Non so cosa voglio veramente dalla vita
Buonasera,
il punto è proprio questo: non so cosa voglio veramente dalla vita.
Nulla mi soddisfa, nulla mi riempie veramente a tal punto da farmi sentire felice.
Quando ero più piccolo non era così, non mi ponevo tutti questi interrogativi esistenziali.
Vengo da una famiglia (uso il termine famiglia nel senso più ampio: comprendendo anche nonni, zii, cugini...) atipica, per così dire, dove il disagio psicologico e psichiatrico, diagnosticato in alcuni membri e/o più o meno evidente in altri, è stato una parte fondamentale dell'esistenza.
Parliamo onestamente: chi soffre di un disagio psicologico/psichiatrico è spesso, non dico sempre, emarginato dalla società, dai gruppi di amici, dal mondo del lavoro, dai più svariati contesti.
C'è un importante quantitativo di sofferenza inascoltata, forse che non si vuole ascoltare.
O forse non si vuole condividere perché non ci si fida del prossimo.
Ormai sono in cura da tre anni, dei miei problemi ho parlato diffusamente in altri consulti e non intendo ripetermi per non essere noioso.
Oggi scrivo, in una comune serata come tante, riflettendo e ragionando su questo punto: non so cosa voglio, non so cosa desidero.
Mi sembra tutto banale e insensato intorno a me.
È un mondo alla deriva.
Pandemia prima, guerra e problemi economici e sociali dopo.
È un disastro, e in questo mondo disastrato mi sento assolutamente impotente e mi sembra inutile immaginare un futuro.
Pessimismo?
Forse.
Noi giovani abbiamo perso la speranza.
Disoccupazione, insoddisfazione.
Malcontento generale.
Molte cose si potrebbero elencare.
Io, poi, ho 29 anni ma sono già vecchio.
Non sto scherzando: mi sento un vecchio rispetto ai miei coetanei, con i quali ho radi e tormentati rapporti.
Mi sento già alla fine della mia esistenza.
Cosa posso dare a questo mondo?
L'unica cosa che mi dà forza è la Fede in Dio, in Cristo.
Vivo tra casa e chiesa, alla fin fine.
Per molti potrei essere considerato un fallito, ma tanto nella fossa ci andremo tutti, vincitori o perdenti nella vita.
Io a volte mi auguro di finirci presto, per non vedere il collasso definitivo di questo mondo.
E risorgere, se Dio lo vorrà.
Eppure, sono ancora qui... Non so se ho reso chiaro il mio interrogativo principale.
Grazie a chi vorrà dialogare con me.
il punto è proprio questo: non so cosa voglio veramente dalla vita.
Nulla mi soddisfa, nulla mi riempie veramente a tal punto da farmi sentire felice.
Quando ero più piccolo non era così, non mi ponevo tutti questi interrogativi esistenziali.
Vengo da una famiglia (uso il termine famiglia nel senso più ampio: comprendendo anche nonni, zii, cugini...) atipica, per così dire, dove il disagio psicologico e psichiatrico, diagnosticato in alcuni membri e/o più o meno evidente in altri, è stato una parte fondamentale dell'esistenza.
Parliamo onestamente: chi soffre di un disagio psicologico/psichiatrico è spesso, non dico sempre, emarginato dalla società, dai gruppi di amici, dal mondo del lavoro, dai più svariati contesti.
C'è un importante quantitativo di sofferenza inascoltata, forse che non si vuole ascoltare.
O forse non si vuole condividere perché non ci si fida del prossimo.
Ormai sono in cura da tre anni, dei miei problemi ho parlato diffusamente in altri consulti e non intendo ripetermi per non essere noioso.
Oggi scrivo, in una comune serata come tante, riflettendo e ragionando su questo punto: non so cosa voglio, non so cosa desidero.
Mi sembra tutto banale e insensato intorno a me.
È un mondo alla deriva.
Pandemia prima, guerra e problemi economici e sociali dopo.
È un disastro, e in questo mondo disastrato mi sento assolutamente impotente e mi sembra inutile immaginare un futuro.
Pessimismo?
Forse.
Noi giovani abbiamo perso la speranza.
Disoccupazione, insoddisfazione.
Malcontento generale.
Molte cose si potrebbero elencare.
Io, poi, ho 29 anni ma sono già vecchio.
Non sto scherzando: mi sento un vecchio rispetto ai miei coetanei, con i quali ho radi e tormentati rapporti.
Mi sento già alla fine della mia esistenza.
Cosa posso dare a questo mondo?
