Intimità e condivisione
Buonasera.
Da diversi anni ho una relazione un po' atipica con un uomo molto più giovane di me.
Atipica perchè c'è un rapporto professionale in mezzo, la differenza di età notevole e anche perchè lui è in corso di separazione.
Ma a me finora è bastata.
Non ho mai chiesto nulla, nè - soprattutto - fatto domande sulla sua vita privata, aspettando casomai che fosse lui a parlarmene.
Tra noi, nel corso degli anni (quasi 10) si è malgrado tutto instaurato un "rapporto" - sui generis, certo - perchè spesso ci siamo confidati le nostre vicende di vita vissuta, cercando (in particolare io) di aiutarci vicendevolmente.
Ha funzionato anche fisicamente, perchè con questa persona ho "provato" per la prima volta sensazioni non avvertite con i miei partner precedenti.
Ma ho sempre evitato la domanda retorica e scontata a lui...Pensavo che dopo la prima volta fosse finita lì, e invece ha continuato a cercarmi.
E' accaduto tuttavia che recentemente, nel corso di un rapporto come sempre piuttosto "irruente", dove lui abbonda in baci e carezze che "lasciano il segno", quando ho fatto altrettanto si sia sottratto alle mie.
Naturalmente ho chiesto il motivo, e mi ha risposto che non gli piaceva...Non è vero, si è sempre svolto così.
Ci sono rimasta male.
Ho allora esposto le mie ragioni, vale a dire che l'intimità deve essere condivisa sempre, e che se lui non voleva avrei certamente rispettato i suoi limiti, tuttavia pretendevo che in tal caso la stessa regola fosse applicata anche a me.
Tra noi c'è sempre stato molto rispetto reciproco e nessuno di noi due ha agito mai contro la volontà dell'altro.
Ma la mia vita sentimentale è stata costellata di fallimenti, ho sempre dato molto ricevendo in cambio poco o niente ed il risultato è stato una grande insicurezza che tuttavia non mostro in altri ambiti della vita, dove sono considerata coraggiosa ed assertiva, ma il ritornello finale è sempre il medesimo: mi sento RIFIUTATA.
Lui vive ormai separato dalla moglie (diversamente, MAI avrei pensato di lasciargli "tracce", mi sarei sentita ignobile).
Ma non posso fare a meno di starci male, e mi chiedo il perchè del suo comportamento.
L'amore, ma soprattutto il sesso, oltre al rispetto ed alla complicità, richiedono un po' di leggerezza, nè io me la sento di comportarmi come un manichino che sta fermo senza partecipare.
Mai successo in vita mia.
Aggiungo tra l'altro che non sono una donna che prende l'iniziativa.
Non l'ho mai fatto, neppure da giovane.
Preferisco che sia lui, a cercarmi, e non solo perchè temo, appunto, un rifiuto, ma anche perchè so che l'uomo (forse non tutti) se non è in vena, ebbene, difficilmente corrisponde, e ciò darebbe ancor più il senso della mia dèfaillance... La comprensione dell'universo maschile è sempre stata molto complessa, per me.
Come devo comportarmi?
i discorsetti, lo so, servono a poco, peggio, annoiano.
Negarmi?
E con quali motivi?
Non so se sono riuscita a rendere il mio stato d'animo, ma spero in una Vostra risposta.
Grazie.
Da diversi anni ho una relazione un po' atipica con un uomo molto più giovane di me.
Atipica perchè c'è un rapporto professionale in mezzo, la differenza di età notevole e anche perchè lui è in corso di separazione.
Ma a me finora è bastata.
Non ho mai chiesto nulla, nè - soprattutto - fatto domande sulla sua vita privata, aspettando casomai che fosse lui a parlarmene.
Tra noi, nel corso degli anni (quasi 10) si è malgrado tutto instaurato un "rapporto" - sui generis, certo - perchè spesso ci siamo confidati le nostre vicende di vita vissuta, cercando (in particolare io) di aiutarci vicendevolmente.
Ha funzionato anche fisicamente, perchè con questa persona ho "provato" per la prima volta sensazioni non avvertite con i miei partner precedenti.
Ma ho sempre evitato la domanda retorica e scontata a lui...Pensavo che dopo la prima volta fosse finita lì, e invece ha continuato a cercarmi.
E' accaduto tuttavia che recentemente, nel corso di un rapporto come sempre piuttosto "irruente", dove lui abbonda in baci e carezze che "lasciano il segno", quando ho fatto altrettanto si sia sottratto alle mie.
Naturalmente ho chiesto il motivo, e mi ha risposto che non gli piaceva...Non è vero, si è sempre svolto così.
Ci sono rimasta male.
