Come aiutare un adulto affetto da ludopatia da pc

Gentili dottori, non chiedo consulto per me, ma cerco aiuto per mio fratello, che né io né i miei genitori sappiamo più bene come aiutare.
Mio fratello è un ragazzo di 20 anni che passa la sua intera esistenza al pc a giocare ai giochi online, chattare, guardare anime.
Non ha amici, se non quelli online con cui gioca (addirittura ha un vecchio amico che vive a poche centinaia di metri da casa nostra, ma lo sente solo in chat e non esce mai con lui). Non esce mai, passa anche mesi interi dentro casa senza uscire, se non per le feste comandate, quando riusciamo a convincerlo ad uscire un po' o quando deve sostenere un esame universitario; almeno lo scorso anno andava a scuola tutti i giorni, ma da quando si è diplomato è ancora più isolato di prima. Non mangia nulla, solo pochissime pietanze (molte delle quali schifezze), non cura più nemmeno l'igiene personale: non lava i capelli per settimane, sta anche mesi senza fare una doccia completa, giorni senza cambiare la biancheria e sospetto non lavi troppo spesso nemmeno tutto il resto, nonostante passi anche ore intere in bagno (spesso con gli auricolari). Al liceo non usciva mai con i compagni, non andava alle feste di compleanno (nonostante lo invitassero e non subisse nessun tipo di bullismo o isolamento e di questo siamo certi, i suoi compagni gli volevano bene), ed è stato addirittura bocciato un anno a causa dello scarsissimo impegno, ed io e i miei genitori siamo riusciti a farlo diplomare con fatica, stando costantemente attenti a cosa facesse, ed anche ora che frequenta l'università i risultati sono molto molto deludenti. Sembra non abbia alcun interesse se non il pc e spesso fa discorsi al limite del patologico, parlando quasi sempre di cultura pop e giochi o spesso fissandosi su argomenti assurdi per ore (ieri per più di un'ora e mezza ha parlato di un dispositivo per sbiancare i denti, ad esempio). Non fa nulla in casa, non rifà nemmeno il proprio letto, se prende un bicchiere per bere non si scomoda nemmeno a poggiarlo dentro il lavabo ma lo lascia in giro, la sua scrivania è piena di sporcizia e se io e miei non pulissimo lui vivrebbe nella sporcizia più totale. Crediamo abbia "paura" a camminare per strada o ad usare i mezzi da solo; una volta ha chiamato disperato ed impaurito mia madre perché internet non funzionava e non ricordava quale autobus prendere per l'università e quindi non voleva più andare a lezione. Non esce mai di casa senza tracolla contenente tablet, cellulare e consolle portatile. Da bambino, sino alle medie, sembrava tutto normale e non era assolutamente così. A conti fatti, mio fratello ha gravi problemi relazionali e sta minando gravemente la sua vita. Quando io o i miei proviamo a parlargliene lui reagisce in maniera molto molto violenta, con crisi di rabbia molto potenti, urla disumane. Come possiamo comportarci? Cosa possiamo fare per aiutarlo (perché è logico che lui non acconsentirà mai a vedere uno psicologo o uno specialista)? Aiuto.
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Dr.ssa Anna Potenza Psicologo 4k 190
Gentile utente,
lei ha certo sentito parlare di dipendenza da Internet e di sindrome di Hikikomori.
Il computer sostituisce la vita. Tutto quello che è sgradevole e impegnativo viene eluso; tutta la vitalità, l'attività sociale, perfino le "emozioni" vengono vicariate dal gioco.
La dipendenza patologica da sostanze o da altre abitudini compulsive non è nuova; è l'oggetto, Internet, che è nuovo e pericoloso, perché si presenta in forme particolarmente accattivanti e innocue: serve per connettersi con amici e colleghi, per seguire lezioni e webimar, approfondire temi culturali, fare amicizie e perfino sperimentare rapporti sessuali.
In poche parole, è un sostituto completo della vita che per di più rispetto alle vecchie sostanze pericolose non richiede denaro e fatica per essere raggiunto, anzi si presenta con l'aspetto più che desiderabile dello strumento per seguire lezioni, scrivere testi, scambiare informazioni, divertirsi e così via.
Se è vero che molti sono a rischio di questa dipendenza che cancella la vita, però, è anche vero che sono più a rischio le persone che non devono in nessun modo rispondere di sé stesse: quelle che vengono mantenute e supportate da altri.
Lei scrive: "io e i miei genitori siamo riusciti a farlo diplomare con fatica, stando costantemente attenti a cosa facesse".
Appunto. Il guaio è cominciato lì, molto precocemente, quando suo fratello avrebbe dovuto allenare i "muscoli" alla responsabilità di sé e dei propri risultati, ed era invece spinto, trascinato, invogliato, costretto.
Adesso non sarà facile fargli cominciare ad esercitare quella che sente ormai come estranea e nemica: la responsabilità della sua vita.
L'aiuto di un team di psicologi, in un centro SERT (quello dove si curano le dipendenze alcoliche) potrebbe rimettervi tutti in carreggiata.
Non dubito che suo fratello non voglia accedervi, ma cominciate a recarvi lì tutti voi della famiglia, e se ascolterete le indicazioni degli specialisti potrete riuscire a guarire l'intera situazione malsana.
Auguri.

Prof.ssa Anna Potenza (RM) gairos1971@gmail.com