La droga è uno psicofarmaco che da un lato allevia la sofferenza, aiuta a superare le difficoltà, dà libero sfogo all'immaginazione e alla creatività, ma dall'altro svuota, intossica l'organismo e lo riduce in schiavitù.

L'idea che essa intervenga in soccorso di un suo corrispettivo endogeno, normalmente presente nel nostro organismo, mi fu per la prima volta instillata nella mente da Daniel Bovet, tanti anni fa. Avvenne in un caldo pomeriggio di giugno, mentre lui stava scorrendo un mio lavoro sperimentale sulla morfina e io lo guardavo con ansia, in attesa di conoscere il suo parere. Improvvisamente alzò gli occhi dal dattiloscritto e con lo sguardo perso nel vuoto, come se stesse seguendo un suo pensiero, mi disse: “La droga accompagna il cammino dell'uomo da sempre, in tutte le civiltà. Deve quindi corrispondere ad un bisogno profondo, che ha le radici nella natura dell'uomo”.

Io non so se volesse esprimere un concetto generale di ordine filosofico, oppure se si riferisse esplicitamente alla droga endogena, come per semplicità d'ora in poi chiamerò il suo corrispettivo, presente dentro ciascuno di noi. So però che da allora quest'idea non mi ha più abbandonato, fino a diventare una sorta di ossessione, che mi ha guidato nella più affascinante avventura della mia intera carriera scientifica.

La droga endogena

Il quadro della droga endogena si sarebbe poi venuto lentamente delineando, almeno in parte, negli anni successivi. Gli oppioidi comprendono le endorfine (contrazione di "morfine endogene"), le encefaline e le dinorfine. Essi hanno in comune con la morfina, l'eroina e gli altri morfinici le proprietà fondamentali e il punto d'attacco. Nell'organismo umano è stata inoltre ritrovata morfina come tale, sebbene solo in tracce.

I corrispettivi endogeni delle droghe psicostimolanti, tipicamente rappresentate dalla cocaina e dall'amfetamina, sono l'adrenalina, la dopamina e altre sostanze appartenenti alla famiglia delle catecolamine. Con il passare del tempo, il quadro si è arricchito di sempre nuovi elementi.

Vittorio Erspamer ha trovato nella pelle degli anfibi alcune sostanze paragonabili alla mescalina per i loro effetti psichedelici. Seguendo un concetto semplice, ma geniale, egli aveva previsto che queste stesse sostanze fossero presenti anche nel nostro cervello, sebbene in quantità talmente basse, da ostacolarne l'identificazione.

Il sistema nervoso centrale nasce e si sviluppa durante l'evoluzione sotto forma di un'introflessione dell'ectoderma, cioè della pelle: ne conserva quindi la composizione anche negli animali superiori. C'è poi l'alcol, presente negli organismi viventi inferiori che ricavano la loro energia dalla fermentazione degli zuccheri. Nel corso dell'evoluzione questo meccanismo energetico sembra essere stato accantonato, ma deve essere ancora presente in qualche meandro del nostro organismo.

Avendo questo quadro in mente, fui fortemente colpito da alcuni episodi ai quali assistetti da vicino. Conobbi una persona dotata di un temperamento aggressivo. Appena succedeva qualcosa di preoccupante si eccitava, fino a diventare euforico, mentre quando tutto sembrava andare per il verso giusto si incupiva, cadeva in depressione. Poi un giorno rividi questa stessa persona eccitata ed euforica apparentemente senza ragione, finché scoprii casualmente che aveva ingerito uno psicostimolante. In seguito lo fece sempre più frequentemente, finché sviluppò una grave tossicodipendenza.

Nel corso degli anni ho anche avuto modo di seguire alcuni tossicodipendenti all'eroina. Due, in particolare, li avevo conosciuti prima che sviluppassero questa condizione. Erano giovani fragili, che non sapevano affrontare le difficoltà della vita. Qualunque contrarietà li faceva soffrire. Rimasi stupefatto nell'assistere alla loro trasformazione in seguito all'iniezione di eroina. Erano diventati sereni, tranquilli, sicuri di sé. Se non avessi saputo che erano drogati, li avrei scambiati per persone normali, di buon carattere, cui arride la vita.

Cominciai anche a riflettere su alcuni episodi riguardanti persone che, pur conducendo una vita del tutto normale, manifestano capacità non così intense come quelle dell'LSD e di altre droghe psichedeliche, ma qualitativamente simili. Per esempio, da bambino avevo assistito ad un evento straordinario. Mentre lavorava tranquillamente a maglia, la mia nonna materna aveva improvvisamente cominciato a singhiozzare, gridando che era successa una disgrazia al marito. Venne rassicurata e si calmò, ma poco dopo arrivò la notizia che il marito era stato investito da un automezzo militare a distanza di chilometri ed era morto. Può essersi trattato di una coincidenza, ma alla mia nonna materna capitava regolarmente di preavvertire i familiari dell'arrivo di una lettera importante o di sognare, spesso con particolari stupefacenti, avvenimenti ai quali non aveva assistito. Le figlie ne erano terrorizzate ed anche il marito aveva cominciato a temerla dal giorno in cui, rientrando a casa, era stato accusato di un tradimento commesso poco prima, in circostanze che rendevano impossibile scoprirlo. Io stesso, nel mezzo della notte mentre mi trovavo con la famiglia a villeggiare in una località marina, mi svegliai improvvisamente e, come spinto da una mano invisibile, mi recai al porto. Il mare era liscio e non spirava un alito di vento, ma io presi il nostro gommone e lo trascinai faticosamente a riva, lontano dal bagnasciuga. Poco dopo si alzò un vento impetuoso, che imboccò l'apertura del porto e affondò gran parte delle imbarcazioni che vi erano ricoverate. Perché lo feci? Non certo per esperienza, dato che non sono un uomo di mare. Forse fu una semplice coincidenza, ma ne fui impressionato.