Ho allora esposto le mie ragioni, vale a dire che l'intimità deve essere condivisa sempre, e che se lui non voleva avrei certamente rispettato i suoi limiti, tuttavia pretendevo che in tal caso la stessa regola fosse applicata anche a me.
Tra noi c'è sempre stato molto rispetto reciproco e nessuno di noi due ha agito mai contro la volontà dell'altro.
Ma la mia vita sentimentale è stata costellata di fallimenti, ho sempre dato molto ricevendo in cambio poco o niente ed il risultato è stato una grande insicurezza che tuttavia non mostro in altri ambiti della vita, dove sono considerata coraggiosa ed assertiva, ma il ritornello finale è sempre il medesimo: mi sento RIFIUTATA.
Lui vive ormai separato dalla moglie (diversamente, MAI avrei pensato di lasciargli "tracce", mi sarei sentita ignobile).
Ma non posso fare a meno di starci male, e mi chiedo il perchè del suo comportamento.
L'amore, ma soprattutto il sesso, oltre al rispetto ed alla complicità, richiedono un po' di leggerezza, nè io me la sento di comportarmi come un manichino che sta fermo senza partecipare.
Mai successo in vita mia.
Aggiungo tra l'altro che non sono una donna che prende l'iniziativa.
Non l'ho mai fatto, neppure da giovane.
Preferisco che sia lui, a cercarmi, e non solo perchè temo, appunto, un rifiuto, ma anche perchè so che l'uomo (forse non tutti) se non è in vena, ebbene, difficilmente corrisponde, e ciò darebbe ancor più il senso della mia dèfaillance... La comprensione dell'universo maschile è sempre stata molto complessa, per me.
Come devo comportarmi?
i discorsetti, lo so, servono a poco, peggio, annoiano.
Negarmi?
E con quali motivi?
Non so se sono riuscita a rendere il mio stato d'animo, ma spero in una Vostra risposta.
Grazie.
Gentile utente,
la lunga ma non definita relazione con il suo collega potrebbe aver innescato in lei desideri inconsci, tenuti a freno quando lui era sposato, pronti ad uscire con forza allo scoperto da quando questo freno non esiste più.
Eppure anche nelle richieste che fa a noi lei sembra resistere ancora al desiderio di manifestare davvero le sue speranze, i suoi bisogni.
Della sua lunga storia infatti scrive: "ho sempre evitato la domanda retorica e scontata a lui...". Quale domanda, esattamente? E perché la sminuisce con quei due aggettivi?
Segue il racconto non molto chiaro di un rapporto sessuale accompagnato da carezze "che lasciano il segno", dove lui ha agito liberamente come sempre, ma a lei la stessa libertà è stata preclusa.
Questo, non a caso, l'ha ferita, anche perché lui ha detto che questa modalità non gli piace, e lei oppone: "Non è vero, si è sempre svolto così".
Allora che cosa teme, adesso, realmente? Cosa non tollera di sentire ancora una volta precluso?
Da una sua ingenua richiesta di pari diritti scaturisce di getto un'altra considerazione: "la mia vita sentimentale è stata costellata di fallimenti, ho sempre dato molto ricevendo in cambio poco o niente ed il risultato è stato una grande insicurezza che tuttavia non mostro in altri ambiti della vita".
Perché le è sempre avvenuto questo, e continua ad avvenire?
Avendo letto le sue richieste di consulto ho appreso che è stata per anni in terapia, e mi chiedo come può aver trascinato fino ad oggi questa constatazione: "il ritornello finale è sempre il medesimo: mi sento RIFIUTATA".
Cosa è successo, fin qui? Si è negata di guardare in sé stessa, di scoprire come mai sceglie sempre rapporti il cui esito è quello di farla sentire rifiutata?
Comprendo la sofferenza, avverto il senso di vuoto in cui la piomba oggi la relazione di cui scrive: "Ma a me finora è bastata".
Questa frase lascia capire quali orizzonti abbia aperto la nuova situazione di lui.
Se non ha paura di sondare l'abisso, cerchi di trovare un'altra visione di sé, un altro approccio alle relazioni d'amore.
Esistono terapie che potrebbero traghettarla verso una vita diversa; ma lei troverà il coraggio di cambiare, che vuol dire anche scoprire quei nodi che nel passato si sono opposti al cambiamento?
Saprà concedersi il diritto di essere amata?
Io glielo auguro.
la lunga ma non definita relazione con il suo collega potrebbe aver innescato in lei desideri inconsci, tenuti a freno quando lui era sposato, pronti ad uscire con forza allo scoperto da quando questo freno non esiste più.
Eppure anche nelle richieste che fa a noi lei sembra resistere ancora al desiderio di manifestare davvero le sue speranze, i suoi bisogni.
Della sua lunga storia infatti scrive: "ho sempre evitato la domanda retorica e scontata a lui...". Quale domanda, esattamente? E perché la sminuisce con quei due aggettivi?
