Utente 353XXX
Salve gentili medici, quello che sto per dirvi non è un consulto su sintomi o diagnosi, ciò nonostante sentivo la necessità di scrivervi... Può sembrare una domanda stupida, potrebbero venire fuori risposte del tipo "ma allora perchè hai scelto questa strada?", oppure per rispetto verso i veri sofferenti potreste anche non rispondere...

La sostanza è: mi mancano 5 esami e finalmente sarò laureato in Medicina... e nella Medicina (penso in particolare in Oncologia ed Ematologia) vedi davvero come vanno le cose... La sofferenza, sia fisica che psicologica... Una mia "collega" è uscita oggi straziata da un tirocinio in ematologia (quindi giovani - leucemie - chemio - aplasie - antisepsi totale - trapianti - "chissà se ne uscirò vivo"), e il suo racconto mi ha fatto tornare alla mente il mio periodo di ipocondria che ho attraversato...

il tutto mi ha portato a pensare, e siccome dovrò intraprendere la professione del medico, vi chiedo: come la vivete voi veri professionisti? Come affrontate ogni giorno la malattia, i casi senza ritorno, la tristezza, sapendo che potrebbe cogliere anche voi?Con quale spirito "scendete in campo"?

Il consulto l'ho chiesto giusto in Oncologia perchè penso riguardi più da vicino l'ambito che più mi butta a terra, ossia patologie a volte incurabili, che affliggono persone "che non se lo meritano"... E non voglio arrivare a pensare che la soluzione a questi pensieri sia avere "un cuore di pietra e uno stomaco d'acciaio"...

Vi ringrazio preventivamente, confido in una vostra risposta!

[#1] dopo  
Dr. Giovanni Migliaccio

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Caro collega,
il tuo "strano " e inusuale consulto è importante per molti spunti di riflessione che, in un breve spazio, non sarebbero trattati adeguatamente e per quel che meritano.

In medicina non è solo la patologia tumorale quella più drammatica, ma come avrai potuto constatare sia studiando sui Trattati che nei tirocini in Clinica, sono molte le affezioni rare e meno rare che ancora oggi sono incurabili e procurano sofferenze sia nei pazienti che nei loro familiari.

Il nostro compito di medici è quello di studiare, fare ricerca, lavorare con impegno, calandoci anche nel dramma della malattia che osserviamo, ma controllando emozioni e sentimenti che pur ci pervadono di fronte al male, alla morte più di quanto dimostriamo, apparendo spesso freddi e cinici agli occhi degli altri.

Ma guai se così non fosse!
Pensa al chirurgo che di fronte a una emorragia inarrestabile mentre opera si lasciasse andare allo sconforto, al dolore per l'imminente possibilità di morte. Non farebbe che complicare le cose e non salverebbe il paziente.
Il medico si trova sempre, ogni giorno, ogni notte di fronte al mistero della vita, della morte e della loro ineluttabilità.
Ne è ben consapevole e la sua professione è dedicata ad ogni sforzo perchè il sofferente possa trarre il maggior beneficio possibile.
Certo i medici non sono immuni dalla malattie che curano (e non solo), ma spesso non ce lo ricordiamo, ci trascuriamo perché siamo impegnati verso gli altri, verso quel paziente che si affida alle nostre cure e la ricompensa, per moltissimi di noi, è quella di aver fatto il proprio dovere.

Con tali sentimenti si "scende in campo" e la forza di superare sconfitte (che pur ci sono) sta nella convinzione che la malattia, la morte sono parte della vita e che il nostro impegno professionale, serio, coscienzioso ci ripagherà di quella impotenza a realizzare la chimera della vita eterna in terra, forse però non auspicabile.

Con i miei più sinceri auguri per una luminosa carriera

Giovanni Migliaccio



Giovanni Migliaccio, M.D., Neurochirurgo
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[#2] dopo  
Dr. Chiara Lestuzzi

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Caro futuro collega, nel tuo quesito ci sono due aspetti importanti.

