“Morire non mi piace per niente… sarà l'ultima cosa che farò!”

dal film “La tigre e la neve”

 

Sono del cancro.

Ho il cancro.

Un semplice cambio di verbi che però comporta una differenza abissale: del cancro ci nasci, di cancro ci muori.

Sebbene oggi non sia più così vero, questo è il primo pensiero che mi fulmina il cervello.

Il Big Bang si scatena nella mia testa e nel profondo del mio stomaco. Ho l’impressione che la mia scatola cranica si sia sbriciolata, per consentire al mio cervello di espandersi a dismisura: non si può spiegare altrimenti la quantità di pensieri che, tutti insieme nel medesimo istante, lo colonizzano.

Non è necessario attendere altre parole, perché la diagnosi è già racchiusa in quell’invito: “Signora si sieda, per favore”. Mi verrebbe da domandare stizzita al medico perché dovrei fargli un favore, proprio ora che sta per dirmi ciò che ho già capito da me e che è proprio l’unica cosa che non avrei voluto sentire da lui.

Mi viene in mente la mia cara nonna che sentenziava che “Dai dottori non si deve andare, perché ti trovano le malattie” e i mei vani tentativi di persuaderla che questo è un bene. Realizzo che questa mia inespressa aggressività non è rabbia nei confronti del senologo, ma il rifiuto di quello che interpreto come suo cortese (ma seriale) tentativo di accudimento.

Mi spiega come si procederà, dando per scontato che io sia d’accordo, poi mi domanda se ho capito e a me verrebbe da rispondere che io ho capito tutto per filo e per segno e che, forse, a non aver capito che cosa mi sta dicendo è proprio lui.

Cerco di incassare il colpo senza lasciar trasparire lo tsunami che gonfia fino al limite dell’esplosione ogni mia cellula, perché come mia abitudine anche in questa situazione me la voglio risolvere da me e non voglio regalare le mie lacrime a degli sconosciuti.

Mi appare all’improvviso l’immagine in primo piano della mia testa priva di capelli e devo assolutamente uscire al più presto da questo ambulatorio e da questo ospedale, perché incomprensibilmente qui dentro si è esaurita l’aria per respirare.

Raggiungo con rapidità il parcheggio sotterraneo, ma la situazione non migliora affatto, tanto da costringermi a fermarmi perché mi accorgo che non è l’aria intorno a me che scarseggia, ma che un groviglio fitto, compatto e pungente si è formato al fondo della mia gola impedendo all’aria di raggiungere i miei polmoni.

Fa male, ma a dire il vero non mi allarma in modo eccessivo, perché cerco di convincermi che io so -in teoria- come ci si comporta in queste occasioni e non ho altro da fare che mettere in pratica le conoscenze derivanti dalla mia professione.

Invece quel nodo si scioglie, per incanto, grazie all’intervento di un ignaro anziano signore che, con l’appellativo di “Signorina!”, richiama la mia attenzione per domandarmi se ho intenzione di liberare lo stallo: effettuo un repentino ritorno sul nostro pianeta dall’asteroide deserto su cui ero volata, sorridendo al pensiero che alla mia età qualcuno mi possa ancora chiamare così. Ma tutto è relativo.

Questa banale richiesta dischiude un nuovo scenario e mi restituisce almeno un po’ di lucidità, che mi consente di pensarmi non più esclusivamente come una donna con un carcinoma al seno, ma mi riconsegna le altre “parti” di me su cui poter contare per affrontare la situazione. Sono figlia, sorella, moglie, mamma, amica, insegnante, psicoterapeuta e questa non sarà altro che una nuova tessera che si aggiungerà alla molteplicità del mio Sé. E, ne sono certa, non potrà che farlo diventare migliore.

Di questo ulteriore “viaggio”, di questo sgradito ospite, avrei di sicuro fatto volentieri a meno. Il mio corpo è già stato culla e tomba della vita e, per mia storia personale, ho dovuto fare i conti con la morte prima ancora di nascere: so molto bene che non esistono circonvallazioni per il dolore e che per superarlo è inevitabile passarci attraverso, ma ciò che ho da tempo imparato è che se è vero che la realtà non la posso modificare, è anche vero che è in mio potere decidere come viverla.

Io questa decisione l’avevo già presa prima che questo ospite indesiderato giungesse ad abitare dentro di me e lui non mi farà cambiare idea.