Segue il racconto non molto chiaro di un rapporto sessuale accompagnato da carezze "che lasciano il segno", dove lui ha agito liberamente come sempre, ma a lei la stessa libertà è stata preclusa.
Questo, non a caso, l'ha ferita, anche perché lui ha detto che questa modalità non gli piace, e lei oppone: "Non è vero, si è sempre svolto così".
Allora che cosa teme, adesso, realmente? Cosa non tollera di sentire ancora una volta precluso?
Da una sua ingenua richiesta di pari diritti scaturisce di getto un'altra considerazione: "la mia vita sentimentale è stata costellata di fallimenti, ho sempre dato molto ricevendo in cambio poco o niente ed il risultato è stato una grande insicurezza che tuttavia non mostro in altri ambiti della vita".
Perché le è sempre avvenuto questo, e continua ad avvenire?
Avendo letto le sue richieste di consulto ho appreso che è stata per anni in terapia, e mi chiedo come può aver trascinato fino ad oggi questa constatazione: "il ritornello finale è sempre il medesimo: mi sento RIFIUTATA".
Cosa è successo, fin qui? Si è negata di guardare in sé stessa, di scoprire come mai sceglie sempre rapporti il cui esito è quello di farla sentire rifiutata?
Comprendo la sofferenza, avverto il senso di vuoto in cui la piomba oggi la relazione di cui scrive: "Ma a me finora è bastata".
Questa frase lascia capire quali orizzonti abbia aperto la nuova situazione di lui.
Se non ha paura di sondare l'abisso, cerchi di trovare un'altra visione di sé, un altro approccio alle relazioni d'amore.
Esistono terapie che potrebbero traghettarla verso una vita diversa; ma lei troverà il coraggio di cambiare, che vuol dire anche scoprire quei nodi che nel passato si sono opposti al cambiamento?
Saprà concedersi il diritto di essere amata?
Io glielo auguro.
Prof.ssa Anna Potenza
Riceve in presenza e online
Primo consulto gratuito inviando documento d'identità a: gairos1971@gmail.com
Utente
Gentile Dottoressa, la ringrazio per la tempestiva. risposta.
I miei desideri, inconsci, forse, li ho tralasciati in seguito, come detto, a relazioni sentimentali fallimentari ed al lunghissimo periodo di solitudine affettiva che ne è scaturito. Ero stanca, avevo sofferto troppo. E ho detto "basta, non deve accadermi mai più".
E invece, questa persona si è presentata all'improvviso sul mio cammino quando ormai, data anche la mia età, alle relazioni sentimentali non pensavo più. Ne sono rimasta prima sorpresa, poi lusingata, e infine, forse per la prima volta nella vita, mi sono detta "perchè no? magari è l'ultima occasione che la vita mi offre". E mi sono lanciata, tralasciando per la prima volta ragionamenti ed elucubrazioni, senza pormi il problema del "dopo". La domanda retorica ( e che trovo sciocca) cui accennavo è quella che in genere si fa dopo un rapporto intimo ad una persona appena conosciuta: "e a te, è piaciuto?". Il fatto che continuasse a cercarmi mi ha fornito la risposta. Ma non è questo il punto, questa è solo una piccolezza. I baci e le carezze cui accenno appena scrivendo, sono in realtà le tipiche effusioni che si scambiano in coppia: piccoli morsi, (senza farsi male!) e baci che lasciano...il segno che, comprendo come in certi contesti (familiare o professionale), possa provocare imbarazzo. Spero che ora abbia capito meglio. Il problema non è che a me dispiacciano, anzi. Mi dispiace che recentissimamente non li abbia voluti da me, o non più, arrogandosi il diritto però di farmeli. Se vogliamo addentrarci nella "parità di genere" (perchè le sembra ingenua, la mia aspettativa?) anche l'amore, e il sesso, dovrebbero contemplare non un voler"marcare il territorio" come mi è sembrato eludendo che io faccia altrettanto, bensì una reciprocità. Se questa mi viene negata, mi sento relegata al ruolo di un manichino e ovviamente mi rifiuto, e mi sento ferita. Se ciò fosse avvenuto in passato, fin da subito, non avrei probabilmente accettato queste condizioni anche se non dette esplicitamente. In realtà queste situazioni non me le vado a cercare deliberatamente. In quella di cui le parlo mi ci sono trovata casualmente, appena morta mia madre. Ero devastata dal dolore. Avevo già fatto un lunghissimo lavoro sulla conoscenza di me stessa, che evidentemente tuttavia non è bastato per liberarmi dalla paura di essere, sentirmi rifiutata. Purtroppo, nelle relazioni, non basta solo la nostra volontà di cambiare. E non so francamente come dovrei, potrei essere diversa da quella che sono per concedermi il diritto di essere amata. In amore e nelle amicizie sono generosa, attenta, premurosa, soccorrevole, sincera, appassionata ecc..Ma esiste anche un ingrediente che si chiama "fortuna". Io posso avere di me tutta la stima che voglio - molte donne mi chiedono come abbia fatto, a resistere alla solitudine - ma sono donne che, bene o male, hanno avuto dalla sorte un compagno che le ha affiancate e, mi creda, non erano certo migliori di me! - ma, se la mia volontà non coincide con quella delle persone che incrocio, ebbene, il cambiamento va a farsi benedire. Spesso mi chiedo se non avrei fatto bene, anni fa, a rifiutare a priori questa persona, considerato che la differenza d'età avrebbe giocato, checchè se ne dica e anche se per l'uomo è l'esatto contrario, un ruolo fondamentale nella costruzione di un rapporto vero e proprio, e se oggi sarei stata più contenta. No, non sarei stata più contenta. Per "salvarmi" avrei dovuto rinunciare a vivere, a sperimentare, perchè le persone si conoscono man mano, frequentandole. E rinunciare a sperimentare equivale a morire. