Trasferimento all'estero e grave depressione

Gentilissimi,

Vi scrivo perché avrei bisogno di un aiuto circa la mia situazione.
Da poco più di un anno mi sono trasferito all'estero in Nord Europa per un dottorato, lasciando in Italia la mia famiglia ed una relazione che, fino ad ora, è proseguita a distanza.
Premetto che mi è stato diagnosticata tempo fa una depressione ad andamento stagionale ed un disturbo dell'umore (prendo trazodone, quetiapina e lamotrigine e sono seguito da un terapeuta).
I primi mesi sono andati piuttosto bene: ho scritto paper, preparato progetti ed esperimenti, ricevevo ottimi feedback.
Poi ho iniziato a stare male.
Inizialmente mi sentivo depresso e collegavo tutto ciò all'isolamento: a lavoro sono molto chiusi ignorando chi, come me, parla solo inglese.
Poi sono iniziati gli attriti con il mio co-supervisore (è sempre molto critico, per farvi capire, secondo lui nessuno è alla sua altezza e sente sempre il bisogno di sminuirmi, arrivando anche a prendermi in giro in sala mensa davanti a tutti), la depressione è peggiorata molto (forse anche per il meteo, mesi senza sole ecc.
) e ho iniziato a stare seriamente male.
Qui ho solo un paio di amiche con cui non esco spesso per via del lavoro.
Non parlando la lingua locale (prendo lezioni ma ci vuole tempo), non ho molte opportunità di fare amicizia.
Da novembre la depressione è peggiorata al punto da farmi piangere quasi ogni sera.
Oggi, è quasi una costante.
Sono tornato in Italia una settimana per stare con il mio ragazzo, ma ieri sera mi ha lasciato (dopo 5 anni), facendomi sentire ancora più a terra.
Mia madre ha una malattia cronica che non sta migliorando, come se non bastasse.


Io in Italia avevo tante cose che mi facevano stare meglio: la moto, gli amici, il volontariato, i miei cani.
Non so descrivere quanto un giro in moto nella natura fosse benefico per me.
Sto talmente male che da mesi penso di voler rientrare in Italia, ma più mi sforzo di trovare un modo, più non lo trovo.
All'estero guadagno molto, sono indipendente, in Italia probabilmente guadagnerei pochissimo inizialmente.
Ormai piango quasi ogni sera: singhiozzo fino quasi a non respirare, nella solitudine e nella disperazione.
Faccio fatica a lavorare... Le poche volte che torno in Italia mi sento un alieno, come se tutto questo fosse finto, come se l'Italia non fosse più un posto a cui appartengo.
Cerco di distrarmi mentre sto qui, ma ogni volta il pensiero torna all'aereo, al momento in cui dovrò tornare all'estero.
Al buio, al freddo, nella solitudine.
Domani ho il volo per tornare su.
Sono ore che singhiozzo, che mi sento abulico, come se anche solo muovermi fosse pesante.
Sento di volermi fermare, rimanere a letto.
Ma so che non è possibile, perché ho troppe cose da fare a lavoro, e perche sono sempre stato perfetto e non riesco a mollare.
Amo molto il mio ex ragazzo, ed era l'unica cosa positiva che avevo, ora senza di lui mi sento semplicemente un'ombra che deve tornare nell'Ade con un volo diretto.
Non so che fare, mi sento paralizzato.
Dr. Benedetto Vivona Psicologo 99 8
Gentile,

il quadro che descrive è molto intenso e, allo stesso tempo, estremamente comprensibile se letto nel suo insieme. In poco tempo si sono sovrapposti più piani critici: l’isolamento in un contesto culturale e linguistico nuovo, un ambiente lavorativo percepito come svalutante, la riacutizzazione di una vulnerabilità depressiva già presente, e infine una perdita affettiva molto significativa. È una condizione che può mettere in difficoltà anche persone molto strutturate.

Colpisce come lei riesca a mantenere uno sguardo lucido su ciò che le sta accadendo: riconosce il peso del contesto, il ruolo del clima e dell’isolamento, il cambiamento nel suo funzionamento emotivo. Questo indica che non è perduto , ma profondamente affaticato e sovraccarico.

C’è un punto che merita particolare attenzione: il livello di pressione interna che sembra esercitare su sé stesso. Quando dice di essere sempre stato perfetto e di non riuscire a mollare, emerge un’organizzazione molto esigente, che probabilmente le ha permesso di arrivare dove è oggi, ma che in una fase di fragilità rischia di diventare poco sostenibile. In questo momento non è tanto una questione di capacità, ma di tenuta emotiva.