Al come ci si pone davanti alle malattie gravi, ha già risposto il collega Migliaccio: ci si impegna a fare quel che si può per guarire o comunque AIUTARE il paziente, senza farsi sviare dall' emotività. Questo non significa corazzarsi il cuore. Significa CONCENTRARSI su quello che può essere utile. Dopo di che, finito quello che dobbiamo fare come tecnici, ci si può anche lasciare andare all' emotività e fare qualcosa che mostrii al paziente la nostra empatia (stringere la mano, parlare della sua vita privata, chiedere come si sente e mostrargli la nostra comprensione... io qualche volta mi spingo fino ad abbracciare pazienti disperati/disperate, o a raccontare esperienze mie personali, per far capire loro che anche noi medici -e i nostri familiari- non siamo immuni dai problemi. Questa è una cosa che ha un effetto incredibilmente positivo: vedere un medico realmente e sinceramente partecipe.)

La seconda cosa che mi ha colpito è la frase: "mi ha fatto tornare alla mente il mio periodo di ipocondria che ho attraversato...". Io avevo uno strabismo congenito, per cui da bambina sono stata operata due volte, e ho fatto lunghe terapie ortottiche. Mia madre lavorava e aveva altri due figli. Quando sono stata operata ho avuto un sacco di regali; quando avevo bisogno di cure (e quando stavo male) la mamma mi dedicava molto tempo... la tentazione di sentirsi malati per ottenere attenzione dagli altri diventa automatica, e ho rischiato di diventare anche io un' ipocondriaca. Il fatto di fare il medico, e di avere a che fare con malattie gravi e serie (da 30 anni mi occupo di pazienti neoplastici) mi ha protetta da questa tendenza. Quindi, abbi fede: considerato anche che sei così sensibile da porti il problema, sarai un bravo medico!
Dr. Chiara Lestuzzi
Cardiologia, Centro di Riferimento Oncologico (CRO), IRCCS, Aviano (PN)

[#3] dopo  
Dr. Salvo Catania

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>>Può sembrare una domanda stupida, potrebbero venire fuori risposte del tipo "ma allora perchè hai scelto questa strada?", oppure per rispetto verso i veri sofferenti>>

Per replicare ad una domanda del genere non bastano un paio di volumi, ma senz’altro merita una risposta “fuori di seno”.

http://www.senosalvo.com/ragazzefuoridiseno/menu_ragazzefuoridiseno.htm

Abstract controcorrente:
>>Come affrontate ogni giorno la malattia, i casi senza ritorno, la tristezza, sapendo che potrebbe cogliere anche voi? Con quale spirito "scendete in campo"? >>
1)Con l’empatia, sensibilità e altruismo che sono valori che si acquisiscono strada facendo. Ma non certo per ALTRUISMO, empatia, e sensibilità come punti di partenza (“missione”), che portano da sole inevitabilmente (es.dopo la morte dei propri pazienti ) alla devastante Sindrome del Bourn Out.

2) Il valore più solido di base, di cui i medici che si dichiarano empatici (solo a parole) se ne vergognano , è nella mia esperienza l’EGO-altruismo.
Aiutare gli altri con SCIENZA e COSCIENZA è un modo innocuo per appagare la nostra umana vanità, consapevoli nello stesso tempo che lo strumento abbia diversi effetti collaterali positivi molto utili dal punto di vista sociale. In fondo anche quando si scrive un articolo o si accetta di partecipare come relatori ad un convegno o si comunicano i propri studi al mondo scientifico nella vita reale, tra le motivazioni possibili c’è anche, anzi è prevalente, quello di appagare la nostra umana vanità.

Il sentimento umano di appagare la nostra (EGO) vanità è quello che resiste più a lungo alle frustrazioni e intemperie di una professione difficile e senza certezze.
Salvo Catania, MD
Chirurgo oncologo-senologia chirurgica
www.senosalvo.com