L'unica cosa che mi dà forza è la Fede in Dio, in Cristo.
Vivo tra casa e chiesa, alla fin fine.
Per molti potrei essere considerato un fallito, ma tanto nella fossa ci andremo tutti, vincitori o perdenti nella vita.
Io a volte mi auguro di finirci presto, per non vedere il collasso definitivo di questo mondo.
E risorgere, se Dio lo vorrà.
Eppure, sono ancora qui... Non so se ho reso chiaro il mio interrogativo principale.
Grazie a chi vorrà dialogare con me.
Gentile,
la ringrazio per questo messaggio così denso e onesto. Da ciò che scrive emerge una sofferenza che non è solo individuale, ma profondamente intrecciata a un senso di smarrimento esistenziale e generazionale. La sensazione di non sapere cosa desiderare, di non trovare nulla che riempia davvero, non è superficialità né pigrizia emotiva: spesso è il segno di una stanchezza profonda, di un vuoto che nasce quando per molto tempo si è dovuto tenere insieme troppo, senza sentirsi davvero sostenuti o riconosciuti.
Il contesto familiare che descrive, segnato dal disagio psicologico e psichiatrico, può averla esposta precocemente a un clima in cui la sofferenza era presente ma non sempre mentalizzabile o condivisibile in modo sicuro. In questi casi, crescere significa spesso diventare molto lucidi, molto pensanti, ma anche precocemente disincantati. Questo può spiegare perché oggi lei si senta vecchio rispetto ai coetanei: non per l’età anagrafica, ma per il peso di riflessioni e vissuti che ha dovuto portare prima del tempo.
Il suo sguardo sul mondo pandemia, guerre, crisi economiche, perdita di prospettive non è privo di fondamento. Tuttavia, quando tutto appare banale, insensato e privo di futuro, è importante chiedersi quanto questa lettura sia anche filtrata da uno stato depressivo che tende a chiudere l’orizzonte, rendendo difficile immaginare possibilità diverse da quelle attuali. In questi momenti non è tanto il mondo a essere finito , quanto la speranza a essere temporaneamente spenta.
Colpisce il fatto che, in questo scenario, la fede rappresenti per lei un appiglio vitale. Non come fuga, ma come spazio di senso e di tenuta. Questo è un elemento prezioso, che parla di una parte di lei ancora in relazione con la vita, con un Altro, con una dimensione di significato che resiste anche quando tutto il resto sembra crollare.
Quando scrive di augurarsi, a volte, di finire presto per non assistere al collasso del mondo, non leggo tanto un desiderio di morte quanto una richiesta di sollievo: il desiderio che il dolore, la fatica di esistere e l’impotenza possano finalmente fermarsi. È importante non restare soli con questi pensieri. Se sono già presenti in un percorso di cura, meritano di essere portati apertamente anche lì, senza timore di essere giudicati o di dire sempre le stesse cose .
Lei chiede cosa può dare a questo mondo. Forse, prima ancora di questa domanda, ce n’è un’altra più urgente: di cosa ha bisogno lei, ora, per tornare a sentire che la sua presenza ha un valore, anche solo per sé stesso? Non serve avere risposte definitive o grandi progetti; a volte il lavoro terapeutico è proprio quello di riaprire, poco alla volta, lo spazio del desiderio, che oggi le appare vuoto o inaccessibile.
Il fatto che sia ancora qui, che scriva, che chieda dialogo, dice che una parte di lei non ha rinunciato. Da lì si può ripartire, con rispetto per la sua stanchezza e senza forzature.
Resto disponibile per continuare questo confronto.
Un cordiale saluto
la ringrazio per questo messaggio così denso e onesto. Da ciò che scrive emerge una sofferenza che non è solo individuale, ma profondamente intrecciata a un senso di smarrimento esistenziale e generazionale. La sensazione di non sapere cosa desiderare, di non trovare nulla che riempia davvero, non è superficialità né pigrizia emotiva: spesso è il segno di una stanchezza profonda, di un vuoto che nasce quando per molto tempo si è dovuto tenere insieme troppo, senza sentirsi davvero sostenuti o riconosciuti.
Il contesto familiare che descrive, segnato dal disagio psicologico e psichiatrico, può averla esposta precocemente a un clima in cui la sofferenza era presente ma non sempre mentalizzabile o condivisibile in modo sicuro. In questi casi, crescere significa spesso diventare molto lucidi, molto pensanti, ma anche precocemente disincantati. Questo può spiegare perché oggi lei si senta vecchio rispetto ai coetanei: non per l’età anagrafica, ma per il peso di riflessioni e vissuti che ha dovuto portare prima del tempo.
