Il mio ragazzo mi dice che è triste e che la sua unica consolazione è pensare alla morte
Buongiorno,
Il mio ragazzo, 35 anni, con cui convivo, ogni tanto mi dice che è triste e che la sua unica consolazione è pensare che un giorno si muore.
Non mi è chiaro cosa attivi questa sua tristezza, ci sono momenti che mi sembra felice e momenti che invece dice di essere triste, e se gli chiedo perché "non lo sa", indipendentemente da quanto io provi a farlo riflettere.
Sente una psicologa, ma sebbene continui a seguire gli appuntamenti lui non fa le cose che lei gli dà da fare (scrittura di un diario quotidiano sul proprio umore) e dice che le interazioni con lei non sono in alcun modo illuminanti, gli dice solo cose che già sapeva.
Non è la prima psicologa con cui parla, in passato aveva già fatto alcuni incontri con un altro psicologo ma anche in quel caso gli è sembrato solo una perdita di tempo.
In genere fa una vita normale, ultimamente è sempre più insofferente verso il suo lavoro ma dice di aver sempre avuto questi pensieri, a prescindere dal lavoro.
In passato mi ha anche parlato in modo teorico di quali metodi siano più efficaci per morire velocemente.
In generale lui è una persona molto razionale e spesso con un umorismo che definirei anche sarcastico o dissacrante.
Mi condivide pensieri su progetti futuri con me, ho indizi concreti che voglia chiedermi di sposarmi, parla delle vacanze che faremo e del futuro e così via.
Potrebbero anche essere discussioni non preoccupanti contestualizzate nella persona, ma non voglio certo correre il rischio che questi segnali in realtà si concretizzino in qualcosa di grave.
Vorrei capire cosa fare.
Grazie
Il mio ragazzo, 35 anni, con cui convivo, ogni tanto mi dice che è triste e che la sua unica consolazione è pensare che un giorno si muore.
Non mi è chiaro cosa attivi questa sua tristezza, ci sono momenti che mi sembra felice e momenti che invece dice di essere triste, e se gli chiedo perché "non lo sa", indipendentemente da quanto io provi a farlo riflettere.
Sente una psicologa, ma sebbene continui a seguire gli appuntamenti lui non fa le cose che lei gli dà da fare (scrittura di un diario quotidiano sul proprio umore) e dice che le interazioni con lei non sono in alcun modo illuminanti, gli dice solo cose che già sapeva.
Non è la prima psicologa con cui parla, in passato aveva già fatto alcuni incontri con un altro psicologo ma anche in quel caso gli è sembrato solo una perdita di tempo.
In genere fa una vita normale, ultimamente è sempre più insofferente verso il suo lavoro ma dice di aver sempre avuto questi pensieri, a prescindere dal lavoro.
In passato mi ha anche parlato in modo teorico di quali metodi siano più efficaci per morire velocemente.
In generale lui è una persona molto razionale e spesso con un umorismo che definirei anche sarcastico o dissacrante.
Mi condivide pensieri su progetti futuri con me, ho indizi concreti che voglia chiedermi di sposarmi, parla delle vacanze che faremo e del futuro e così via.
Potrebbero anche essere discussioni non preoccupanti contestualizzate nella persona, ma non voglio certo correre il rischio che questi segnali in realtà si concretizzino in qualcosa di grave.
Vorrei capire cosa fare.
Grazie
Gentile,
comprendo bene la sua preoccupazione, ed è una preoccupazione legittima. Le frasi che descrive, in particolare l’idea che l’unica consolazione è pensare che un giorno si muore e i riferimenti, anche se teorici, ai metodi per morire, non vanno mai banalizzati, anche quando convivono con progettualità, ironia e apparente funzionalità nella vita quotidiana.
La presenza di momenti di apparente serenità, di progetti futuri o di una vita quotidiana organizzata non elimina la possibilità di una sofferenza profonda. L’oscillazione tra pensieri di morte e desiderio di costruire progetti di vita indica un conflitto interno ancora aperto e sottolinea quanto sia importante non sottovalutare i segnali che emergono. Molte persone riescono a mantenere una vita esternamente organizzata mentre internamente convivono con pensieri di morte che funzionano come una sorta di rifugio mentale, una via di fuga simbolica più che un’intenzione immediata.