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto: "è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti". Io non mi sento una donna da niente. Ho stima di me stessa, nonostante la mia breccia siano le relazioni sentimentali. Particolarmente, perchè non comprendo la mentalità maschile. Spero che ora la mia risposta le sia più chiara per aiutarmi, se vuole, a capire questo comportamento. E mi farebbe piacere anche conoscere il punto di vista di un collega uomo. La ringrazio caldamente
I miei desideri, inconsci, forse, li ho tralasciati in seguito, come detto, a relazioni sentimentali fallimentari ed al lunghissimo periodo di solitudine affettiva che ne è scaturito. Ero stanca, avevo sofferto troppo. E ho detto "basta, non deve accadermi mai più".
E invece, questa persona si è presentata all'improvviso sul mio cammino quando ormai, data anche la mia età, alle relazioni sentimentali non pensavo più. Ne sono rimasta prima sorpresa, poi lusingata, e infine, forse per la prima volta nella vita, mi sono detta "perchè no? magari è l'ultima occasione che la vita mi offre". E mi sono lanciata, tralasciando per la prima volta ragionamenti ed elucubrazioni, senza pormi il problema del "dopo". La domanda retorica ( e che trovo sciocca) cui accennavo è quella che in genere si fa dopo un rapporto intimo ad una persona appena conosciuta: "e a te, è piaciuto?". Il fatto che continuasse a cercarmi mi ha fornito la risposta. Ma non è questo il punto, questa è solo una piccolezza. I baci e le carezze cui accenno appena scrivendo, sono in realtà le tipiche effusioni che si scambiano in coppia: piccoli morsi, (senza farsi male!) e baci che lasciano...il segno che, comprendo come in certi contesti (familiare o professionale), possa provocare imbarazzo. Spero che ora abbia capito meglio. Il problema non è che a me dispiacciano, anzi. Mi dispiace che recentissimamente non li abbia voluti da me, o non più, arrogandosi il diritto però di farmeli. Se vogliamo addentrarci nella "parità di genere" (perchè le sembra ingenua, la mia aspettativa?) anche l'amore, e il sesso, dovrebbero contemplare non un voler"marcare il territorio" come mi è sembrato eludendo che io faccia altrettanto, bensì una reciprocità. Se questa mi viene negata, mi sento relegata al ruolo di un manichino e ovviamente mi rifiuto, e mi sento ferita. Se ciò fosse avvenuto in passato, fin da subito, non avrei probabilmente accettato queste condizioni anche se non dette esplicitamente. In realtà queste situazioni non me le vado a cercare deliberatamente. In quella di cui le parlo mi ci sono trovata casualmente, appena morta mia madre. Ero devastata dal dolore. Avevo già fatto un lunghissimo lavoro sulla conoscenza di me stessa, che evidentemente tuttavia non è bastato per liberarmi dalla paura di essere, sentirmi rifiutata. Purtroppo, nelle relazioni, non basta solo la nostra volontà di cambiare. E non so francamente come dovrei, potrei essere diversa da quella che sono per concedermi il diritto di essere amata. In amore e nelle amicizie sono generosa, attenta, premurosa, soccorrevole, sincera, appassionata ecc..Ma esiste anche un ingrediente che si chiama "fortuna". Io posso avere di me tutta la stima che voglio - molte donne mi chiedono come abbia fatto, a resistere alla solitudine - ma sono donne che, bene o male, hanno avuto dalla sorte un compagno che le ha affiancate e, mi creda, non erano certo migliori di me! - ma, se la mia volontà non coincide con quella delle persone che incrocio, ebbene, il cambiamento va a farsi benedire. Spesso mi chiedo se non avrei fatto bene, anni fa, a rifiutare a priori questa persona, considerato che la differenza d'età avrebbe giocato, checchè se ne dica e anche se per l'uomo è l'esatto contrario, un ruolo fondamentale nella costruzione di un rapporto vero e proprio, e se oggi sarei stata più contenta. No, non sarei stata più contenta. Per "salvarmi" avrei dovuto rinunciare a vivere, a sperimentare, perchè le persone si conoscono man mano, frequentandole. E rinunciare a sperimentare equivale a morire. Qualcuno, non ricordo chi, ha detto: "è meglio vivere di rimorsi che di rimpianti". Io non mi sento una donna da niente. Ho stima di me stessa, nonostante la mia breccia siano le relazioni sentimentali. Particolarmente, perchè non comprendo la mentalità maschile. Spero che ora la mia risposta le sia più chiara per aiutarmi, se vuole, a capire questo comportamento. E mi farebbe piacere anche conoscere il punto di vista di un collega uomo. La ringrazio caldamente
Gentile signora,
non mi sono fatta capire nella mia risposta, e mi scuso.
