Perchè mia madre mi strappa i disegni ?
Buongiorno/Buonasera a tutti somo una ragazza di 32 anni con una grande passione per il disegno che però non riesce a mettere in pratica per varie vicissitudini legate proprio al disegno.
Nella mia infanzia mi ricordo di non aver mai ricevuto particolari complimenti.
Fin da piccola mi è sempre stato detto che non coloravo bene sui bordi e strabordavo.
Regalavo disegni a mia madre, mettendoci oltre che il cuore tempo e fatica (minimo 2 ore) e quando glieli regalavo dopo un paio di giorni se chiedevo dove erano mi rispondeva " Pensavo fosse uno scherzo e l'ho buttato via", mio padre non mi ha mandato all'artistico perchè a suo dire non sapevo disegnare, e mia madre concorde.
Insomma ho subito traumi su traumi e anche recentemente ho regalato a mia madre un disegno e lei l'ha buttato via dopo poco.
Non so quindi se il mio blocco nel disegno sia fatto da queste brutte esperienze.
Di solito quando mi ci metto per imparare non traggo beneficio ne divertimento e la parte per imparare diventa noiosa.
Nella mia infanzia mi ricordo di non aver mai ricevuto particolari complimenti.
Fin da piccola mi è sempre stato detto che non coloravo bene sui bordi e strabordavo.
Regalavo disegni a mia madre, mettendoci oltre che il cuore tempo e fatica (minimo 2 ore) e quando glieli regalavo dopo un paio di giorni se chiedevo dove erano mi rispondeva " Pensavo fosse uno scherzo e l'ho buttato via", mio padre non mi ha mandato all'artistico perchè a suo dire non sapevo disegnare, e mia madre concorde.
Insomma ho subito traumi su traumi e anche recentemente ho regalato a mia madre un disegno e lei l'ha buttato via dopo poco.
Non so quindi se il mio blocco nel disegno sia fatto da queste brutte esperienze.
Di solito quando mi ci metto per imparare non traggo beneficio ne divertimento e la parte per imparare diventa noiosa.
Gentile,
leggendo il suo messaggio e ricordando quanto aveva condiviso anche nel consulto precedente, emerge un filo molto chiaro che collega la sofferenza attuale, il blocco nel disegno e il senso di paralisi che descrive.
Le esperienze che racconta legate all’infanzia e all’adolescenza non sono episodi marginali: quando un bambino investe tempo, emozioni e identità in un’espressione creativa e riceve come risposta svalutazione, derisione o cancellazione concreta (come il buttare via i disegni), il messaggio che viene interiorizzato non riguarda solo il disegno, ma il valore del Sé che si esprime. In questi casi non si sviluppa semplicemente una insicurezza , ma una vera e propria associazione tra espressione personale e dolore, tra creatività e umiliazione.
In questa prospettiva, il blocco che oggi sperimenta non va letto come pigrizia, mancanza di passione o incapacità, ma come una reazione protettiva: ogni volta che prova a disegnare, non si attiva solo l’apprendimento tecnico, ma anche la memoria emotiva di quelle esperienze precoci. È comprensibile quindi che l’attività diventi noiosa, faticosa o svuotata di piacere: non è il disegno a essere spento , ma il sistema emotivo che si difende da un riattivarsi del dolore.
Questo si collega anche a quanto aveva scritto nel consulto precedente sul sentirsi paralizzata, depressa, con difficoltà ad agire e una forte autocritica. In presenza di una storia di depressione e di una possibile ADHD, la fatica a iniziare, mantenere e trovare gratificazione nelle attività è spesso amplificata. Ma il nodo centrale, qui, sembra essere il giudice interno che si è formato a partire da quelle figure significative, e che oggi continua a svalutare e bloccare ogni tentativo prima ancora che possa diventare esperienza viva.