Rispetto al percorso psicologico, ciò che descrive è piuttosto frequente in persone molto razionali. La richiesta implicita spesso è quella di ottenere risposte o spiegazioni, mentre il lavoro terapeutico richiede un coinvolgimento attivo e una disponibilità a tollerare il non sapere, la ripetizione e il contatto con aspetti scomodi di sé. Il rifiuto degli esercizi proposti e la svalutazione del percorso possono essere una forma di difesa, non necessariamente la prova che la terapia sia inutile.
Lei, come partner, non può e non deve assumere il ruolo di terapeuta o di contenitore unico del suo disagio. Cercare di farlo riflettere, rassicurarlo o dare senso ai suoi vissuti rischia, nel tempo, di esaurirla e di spostare su di lei una responsabilità che non le appartiene.
Quello che può fare è mantenere una posizione chiara e affettiva insieme. Da un lato mostrargli che prende sul serio ciò che dice, senza minimizzarlo né drammatizzarlo. Dall’altro esplicitare che, alla luce dei pensieri che condivide, è importante che il suo percorso di cura venga rivalutato, eventualmente anche coinvolgendo uno psichiatra per un inquadramento più completo, se questo non è già avvenuto.
Se dovessero comparire segnali di peggioramento, come un aumento della frequenza dei pensieri di morte, una maggiore chiusura, la perdita di interesse per i progetti o frasi che indicano un’intenzione più concreta, è fondamentale non restare soli e chiedere un aiuto immediato.
Il fatto che lei si stia ponendo queste domande e stia cercando di capire come muoversi è già un segnale di grande attenzione e responsabilità. Proteggere lui significa anche proteggere se stessa, riconoscendo i limiti di ciò che può fare come compagna e affidandosi, quando necessario, a un aiuto professionale adeguato.
Resto a disposizione.
comprendo bene la sua preoccupazione, ed è una preoccupazione legittima. Le frasi che descrive, in particolare l’idea che l’unica consolazione è pensare che un giorno si muore e i riferimenti, anche se teorici, ai metodi per morire, non vanno mai banalizzati, anche quando convivono con progettualità, ironia e apparente funzionalità nella vita quotidiana.
La presenza di momenti di apparente serenità, di progetti futuri o di una vita quotidiana organizzata non elimina la possibilità di una sofferenza profonda. L’oscillazione tra pensieri di morte e desiderio di costruire progetti di vita indica un conflitto interno ancora aperto e sottolinea quanto sia importante non sottovalutare i segnali che emergono. Molte persone riescono a mantenere una vita esternamente organizzata mentre internamente convivono con pensieri di morte che funzionano come una sorta di rifugio mentale, una via di fuga simbolica più che un’intenzione immediata.
Rispetto al percorso psicologico, ciò che descrive è piuttosto frequente in persone molto razionali. La richiesta implicita spesso è quella di ottenere risposte o spiegazioni, mentre il lavoro terapeutico richiede un coinvolgimento attivo e una disponibilità a tollerare il non sapere, la ripetizione e il contatto con aspetti scomodi di sé. Il rifiuto degli esercizi proposti e la svalutazione del percorso possono essere una forma di difesa, non necessariamente la prova che la terapia sia inutile.
Lei, come partner, non può e non deve assumere il ruolo di terapeuta o di contenitore unico del suo disagio. Cercare di farlo riflettere, rassicurarlo o dare senso ai suoi vissuti rischia, nel tempo, di esaurirla e di spostare su di lei una responsabilità che non le appartiene.
Quello che può fare è mantenere una posizione chiara e affettiva insieme. Da un lato mostrargli che prende sul serio ciò che dice, senza minimizzarlo né drammatizzarlo. Dall’altro esplicitare che, alla luce dei pensieri che condivide, è importante che il suo percorso di cura venga rivalutato, eventualmente anche coinvolgendo uno psichiatra per un inquadramento più completo, se questo non è già avvenuto.