Lei ha preferito immaginare che avessi delle incertezze sull’interpretazione della sua narrazione, ma non è così: chi ha esperienza in campo psicologico vede spesso un copione simile al suo.
I miei dubbi, come dico nella parte finale, sono piuttosto sulla sua possibilità di uscire da un certo apparato di idee, emozioni e comportamenti che da decenni determina la sua condizione, e questo perché la capacità/volontà di cambiamento in certi casi è preclusa, malgrado la sofferenza soggettiva, e i meccanismi di difesa innalzati contro ogni cambiamento sono baluardi invincibili.
Il suo terapeuta le ha certo spiegato cos’è la "agenticità" e come questa facoltà si associ ad un locus of control interno, mentre è preclusa a chi tendenzialmente ha un locus of control esterno.
Noi specialisti valutiamo tutte le richieste di chi scrive. In particolare ho notato che dieci giorni fa lei lamentava vertigini (disturbo psicosomatico a forte componente simbolica) e oggi lamenta la difficoltà ad accettare una marginale variazione nel corso di un rapporto sessuale con un certo uomo.
Questa difficoltà, che lei vorrebbe connotare come richiesta di pari diritti, anche per il più inesperto degli psicologi rimanda a tutt’altra richiesta che lei potrebbe rivolgere al partner nelle attuali mutate condizioni di lui; ma da sempre lei non si riconosce un certo tipo di diritti, o se li preclude, per le ragioni che avrà certo esplorato nel suo percorso terapeutico.
In questa sede non è utile dire di più; rimangono le mie domande di #1, che le ripeto perché provi a darsi una risposta, non necessariamente da comunicare a noi.
1. Se non ha paura di sondare l'abisso, cerchi di trovare un'altra visione di sé, un altro approccio alle relazioni d'amore .
2. Esistono terapie che potrebbero traghettarla verso una vita diversa; ma lei troverà il coraggio di cambiare, che vuol dire anche scoprire quei nodi che nel passato si sono opposti al cambiamento?
3. Saprà concedersi il diritto di essere amata?
Qui aggiungo: perché mai una donna che si considera avveduta e padrona della sua vita dichiara più volte di non comprendere la mentalità maschile, pur avendo avuto molte più relazioni di tante altre donne? E come può credere che in tutte le sconfitte che l’hanno segnata la componente fondamentale sia stata la sorte?
Infine un’ultima domanda: come è stato il rapporto con suo padre?
Buona fortuna... nella considerazione che ciascuno ne è artefice, in qualche misura.
non mi sono fatta capire nella mia risposta, e mi scuso.
Lei ha preferito immaginare che avessi delle incertezze sull’interpretazione della sua narrazione, ma non è così: chi ha esperienza in campo psicologico vede spesso un copione simile al suo.
I miei dubbi, come dico nella parte finale, sono piuttosto sulla sua possibilità di uscire da un certo apparato di idee, emozioni e comportamenti che da decenni determina la sua condizione, e questo perché la capacità/volontà di cambiamento in certi casi è preclusa, malgrado la sofferenza soggettiva, e i meccanismi di difesa innalzati contro ogni cambiamento sono baluardi invincibili.
Il suo terapeuta le ha certo spiegato cos’è la "agenticità" e come questa facoltà si associ ad un locus of control interno, mentre è preclusa a chi tendenzialmente ha un locus of control esterno.
Noi specialisti valutiamo tutte le richieste di chi scrive. In particolare ho notato che dieci giorni fa lei lamentava vertigini (disturbo psicosomatico a forte componente simbolica) e oggi lamenta la difficoltà ad accettare una marginale variazione nel corso di un rapporto sessuale con un certo uomo.