La reazione che descrive il pianto frequente, la sensazione di abulia, il desiderio di fermarsi non è un segno di cedimento inadeguato , ma un segnale del fatto che il sistema è saturo. Continuare a chiedersi di funzionare come prima, nelle stesse condizioni, rischia di aumentare il senso di paralisi.

Anche il legame con il suo ex partner appare, da come lo descrive, come un importante punto di regolazione emotiva. La rottura, in questo momento specifico, non è solo una perdita affettiva, ma la caduta di uno degli ultimi elementi di stabilità in un contesto già fragile. È quindi comprensibile che il vissuto sia così acuto.

Rispetto al dilemma restare o tornare , è importante forse fare una distinzione: decidere ora, in una fase di sofferenza così elevata, rischia di essere più una reazione allo stato emotivo che una scelta realmente ponderata. Può essere più utile, nell’immediato, spostare il focus dal cosa farò nei prossimi mesi al come posso reggere le prossime settimane .

In questo senso, alcuni punti possono essere centrali. Il primo è non restare solo dentro questa condizione: ha già un terapeuta, ed è fondamentale che venga aggiornato con urgenza su quanto sta accadendo ora, con questa intensità. Potrebbe essere utile anche una rivalutazione del trattamento farmacologico, considerando il peggioramento che descrive.

Il secondo riguarda il contesto lavorativo: la situazione con il co-supervisore, così come la descrive, non è neutra e può avere un impatto significativo sul suo stato. Non sempre è possibile modificarla rapidamente, ma riconoscerne il peso è importante, anche per evitare di attribuire tutto a sé stesso.

Infine, c’è il tema delle risorse che lei aveva in Italia: la moto, gli amici, il volontariato, i suoi cani. Non sono dettagli marginali, ma elementi regolatori molto concreti del suo benessere. Il fatto che oggi siano assenti contribuisce in modo significativo al suo stato.

Non è necessario in questo momento trovare una soluzione definitiva. È più importante creare le condizioni per uscire da questa fase acuta: ridurre l’isolamento, aumentare il supporto, alleggerire per quanto possibile la pressione su di sé. Solo successivamente potrà tornare a interrogarsi, con maggiore lucidità, su quale direzione dare alla sua vita professionale e personale.

Resto a disposizione se desidera continuare a confrontarsi su quanto sta vivendo.

Un cordiale saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
https://benedettovivona.wixsite.com/psicologo-trapani
3317463183

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Gentilissimo Dottore,

La ringrazio molto. In questi ultimi mesi mi sono interrogato molto sul mio stato, mentre purtroppo la situazione degenerava. Inizialmente, riconoscendo il ruolo della componente stagionale della mia condizione, ho cercato di porvi rimedio mediante luminoterapia, e cercando di sfruttare l'esercizio fisico come valvola di sfogo. Il problema è che tutto ciò non sembra aver avuto alcun effetto. L'ambiente ahimè è tutt'altro che supportivo: ci sta molta competizione e nessuno è effettivamente amico nel mio ambiente, poiché tutti sono sempre pronti a qualche tiro mancino. La competizione per i fondi innesca meccanismi direi quasi ancestrali in cui io non mi ritrovo, perché odio la competizione. Il mio co-supervisore ahimè è incontenibile: tende a voler ristabilire il proprio controllo attraverso valanghe di commenti sui paper, spesso anche denigranti, confronti con altre persone, isolamento e altre cose che francamente rasentano il mobbing. Io amavo la ricerca, pensavo di trovare all'estero la meritocrazia e la redenzione, ma ho solo trovato un mondo in cui non credo di voler continuare a permanere dopo il dottorato.

Ho tentato e pensato a tutto: sono iscritto in palestra, volevo iniziare volontariato una volta imparata la lingua (mi è stato detto che al momento è impossibile). Ogni giornata, per quanto orribile, deprimente (una tendenza più che un'eccezione) comunque terminava con una chiamata al mio ragazzo. Non piangevo al telefono con lui, non mi lamentavo, parlavamo semplicemente di tante cose e stavamo bene. Sapevo che nello schifo avevo comunque un alleato che mi faceva sentire meno solo.

Il punto è che nel cercare risorse utili dove mi trovo fatico comunque a trovarne. Tutto ciò che in Italia fungeva da valvola di sfogo, all'estero semplicemente non esiste. Una delle cose che trovo più tristi, dopo 4 anni di convivenza, è il tornare a casa e non trovare nessuno, o il passare giornate in smart working senza ascoltare una parola se non dalla TV (figuriamoci come sarà da oggi, con la fine della mia relazione). E nel frattempo leggere i gruppi whatsapp italiani come una finestra sbarrata su un mondo che continua a scorrere mentre io sono come congelato.