Se dovessero comparire segnali di peggioramento, come un aumento della frequenza dei pensieri di morte, una maggiore chiusura, la perdita di interesse per i progetti o frasi che indicano un’intenzione più concreta, è fondamentale non restare soli e chiedere un aiuto immediato.
Il fatto che lei si stia ponendo queste domande e stia cercando di capire come muoversi è già un segnale di grande attenzione e responsabilità. Proteggere lui significa anche proteggere se stessa, riconoscendo i limiti di ciò che può fare come compagna e affidandosi, quando necessario, a un aiuto professionale adeguato.
Resto a disposizione.
dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183
Utente
Buongiorno,
Grazie per la risposta.
Temo che cambiando terapeuta, al di là dello psichiatra, la situazione possa ripetersi. Conoscendolo, temo che se gli venisse consigliata una terapia farmacologica non la seguirebbe.
Inoltre, secondo lei dovrei consigliare di valutare un altro approccio rispetto all’orientamento dei professionisti che lo hanno seguito finora (entrambi di stampo cognitivo - comportamentale)?
Grazie per la risposta.
Temo che cambiando terapeuta, al di là dello psichiatra, la situazione possa ripetersi. Conoscendolo, temo che se gli venisse consigliata una terapia farmacologica non la seguirebbe.
Inoltre, secondo lei dovrei consigliare di valutare un altro approccio rispetto all’orientamento dei professionisti che lo hanno seguito finora (entrambi di stampo cognitivo - comportamentale)?
Gentile,
la sua preoccupazione è comprensibile e, ancora una volta, molto lucida. Il timore che cambiando terapeuta tutto si ripeta è frequente quando si osserva una certa rigidità o resistenza al lavoro psicologico, ma è importante fare alcune distinzioni.
Il fatto che il suo compagno abbia già avuto più esperienze terapeutiche percepite come inutili non significa necessariamente che la terapia non possa funzionare per lui, ma piuttosto che finora non si è creato un vero ingaggio nel processo. Questo può dipendere da diversi fattori, il momento di vita, il tipo di domanda con cui si è presentato, il livello di contatto con il proprio disagio o anche dal modello terapeutico, senza che questo implichi un errore dei professionisti incontrati.
Rispetto all’orientamento cognitivo-comportamentale, non c’è nulla di sbagliato in sé. È un approccio efficace per molte persone, ma non è adatto a tutti nello stesso momento. In soggetti molto razionali, che tendono a controllare, spiegare e analizzare tutto, alcuni strumenti strutturati possono essere vissuti come riduttivi o ripetitivi, soprattutto se il nucleo del disagio riguarda aspetti più profondi, esistenziali o emotivi che non sono ancora mentalizzati. In questi casi, un approccio diverso, ad esempio più orientato alla comprensione dei vissuti interni, della storia personale e delle dinamiche relazionali, può risultare più accessibile. Questo non va presentato come meglio o peggio , ma come più adatto a come lui funziona oggi.
Per quanto riguarda la terapia farmacologica, è importante non anticipare resistenze come certezze. Se anche fosse contraria, non spetta a lei convincerlo né forzarlo. Il punto non è farlo aderire a una cura, ma creare le condizioni perché possa interrogarsi seriamente sul proprio stato. A volte, il semplice confronto con uno psichiatra non serve tanto a prescrivere un farmaco, quanto a dare un riconoscimento clinico più chiaro alla sofferenza, cosa che per alcune persone è già un passaggio significativo.
Lei può fare una cosa molto importante, e allo stesso tempo molto delicata, spostare il discorso dal cambiare terapeuta al capire cosa sta succedendo davvero . Non proporre soluzioni, ma condividere il suo vissuto. Ad esempio, esprimere che i pensieri di morte che lui porta, anche se detti con ironia o distacco, la mettono in allarme e la fanno sentire sola e preoccupata. Questo tipo di comunicazione non è un attacco né una richiesta di performance terapeutica, ma un messaggio relazionale.