Il suo sguardo sul mondo pandemia, guerre, crisi economiche, perdita di prospettive non è privo di fondamento. Tuttavia, quando tutto appare banale, insensato e privo di futuro, è importante chiedersi quanto questa lettura sia anche filtrata da uno stato depressivo che tende a chiudere l’orizzonte, rendendo difficile immaginare possibilità diverse da quelle attuali. In questi momenti non è tanto il mondo a essere finito , quanto la speranza a essere temporaneamente spenta.
Colpisce il fatto che, in questo scenario, la fede rappresenti per lei un appiglio vitale. Non come fuga, ma come spazio di senso e di tenuta. Questo è un elemento prezioso, che parla di una parte di lei ancora in relazione con la vita, con un Altro, con una dimensione di significato che resiste anche quando tutto il resto sembra crollare.
Quando scrive di augurarsi, a volte, di finire presto per non assistere al collasso del mondo, non leggo tanto un desiderio di morte quanto una richiesta di sollievo: il desiderio che il dolore, la fatica di esistere e l’impotenza possano finalmente fermarsi. È importante non restare soli con questi pensieri. Se sono già presenti in un percorso di cura, meritano di essere portati apertamente anche lì, senza timore di essere giudicati o di dire sempre le stesse cose .
Lei chiede cosa può dare a questo mondo. Forse, prima ancora di questa domanda, ce n’è un’altra più urgente: di cosa ha bisogno lei, ora, per tornare a sentire che la sua presenza ha un valore, anche solo per sé stesso? Non serve avere risposte definitive o grandi progetti; a volte il lavoro terapeutico è proprio quello di riaprire, poco alla volta, lo spazio del desiderio, che oggi le appare vuoto o inaccessibile.
Il fatto che sia ancora qui, che scriva, che chieda dialogo, dice che una parte di lei non ha rinunciato. Da lì si può ripartire, con rispetto per la sua stanchezza e senza forzature.
Resto disponibile per continuare questo confronto.
Un cordiale saluto
dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
Buonasera, ho letto il suo messaggio con molto interesse. Ci sono diversi punti che hanno colpito la mia attenzione. Credo che sentirsi vecchi, a 29 anni, abbia molto a che fare con quanto scrive all'inizio " non so cosa voglio dalla vita...." . La mancanza di obiettivi e progettualità ci fa sentire inutili, ci fa percepire la vita come priva di senso. Io ipotizzo che lei abbia avuto dei desideri, degli obiettivi, forse proprio quando era quel bambino che non si poneva questi problemi esistenziali. È possibile che, più che non avere proprio sogni, li abbia abbandonati perché ha pensato di non poterli realizzare!? Un altro punto che mi ha colpito è quando descrive la famiglia come portatrice di disturbi psichiatrici di vario tipo. Quasi come a temere a sua volta di esserne affetto e per questo non avere il diritto di "sognare" di avere una vita "normale ". Altro punto che ha colpito la mia attenzione è quando dice " il mondo alla deriva ....e tutto sembra inutile". È vero che viviamo in un periodo storico particolarmente difficile ma la percezione di impotenza e di inutilità hanno a che fare più con percezioni interne che con la realtà esterna. Quando abbiamo ben chiari degli obiettivi e relazioni significative guardiamo ai fatti in maniera diversa. Nel suo caso mi sembra che quello che manca di più è una progettualità di vita ( ed è importante comprenderne le cause) e relazioni significative ( mi sembra di capire che non lo siano). Il fatto che abbia scritto su questo spazio mi fa però intravedere degli aspetti positivi, c'è una richiesta di aiuto e di confronto. La fede in Cristo può essere una forza e un esempio da emulare. Cristo, nella narrazione storica, si batteva contro le ingiustizie e non si arrendeva di fronte alle difficoltà. Lei deve recuperare fiducia nel futuro e affrontare i piccoli problemi personali per migliorare la propria situazione di vita e darsi degli obiettivi. Io frequento una signora che a 89 anni si è iscritta ad una nuova facoltà universitaria. La porto come esempio perché rappresenta la prova che sentirsi vecchi è prevalentemente una percezione personale e dipende non necessariamente o non solo dall' età anagrafica. Spero che chiacchierare con noi su questo sito e leggere punti di vista di diversi professionisti che hanno a cuore la sua situazione le dia gli stimoli necessari per ritrovare nuove energie e fiducia. Un caro saluto.
Questo consulto ha ricevuto 2 risposte e 14 visite dal 27/02/2026.
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