazione e dosaggi. Solitamente queste terapie proseguono per tutta la vita. Lo scopo dei farmaci è quello di ridurre sensibilmente la proliferazione virale così da aumentare e rafforzare il funzionamento del sistema immunitario.

Un piccolo spiraglio per il futuro sembra poter arrivare dalla terapia genica, ancora tuttavia in fase di sviluppo. In pratica si eliminerebbero i geni codificanti per i recettori CCR5 e CXCR4, così da impedire al virus di entrare nelle cellule. Questa idea nasce dall'osservazione che quelle persone che non esprimono il recettore suddetto sulla superficie dei linfociti T, a causa di una mutazione spontanea e naturale di questo gene, risultano essere resistenti all'HIV.

La ricerca deve proseguire in questa direzione per ottenere risultati sempre più interessanti e sfruttabili. Per ora risulta una strada ancora troppo onerosa e dai risultati non ancora definiti.

Aspetto sociale della malattia

In conclusione, è bene riflettere sull'atteggiamento che la nostra società assume spesso nei confronti del malato di AIDS.

Di frequente accade che le persone sieropositive vengano discriminate ed escluse in quanto soggette ad usi e costumi riprovevoli. Spesso sono considerate una minaccia per la salute anche dagli stessi parenti: non solo i tossicodipendenti, ma anche gli omosessuali vengono emarginati in quanto considerati dai ben pensanti autori spesso della loro stessa sorte.

In realtà un atteggiamento costruttivo per sé e per gli altri è quello di apertura e conoscenza. Solo imparando cos'è l'infezione dell'HIV, le modalità di trasmissione e la prevenzione è possibile aiutare chi già è malato e ridurre il rischio di ulteriori contagi.

 

Fonti:

Autore

luigilaino
Dr. Luigi Laino Dermatologo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 2000 presso UNIVERSITA' LA SAPIENZA di ROMA.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Roma tesserino n° 50938.

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