Tenga inoltre a mente un punto fondamentale. Lei non può garantire che lui stia bene, né che segua un percorso in modo coerente. Può però proteggere se stessa dal diventare l’unico contenitore del suo malessere. Se i pensieri di morte dovessero intensificarsi, diventare più frequenti o meno teorici , è essenziale non gestire tutto solo all’interno della coppia e coinvolgere un aiuto professionale, anche controvoglia, se necessario.
Il suo atteggiamento attento, non allarmistico ma neppure ingenuo, è una risorsa preziosa. Continui a fidarsi di questa parte di sé. Proteggere lui passa anche dal non annullarsi lei.
Un caro saluto
la sua preoccupazione è comprensibile e, ancora una volta, molto lucida. Il timore che cambiando terapeuta tutto si ripeta è frequente quando si osserva una certa rigidità o resistenza al lavoro psicologico, ma è importante fare alcune distinzioni.
Il fatto che il suo compagno abbia già avuto più esperienze terapeutiche percepite come inutili non significa necessariamente che la terapia non possa funzionare per lui, ma piuttosto che finora non si è creato un vero ingaggio nel processo. Questo può dipendere da diversi fattori, il momento di vita, il tipo di domanda con cui si è presentato, il livello di contatto con il proprio disagio o anche dal modello terapeutico, senza che questo implichi un errore dei professionisti incontrati.
Rispetto all’orientamento cognitivo-comportamentale, non c’è nulla di sbagliato in sé. È un approccio efficace per molte persone, ma non è adatto a tutti nello stesso momento. In soggetti molto razionali, che tendono a controllare, spiegare e analizzare tutto, alcuni strumenti strutturati possono essere vissuti come riduttivi o ripetitivi, soprattutto se il nucleo del disagio riguarda aspetti più profondi, esistenziali o emotivi che non sono ancora mentalizzati. In questi casi, un approccio diverso, ad esempio più orientato alla comprensione dei vissuti interni, della storia personale e delle dinamiche relazionali, può risultare più accessibile. Questo non va presentato come meglio o peggio , ma come più adatto a come lui funziona oggi.
Per quanto riguarda la terapia farmacologica, è importante non anticipare resistenze come certezze. Se anche fosse contraria, non spetta a lei convincerlo né forzarlo. Il punto non è farlo aderire a una cura, ma creare le condizioni perché possa interrogarsi seriamente sul proprio stato. A volte, il semplice confronto con uno psichiatra non serve tanto a prescrivere un farmaco, quanto a dare un riconoscimento clinico più chiaro alla sofferenza, cosa che per alcune persone è già un passaggio significativo.
Lei può fare una cosa molto importante, e allo stesso tempo molto delicata, spostare il discorso dal cambiare terapeuta al capire cosa sta succedendo davvero . Non proporre soluzioni, ma condividere il suo vissuto. Ad esempio, esprimere che i pensieri di morte che lui porta, anche se detti con ironia o distacco, la mettono in allarme e la fanno sentire sola e preoccupata. Questo tipo di comunicazione non è un attacco né una richiesta di performance terapeutica, ma un messaggio relazionale.
Tenga inoltre a mente un punto fondamentale. Lei non può garantire che lui stia bene, né che segua un percorso in modo coerente. Può però proteggere se stessa dal diventare l’unico contenitore del suo malessere. Se i pensieri di morte dovessero intensificarsi, diventare più frequenti o meno teorici , è essenziale non gestire tutto solo all’interno della coppia e coinvolgere un aiuto professionale, anche controvoglia, se necessario.
Il suo atteggiamento attento, non allarmistico ma neppure ingenuo, è una risorsa preziosa. Continui a fidarsi di questa parte di sé. Proteggere lui passa anche dal non annullarsi lei.
Un caro saluto
dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
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Questo consulto ha ricevuto 3 risposte e 251 visite dal 04/02/2026.
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