Questa è la richiesta più frequente che i pazienti mi rivolgono: l’asportazione “chirurgica” dello stato ansioso. Si tratta di una richiesta che di per sé può apparire estremamente sensata, dal momento che coloro che soffrono d’ansia riferiscono una sintomatologia invalidante, compromissione della vita sociale e, in moltissimi casi, si recano al Pronto Soccorso per gli attacchi di panico. Oppure possono esperire una sintomatologia non solo fastidiosa ma addirittura inquietante come la depersonalizzanione e derealizzazione.

In questi casi, poiché il paziente è molto concentrato sul sintomo fisico e ha poca capacità di mentalizzare, ovvero di riconoscere i propri stati mentali ed emotivi, diventa estremamente importante lavorare sia sulle strategie di gestione del sintomo, sia sul significato che quel sintomo ha per il paziente e sulle ragioni che fanno insorgere il sintomo proprio in quel determinato momento della sua vita.

Spesso, quando il paziente chiede che gli venga tolta l’ansia in modo chirurgico, è importante mostrare al paziente come l’ansia sia certamente un ostacolo, ma che gli sta impedendo una corsa spedita verso un precipizio! Quindi lavorare sull’utilità dell’ansia e sul perché –proprio in questo momento della vita e se tutto va bene- viene l’attacco di ansia.

Soprattutto è fondamentale per il paziente accedere alla psicoeducazione dei disturbi d’ansia, in modo tale da comprendere che cosa sta accadendo al proprio corpo e alla propria mente, spaventarsi meno e utilizzare l’ansia come un segnale del corpo a proprio vantaggio, anziché come un fardello.

L’ansia è un’emozione che sperimentiamo ogni volta che siamo in prossimità di un pericolo. Si tratta –entro certi limiti- di un’emozione sana e utilissima, che ha la funzione di permetterci la sopravvivenza. Se proviamo ad immaginare di attraversare la strada o di guidare l’automobile, oppure di affrontare una competizione sportiva o una situazione lavorativa decisiva e proviamo anche a focalizzarci sui nostri stati interni, come se guardassimo la scena proiettata su uno schermo, dovremmo riuscire anche a leggere che tipo di emozioni stiamo provando mentre ci comportiamo in questo modo. Soprattutto, capiamo quanto sia importante provare una giusta dose d’ansia che possa permetterci di essere più attenti e vigili davanti ai pericoli e di fronte al raggiungimento dell’obiettivo.

Anche a livello neuroendocrino vi è la secrezione di ormoni quali adrenalina i cui effetti comprendono: rilassamento gastrointestinale, aumento della frequenza cardiaca, deviazione del flusso sanguigno verso i muscoli, ecc…

In generale l'adrenalina, facendo parte delle vie riflesse del sistema simpatico, è coinvolta nella reazione "combatti o fuggi" (fight or flight).

Il problema è che chi soffre d’ansia è poco abituato e poco capace di riconoscere le proprie emozioni (alessitimia) e i propri stati interni e che, nel caso di azioni o attività come quelle sopra citate e che possono sembrare banali e comuni, non riescono a rilevare lo stato d’ansia percepito.

Inoltre si aggiunge il fatto che emozioni quali paura, rabbia, eccitazione, ansia, ma anche la stanchezza o la fatica e il freddo vengono etichettate tutte come “star male” e dunque uno stato pericoloso da cui ci si deve liberare velocemente.

Anziché togliere immediatamente l’ansia, compito dello psicoterapeuta sarà quello di aiutare il paziente a conferire un senso alle sue sensazioni, dando un nome all’emozione sperimentata e aiutandolo a comprendere il significato di questo stato. Solo in questo modo è possibile imparare che quando si sperimenta un’attivazione emotiva intensa non si corre alcun pericolo e non è necessario farla finire immediatamente. Piuttosto imparare a usare l’ansia come un prezioso segnale su di sé, sui propri stati interni, sul modo di valutare in quel momento l’andamento delle cose.

Ecco perché l'ingenua richiesta “Dottore, mi tolga l’ansia perché sto male” non è in quest’ottica perseguibile in psicoterapia.