Questa difficoltà, che lei vorrebbe connotare come richiesta di pari diritti, anche per il più inesperto degli psicologi rimanda a tutt’altra richiesta che lei potrebbe rivolgere al partner nelle attuali mutate condizioni di lui; ma da sempre lei non si riconosce un certo tipo di diritti, o se li preclude, per le ragioni che avrà certo esplorato nel suo percorso terapeutico.
In questa sede non è utile dire di più; rimangono le mie domande di #1, che le ripeto perché provi a darsi una risposta, non necessariamente da comunicare a noi.
1. Se non ha paura di sondare l'abisso, cerchi di trovare un'altra visione di sé, un altro approccio alle relazioni d'amore .
2. Esistono terapie che potrebbero traghettarla verso una vita diversa; ma lei troverà il coraggio di cambiare, che vuol dire anche scoprire quei nodi che nel passato si sono opposti al cambiamento?
3. Saprà concedersi il diritto di essere amata?
Qui aggiungo: perché mai una donna che si considera avveduta e padrona della sua vita dichiara più volte di non comprendere la mentalità maschile, pur avendo avuto molte più relazioni di tante altre donne? E come può credere che in tutte le sconfitte che l’hanno segnata la componente fondamentale sia stata la sorte?
Infine un’ultima domanda: come è stato il rapporto con suo padre?
Buona fortuna... nella considerazione che ciascuno ne è artefice, in qualche misura.
Prof.ssa Anna Potenza
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Primo consulto gratuito inviando documento d'identità a: gairos1971@gmail.com
Utente
Gentile Dottoressa, la ringrazio ancora molto per la sua risposta, che trovo assolutamente esatta nella "messa a punto" di certi miei connotati psicologici: è vero, non solo con questo partner, ma anche con i precedenti, ho sempre avuto il timore, ad esempio, di litigare per la paura di...essere abbandonata, forse perchè sono stata educata secondo la tradizione che, in un rapporto sentimentale, vuole la donna remissiva perchè "più femminile". In realtà...io non sono affatto remissiva. E se anche in questo momento mi presento, perchè così mi vedo, "soccombente" come in passato, so già in partenza che improvvisamente, quando dentro di me avrò raccolto l'energia necessaria, darò la spallata. Ciò non vuol dire che io sia disposta a subire, tutt'altro. Vede, se sono rimasta sola è anche perchè - come pure spiego alle mie amiche - sono una donna che non accetta compromessi. Se anche avessi trovato un compagno più simile a come avrei voluto l'uomo al mio fianco (vale a dire "accogliente", attento e disposto alla condivisione) non avrei mai tollerato alzate di voce, prepotenza, e non parliamo poi di violenza domestica. Me ne sarei andata. Il mio terapeuta di allora mi spiegava che "litigare" non significa "rompere un rapporto" ma la mia insicurezza affettiva è talmente vasta che non riesco a vedere oltre lo schema che io stessa, in base però alle esperienze negative fatte, mi sono creata. No, non ho affermato che le mie esperienze siano fallite solo per sfortuna, ho detto "anche per un po' di sfortuna" che certo gioca in tutte le circostanze della vita di ognuno di noi. Proprio questa sera, parlando con un'amica le ho confidato come in una relazione io metta sempre "l'uomo su un piedistallo". Giustamente, lei ha replicato: " e tu, ti sei mai sentita messa sopra un piedistallo"? No, ho convenuto con amarezza. Certo, quanto le racconto è strano. Sono cresciuta in una famiglia dove mia madre, pur sembrando a tutti dolcissima e remissiva, era la vera roccia. Ma mio padre, aggiungo anche, non le ha mai fatto mancare il suo sostegno e perfino nei lavori domestici, perchè anche lei lavorava fuori casa. Mi chiede del rapporto con mio padre. Papà era un uomo silenzioso, che poteva apparire distante, perfino sulle questioni che riguardavano noi figli interpellava mia madre. Oggi tutti mi dicono che a scuola ero bravissima. Io non ho questo ricordo. Ero certamente bravissima in alcune materie, in altre un vero somaro perchè non m'interessavano. E quando si trattava di comunicargli che avevo preso un brutto voto, se anche non mi rimproverava, il suo viso deluso era per me il più terribile dei rimproveri. Dico che quanto le racconto è strano perchè è al modello della mia famiglia che ho guardato quando ho avuto relazioni sentimentali. Mio padre e mia madre erano infatti uniti da un grandissimo amore ed è quell'amore che io avrei voluto vivere e che forse ho cercato invano. Certamente, come tutti i genitori, hanno sbagliato. Io sono