È importante sottolineare un punto: il piacere creativo non si recupera forzandosi a imparare meglio o a produrre risultati. Anzi, in questa fase, l’idea stessa di migliorare può rafforzare la pressione e il senso di inadeguatezza. Il lavoro terapeutico, invece, dovrebbe andare nella direzione di separare il disegno dal giudizio, restituendogli uno spazio sicuro, non prestazionale, non valutativo.
Il fatto che lei continui a tornare su questo tema, nonostante la sofferenza, indica che il disegno non è qualcosa di marginale nella sua vita, ma un punto identitario profondo. Proprio per questo, è fondamentale che venga affrontato all’interno di un percorso psicologico che possa aiutarla a elaborare le ferite legate alla svalutazione precoce, al senso di fallimento e alla paralisi emotiva che oggi la accompagna.
Non c’è nulla di sbagliato in lei, né nel suo rapporto con il disegno. Quello che emerge è una storia di dolore non riconosciuto, che oggi chiede ascolto più che prestazione.
Un cordiale saluto.
leggendo il suo messaggio e ricordando quanto aveva condiviso anche nel consulto precedente, emerge un filo molto chiaro che collega la sofferenza attuale, il blocco nel disegno e il senso di paralisi che descrive.
Le esperienze che racconta legate all’infanzia e all’adolescenza non sono episodi marginali: quando un bambino investe tempo, emozioni e identità in un’espressione creativa e riceve come risposta svalutazione, derisione o cancellazione concreta (come il buttare via i disegni), il messaggio che viene interiorizzato non riguarda solo il disegno, ma il valore del Sé che si esprime. In questi casi non si sviluppa semplicemente una insicurezza , ma una vera e propria associazione tra espressione personale e dolore, tra creatività e umiliazione.
In questa prospettiva, il blocco che oggi sperimenta non va letto come pigrizia, mancanza di passione o incapacità, ma come una reazione protettiva: ogni volta che prova a disegnare, non si attiva solo l’apprendimento tecnico, ma anche la memoria emotiva di quelle esperienze precoci. È comprensibile quindi che l’attività diventi noiosa, faticosa o svuotata di piacere: non è il disegno a essere spento , ma il sistema emotivo che si difende da un riattivarsi del dolore.
Questo si collega anche a quanto aveva scritto nel consulto precedente sul sentirsi paralizzata, depressa, con difficoltà ad agire e una forte autocritica. In presenza di una storia di depressione e di una possibile ADHD, la fatica a iniziare, mantenere e trovare gratificazione nelle attività è spesso amplificata. Ma il nodo centrale, qui, sembra essere il giudice interno che si è formato a partire da quelle figure significative, e che oggi continua a svalutare e bloccare ogni tentativo prima ancora che possa diventare esperienza viva.
È importante sottolineare un punto: il piacere creativo non si recupera forzandosi a imparare meglio o a produrre risultati. Anzi, in questa fase, l’idea stessa di migliorare può rafforzare la pressione e il senso di inadeguatezza. Il lavoro terapeutico, invece, dovrebbe andare nella direzione di separare il disegno dal giudizio, restituendogli uno spazio sicuro, non prestazionale, non valutativo.
Il fatto che lei continui a tornare su questo tema, nonostante la sofferenza, indica che il disegno non è qualcosa di marginale nella sua vita, ma un punto identitario profondo. Proprio per questo, è fondamentale che venga affrontato all’interno di un percorso psicologico che possa aiutarla a elaborare le ferite legate alla svalutazione precoce, al senso di fallimento e alla paralisi emotiva che oggi la accompagna.
Non c’è nulla di sbagliato in lei, né nel suo rapporto con il disegno. Quello che emerge è una storia di dolore non riconosciuto, che oggi chiede ascolto più che prestazione.
Un cordiale saluto.
dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183
Questo consulto ha ricevuto 1 risposte e 6 visite dal 28/02/2026.
Se sei uno specialista e vuoi rispondere ai consulti esegui il login oppure registrati al sito.
Se sei uno specialista e vuoi rispondere ai consulti esegui il login oppure registrati al sito.