Diagnosi malattia di Alzheimer: nuovi biomarcatori ematici
Nella mia pratica clinica, mi capita spesso di visitare pazienti che arrivano dopo anni di incertezza diagnostica, con esami ripetuti e risposte mai davvero risolutive. In miei precedenti articoli ho già affrontato il tema dei biomarcatori, concentrandomi sul liquor e sulle tecniche di imaging, ma recentemente qualcosa sta davvero cambiando nella diagnosi delll'Alzheimer, per questo ora vorrei spiegare cosa sono i nuovi biomarcatori ematici come pTau217 e pTau181.
Quali esami fare per la diagnosi di Alzheimer?
Per molti anni la diagnosi di malattia di Alzheimer è rimasta, nella pratica clinica quotidiana, una diagnosi prevalentemente clinica e di esclusione. PET cerebrale e puntura lombare hanno rappresentato e tuttora rappresentano strumenti diagnostici fondamentali, ma di fatto accessibili solo a una minoranza di pazienti, spesso dopo lunghi tempi di attesa e in contesti altamente specializzati.
Il risultato è noto: una quota per nulla trascurabile di persone con disturbo cognitivo di rado arriva a una diagnosi biologicamente fondata soprattutto nelle fasi iniziali di malattia, quando l'inquadramento sarebbe più utile. Di fatto, i grandi studi epidemiologici mostrano che meno di un quarto dei pazienti con demenza di grado intermedio riceve una diagnosi formalmente corretta e che oltre il 90% dei soggetti con declino cognitivo iniziale non viene mai sottoposto a test biologici.
Ed è proprio qui che si inserisce la vera novità costituita dai biomarcatori ematici, in quanto un prelievo di sangue è potenzialmente accessibile anche fuori dai grandi centri la qual cosa non semplifica la diagnosi ma la rende più equa e tempestiva.
La malattia di Alzheimer, come riportato in miei precedenti articoli, è caratterizzata da due processi fondamentali:
- accumulo di beta-amiloide,
- alterazioni patologiche della proteina tau.
Le forme fosforilate della tau, pTau217 e pTau181 sono misurabili nel sangue e riflettono direttamente questi processi. In particolare la pTau217 è il biomarcatore più specifico ed è elevato anche anni prima della comparsa di sintomi.
Insieme, va chiarito, non rappresentano una diagnosi automatica e non fanno diagnosi da soli: non si è in altri termini davanti ad una scorciatoia diagnostica, ma a uno strumento che richiede esperienza e buon senso clinico, aiutando il neurologo a orientare precocemente il percorso diagnostico nel senso di selezionare meglio chi debba accedere a PET o esame del liquor, riducendo tempi, costi e incertezze inutili.
In altri termini, questo nuovo iter consente di cambiare in modo più razionale il rapporto tra clinica e tecnologia.
Fasi della diagnosi
Pertanto, si potrà instaurare un modello diagnostico multi-livello, così suddiviso:
- Primo livello (ambulatoriale) : pTau181 basso = Alzheimer improbabile
- Secondo livello (centri per i disturbi cognitivi) : pTau217= conferma biologica del sospetto
- Terzo livello: PET o liquor riservati ai casi discordanti o complessi.
Ma mi preme sottolineare che nessun biomarcatore può sostituire l'anamnesi, l'esame neurologico e il ragionamento clinico, soprattutto nelle fasi iniziali del declino cognitivo.
Biomarcatori: vantaggi e limiti
L'utilizzo dei biomarcatori ematici nella diagnosi della malattia di Alzheimer è non soltanto meno invasivo quand'anche consente una maggiore chiarezza diagnostica precoce, consentendo un percorso più rapido e meno frustrante per i pazienti e per le famiglie.
La vera rivoluzione consiste nel portare la diagnosi biologica dell'Alzheimer dentro la pratica clinica reale, ma i biomarcatori, pur rappresentando un passo avanti importante, restano strumenti: è sempre il ragionamento clinico a dare loro significato.
Fonti
- Bali D, et alii: Comparison of plasma ALZpath pTau217 with Lilly pTau217 and pTau181 in a neuropathological cohort. Acta Neuropathol Commun. 2025 Jun 30;13(1):144.