la seconda di due fratelli...maschi, uno maggiore di me e l'altro quasi mio coetaneo. Ma..da bambini, loro venivano dispensati dai lavori domestici (tranne rifarsi il letto) mentre io, già all'etàdi 8/9 anni, facevo la spesa, lavavo i piatti, stiravo. A tavola, erano i primi ad essere serviti, io ci facevo caso e non lo trovavo giusto. Poi siamo cresciuti. Anche la loro vita sentimentale è stata disastrosa. Il primo ha sposato una donna narcisista, carrierista e indifferente ai bisogni del marito, tantopiù oggi che lui è gravemente ammalato di Parkinsonismo. Con questo fratello ho avuto un rapporto terribile, sono stata anche malmenata, da lui. Oggi il rapporto con lui l'ho recuperato, lo chiamo spesso al telefono, parliamo come mai abbiamo fatto in vita nostra. Perchè? Perchè alla morte di mia madre ho riscattato la casa in cui sono nata e dove ancora vivo, e dunque non mi sento più minacciata dalle incursioni sue e della moglie, la padrona oggi sono io, e ciò mi ha dato enorme sicurezza rispetto al passato, quando combattevo per la conquista dei "miei spazi". Dal minore, anche lui vittima di una donna indifferente che spesso lo lascia solo e con un divorzio alle spalle, con cui avevo fino all'adolescenza un legame fatto di grande complicità, subisco invece spessissimo violenze verbali in cui mi accusa di non capire, di essere una stupida, ho un rapporto complicato, perchè lo mando ovviamente a quel paese, non lo chiamo più salvo poi essere da lui richiamata con la coda tra le gambe. Mi svaluta, ma io non mi sento certo svalutata, casomai sono amareggiata. Che dire? Che a volte mi sembra di essere da loro scambiata per la "figura materna" (che ugualmente non tollerava, ma che poi cedeva perchè erano i suoi figli), non trattata da sorella. Tuttavia, non posso dire che siano cattivi. Recentemente, forse avrete letto anche questo, sono stata colpita da un tumore. Era maligno. Mio fratello non mi ha fatto mancare la sua presenza, accompagnandomi alle visite e particolarmente il terribile giorno del "verdetto". Ero sconvolta. Mi sono salvata grazie alle mia tempestività nel riconoscerlo ed ai medici che mi hanno operata. Oggi faccio solo i controlli, è passato quasi un anno e tutto sembra procedere bene, anche perchè non ho dovuto fare terapie adiuvanti. Forse le vertigini scaturiscono anche da quest'esperienza, in cui ho dovuto chiamare a raccolta tutto il mio coraggio. Anche Voi mi avete grandemente aiutata, ho fatto moltissime domande prima dell'intervento ed ho trovato, nelle risposte, medici eccellenti e di grande umanità che mi hanno sostenuta. Mi perdoni per questa lunga risposta che sembra quasi una seduta di psicoanalisi, ma parlando del contesto familiare in cui si è cresciuti, certe cose dovevo dirle, soprattutto a chi come lei si è mostrato disposto all'ascolto pur senza conoscermi. Grazie, Dottoressa, mi ha fatto un po' male parlarne, ma anche un gran bene. Se da sola non ce la farò, cercherò di farmi aiutare.
Gentile utente,
credo e spero che la sua analisi autobiografica, così sincera e toccante, possa essere l'inizio di una rinascita.
Glielo auguro di cuore e le suggerisco di stampare queste sue email e portarle con sé per mostrarle al curante che avrà scelto, ma solo quando le sembrerà il momento opportuno.
Lei avverte correttamente che dentro la sua autobiografia serpeggia uno schema. Uno schema complesso, inevitabilmente, e attraversato da contraddizioni.
In questa ambiguità che è stata dolorosa, certi punti fermi affiorano come rocce in un mare in tempesta: il più evidente mi sembra la sua conquista della casa in cui ha vissuto da bambina. Il fatto che oggi la proprietaria sia lei, e nessun altro, ha forti connotati simbolici. Il grande William James diceva che noi siamo anche le cose che possediamo, che usiamo, che amiamo.
Forse anche la delusione subita dal partner, e il pericolo vissuto con la malattia, stanno aprendo una nuova via dentro di lei verso un più deciso dominio di altri aspetti della vita.
Continui con coraggio; ne ha il diritto e le capacità.
Buona fortuna.
credo e spero che la sua analisi autobiografica, così sincera e toccante, possa essere l'inizio di una rinascita.
Glielo auguro di cuore e le suggerisco di stampare queste sue email e portarle con sé per mostrarle al curante che avrà scelto, ma solo quando le sembrerà il momento opportuno.
Lei avverte correttamente che dentro la sua autobiografia serpeggia uno schema. Uno schema complesso, inevitabilmente, e attraversato da contraddizioni.