In quegli anni lessi un vecchio trattato nel quale Eugen Bleuler (1924), uno dei maggiori psichiatri del secolo scorso, descrive gli effetti favorevoli della morfina nella depressione. Già prima avevo avuto notizie frammentarie su cliniche tedesche dove nel passato si curava la depressione con l'oppio, ma questa era una testimonianza precisa ed autorevole. Cominciarono anche ad apparire nella letteratura scientifica i primi studi riguardanti la frequente coesistenza, nel medesimo asse familiare, di alcolismo, altre forme di tossicomania e la depressione.

Concentrai quindi l'attenzione su questa affezione mentale. Le nevrosi sono caratterizzate da ansie, manie, fobie ed altre manifestazioni devastanti, ma non tolgono la voglia di vivere. La schizofrenia comporta una scissione della personalità e gravi manifestazioni psicotiche, ma chi ne è colpito nei momenti di lucidità chiede aiuto e talvolta si apre al colloquio. Il depresso, invece, si chiude in se stesso, soffocato dalla sua visione negativa delle cose. Conserva una carica vitale, ma la ritorce contro se stesso e coloro che gli stanno intorno, a cominciare dai familiari. Perde la capacità di gioire e diventa preda di una sofferenza talmente profonda, che può spingerlo al suicidio.

Questi ragionamenti e queste notizie finirono così per amalgamarsi in un'ipotesi di lavoro precisa. La chiamai “mental pain hypothesis of depression” (Silvestrini, 1986) e mi guidò nella ricerca di un composto efficace quanto la morfina, ma più sicuro. Finalmente risultò attiva una molecola di sintesi, chiamata trazodone, che attenua la sofferenza mentale del depresso senza indurre tossicodipendenza. Fu una scoperta fortunata, perché tuttora non conosco le ragioni di questa sua peculiarità, ma rimane il fatto che ha cambiato il trattamento della depressione, rendendolo più sicuro.

Nemmeno il trazodone, tuttavia, va al cuore del problema. Il bisogno profondo di droga che accompagna il cammino dell'uomo da sempre, in tutte le civiltà, nasce da un vuoto interno, che non può essere colmato dall'esterno. Ovvero, il trazodone può colmarlo, ma solo se aiuta il depresso a riprendersi, a reagire e a risollevarsi con le sue forze. Nel 30-40 per cento dei depressi succede, gli altri sviluppano una dipendenza, nella sostanza non diversa dalla tossicodipendenza alla droga. Qual è la differenza rispetto a un diabetico, che per stare bene ha bisogno della sua dose quotidiana di insulina? È vero che il tossicodipendente è spesso diventato tale per una propria colpa o leggerezza, ma questo non fa molta differenza. Anche chi rimane ferito mentre compie una rapina, o viene mutilato come conseguenza dell'uso incauto di un esplosivo, si trova in questa condizione, ma non per questo cessa di essere un paziente bisognoso di assistenza.

Ci stiamo avvicinando al termine di questo viaggio. Cambiano le droghe, cambiano le circostanze del loro impiego, ma non cambiano le motivazioni fondamentali che da sempre spingono l'uomo a servirsene.

L'uomo ricorre alla droga perché essa aiuta concretamente ad affrontare e superare le difficoltà della vita. Non solo infonde forza e coraggio, spegnendo la sofferenza e gli altri segnali d'allarme che invitano alla prudenza, ma sostiene anche l'intero organismo, mobilitandone le risorse sopite ed impegnandole in imprese altrimenti impossibili. Questa è la motivazione fondamentale che da sempre spinge l'uomo a rifugiarsi nella droga. Non cambia nemmeno, purtroppo, il prezzo da pagare. È il prezzo non tanto della partita truccata, che nelle competizioni sportive comporta la squalifica dell'atleta, e forse nemmeno dell'asservimento insito nella tossicodipendenza, quanto piuttosto di una di una resa di fronte alle difficoltà della vita.

Una resa che può essere dettata sia dal bisogno, sia dall'immaturità. Perché dietro la varietà dei drogati ci sono due figure che si stagliano sopra tutte le altre. La prima è quella dell'infermo, che chiede aiuto per una malattia fisica o mentale insostenibile con le proprie forze. Egli merita solidarietà e assistenza, al pari di ogni altro malato. Se ha bisogno di una droga gli va data, senza costringerlo a ricorrere al mercato clandestino. La seconda figura è quella della persona immatura. Sono i miei Pinocchietti, come li chiamo io quando mi aprono il loro animo, perché credono ancora nel Paese dei balocchi. Anch'essi meritano solidarietà e assistenza, ma in forma diversa: vanno aiutati a crescere e ad affrontare autonomamente le difficoltà della vita. Questo è il messaggio, l'insegnamento che propongo al lettore.

È in forma elementare, facilmente comprensibile, ma so bene che da solo non basta. Per avvalersene, occorre farselo proprio, magari contestandolo, dibattendolo, completandolo o aggiustandolo. Ne offre un approfondimento il libro, “Malati di droga”, ora disponibile sul Web, in edizione elettronica italiana (Silvestrini, 2017), oltre che inglese (2014).

Bibliografia

  • Bleuler E., Textbook of psychiatry, Mcmillan, New York, 1924.
  • Silvestrini B.,Trazodone and the mental pain hypothesis of depression. Neuropsychobiology, 1986.
  • Silvestrini B., Drug Sickness, Ed. Lambert, Academic Publishing, 2014.
  • Silvestrini B., Malati di droga, (2017)