In questa ambiguità che è stata dolorosa, certi punti fermi affiorano come rocce in un mare in tempesta: il più evidente mi sembra la sua conquista della casa in cui ha vissuto da bambina. Il fatto che oggi la proprietaria sia lei, e nessun altro, ha forti connotati simbolici. Il grande William James diceva che noi siamo anche le cose che possediamo, che usiamo, che amiamo.
Forse anche la delusione subita dal partner, e il pericolo vissuto con la malattia, stanno aprendo una nuova via dentro di lei verso un più deciso dominio di altri aspetti della vita.
Continui con coraggio; ne ha il diritto e le capacità.
Buona fortuna.
Prof.ssa Anna Potenza
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Utente
Buonasera, Dottoressa, la ringrazio di cuore per le sue parole così sincere e così toccanti. Mi piacerebbe sapere quale connotato simbolico racchiuda il possesso delle cose. Questa casa contiene tanti, tanti libri, i miei veri compagni fin da bambina e tutti i ricordi della mia vita, inclusi molti oggetti con cui l'ho arredata, e reca con sè la memoria dei momenti belli e dei momenti brutti. In essa è morta mia nonna, poi mia madre anche lei vinta da un male inesorabile ma che ho fermamente voluto morisse qui, accanto a me, e non in un letto d'ospedale magari con la "dolce morte", ed ho cercato con molti sacrifici di mantenerla, per poi passare, così ho disposto anche per ripagare mio fratello minore di non aver preteso il suo terzo, che non ce l'avrei fatta ad acquistare con i risparmi di tanti anni di lavoro, al mio unico nipote, suo figlio, con cui da sempre ho un bellissimo rapporto. Per me è stato il figlio che non sono riuscita ad avere. Oggi ha ormai 36 anni, è un uomo, è diventato ingegnere ed ha trovato immediatamente un ottimo posto di lavoro, ma la prima cosa che gli ho consigliato di fare è stata quella di trovarsi una piccola casa per sè per avere la sua "base", com'è giusto e doveroso alla sua età ma anche per prendere un po' le distanze da una famiglia problematica che tuttavia, fortunatamente, è riuscita a farlo crescere sereno e sicuro di sè. Gli ho ricordato quanto avevo sofferto, alla sua età, al solo pensiero, un giorno, ed a meno che non mi fossi sposata, di non sapere dove andare...Del resto, eravamo tre figli, ed i miei genitori non potevano sobbarcarsi spese che mai avrebbero potuto sostenere, pur avendoci allevati come "signorini". Lui ha seguito il mio consiglio, ed io, felice, gli ho detto "Da questo momento, nessuno potrà mai farti sentire un ospite, dentro una casa tua". Solo questa frase penso le indicherà tutta la mia passata sofferenza. Questa è stata la casa dei miei nonni prima, e di mia madre poi. Se avessi dovuto lasciarla, l'avrei fatto solo per proiettarmi verso una nuova vita ma con un compagno al fianco, quello giusto, però. La mia amica di cui le parlavo (quella del discorso sugli uomini che ho fatto sentire sul piedistallo) mi ha detto una frase significativa: "se tu non avessi fatto le esperienze sentimentali che definisci fallimentari, oggi non saresti la donna che sei diventata". Riguardo al partner...non so. Devo capire, anche sbagliando, perchè solo in tal modo riuscirò a comprendere cos'è più giusto per me. Anche lui mi disse una cosa molto bella. Quando gli mostrai le cicatrici sulla pancia lasciate dall'isterectomia ( è stata totale, cinque ore d'intervento chirurgico) indicandole con amarezza, sia perchè la perdita dell'apparato riproduttivo è comunque un'esperienza destabilizzante per ogni donna che si senta tale soprattutto se non ha avuto figli ed a prescindere dall'età, sia perchè ho sempre avuto molta cura del mio corpo e della mia persona, lui commentò "quelle cicatrici non sono brutte, nè mi fanno impressione, perchè rappresentano una parte vissuta della tua esistenza". Nè so pronunciarmi sulla mia salute. Occorre qualche anno, credo, prima di essere dichiarati fuori pericolo e nessuno, nemmeno il medico più competente può fare pronostici su certe malattie. Questo male di cui ho paura perfino a pronunciare il nome, mi è comunque passato accanto, mi ha "sfiorata" , ed io mi sono difesa come ho potuto, lottando con tutte le mie forze come sempre ho fatto nella vita, in qualunque ambito e senza tirarmi indietro, ma non è facile dimenticarlo. La ringrazio veramente molto, Dottoressa, per l'augurio ed anche per la stima che mi dimostra. Ne ho bisogno, mi creda. Spero di essere all'altezza anche delle sue parole.
Questo consulto ha ricevuto 6 risposte e 574 visite dal 26/02/2026.
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