Ho passato tempo a pensare se ne valga la pena, se effettivamente sia il caso di continuare oppure se sia arrivato il momento di cambiare, dicendo "basta" ad una tortura. Una domanda che mi pongo da mesi è: il mio lavoro, il mio stipendio, valgono la mia salute? Come reggerò questi 4 anni? E come mi cambieranno? Di tanto in tanto guardo le offerte di lavoro in Italia, ma sono scoraggianti. Purtroppo la scelta si riduce a continuare questa vita per i prossimi anni, rischiando di scoppiare, di crollare o peggio. Oppure fallire, accettare la resa e tornare, passando anni di rinunce, compromessi, con un lavoro che però potrei trovare più stimolante in un ambiente in cui comunque tra alti e bassi avevo la mia serenità. Devo dire, che fino a dopo la laurea mai avrei pensato alla ricerca come sbocco lavorativo. La scelsi principalmente, e lo ammetto traendo beneficio dall'anonimato, perché nell'immediato era più remunerativa economicamente e per opportunismo.
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Dr. Benedetto Vivona Psicologo 99 8
Gentile,

quello che porta ora aggiunge un livello ulteriore di profondità: non è più solo il racconto di una sofferenza, ma anche di un lungo tentativo di comprendere, di adattarsi, di trovare soluzioni. E questo è un dato importante, perché indica che non è rimasto passivo dentro la difficoltà, ma ha provato a muoversi in più direzioni.

Proprio per questo, forse, è necessario fare un passaggio ulteriore: smettere di leggere ciò che sta accadendo come un problema di strategie che non funzionano e iniziare a considerare che potrebbe esserci una incompatibilità più strutturale tra lei e il contesto in cui si trova.

Quando descrive l’ambiente lavorativo competitivo, svalutante, poco collaborativo e contemporaneamente afferma di non riconoscersi in quelle dinamiche, non sta semplicemente dicendo che fa fatica , ma che si trova in un sistema di valori e funzionamento che entra in attrito con il suo modo di essere. In questi casi, il rischio è di trasformare un conflitto tra sé e il contesto in un dubbio su di sé ( non sto reggendo , sto fallendo ), quando invece può trattarsi di un disallineamento reale.

Anche la domanda che si pone vale la pena sacrificare la mia salute per questo? è una domanda centrale, ma che spesso viene vissuta come se avesse solo due risposte estreme: resistere o fallire. Questa è una forma di pensiero comprensibile quando si è sotto pressione, ma che rischia di chiudere lo spazio delle possibilità.

Uscire da questa polarizzazione può essere un passaggio importante. Tornare in Italia, ad esempio, non è necessariamente un fallimento , così come restare non è automaticamente una prova di valore. Sono entrambe scelte che hanno costi e benefici, e che andrebbero valutate non solo sul piano economico o identitario, ma anche su quello della sostenibilità nel tempo.

C’è poi un altro elemento che emerge con forza: la perdita progressiva di tutte le sue fonti di regolazione emotiva. In Italia aveva una rete, attività, spazi che le permettevano di riequilibrarsi; nel contesto attuale questi elementi sono quasi completamente assenti. In queste condizioni, anche una persona senza vulnerabilità pregresse farebbe fatica; nel suo caso, con una storia di disturbo dell’umore, l’impatto è inevitabilmente amplificato.

La relazione con il suo ex partner, da come la descrive, non era solo un legame affettivo, ma anche un importante punto di stabilizzazione quotidiana. La sua perdita, in questo momento specifico, ha quindi un effetto molto più ampio di quello che potrebbe avere in una fase diversa della vita.

In questo senso, prima ancora di arrivare a una decisione definitiva sul cosa fare , può essere utile riconoscere che così com’è, la situazione attuale non è sostenibile a lungo. Non perché lei non sia abbastanza forte, ma perché mancano troppe condizioni di base per il suo equilibrio.

Questo non significa che debba decidere subito di lasciare tutto, ma che forse è necessario iniziare a pensare in termini di modifica concreta della situazione, non solo di adattamento interno. Ad esempio: valutare se esistono possibilità di cambiare gruppo o supervisione, prendersi un periodo di pausa se previsto, oppure iniziare a costruire in modo più attivo un’alternativa, anche se imperfetta, fuori da quel contesto.

Un passaggio delicato ma importante: il fatto che riconosca di aver scelto inizialmente questo percorso anche per motivi opportunistici non è un elemento da usare contro di sé, ma un’informazione utile. Le dice che forse quella scelta non era pienamente radicata nei suoi desideri profondi, e che oggi si trova a dover rinegoziare la direzione. È un processo che, per quanto faticoso, fa parte della vita adulta.

In questo momento, più che resistere o mollare , potrebbe aiutarla chiedersi: quali condizioni minime mi servono per stare sufficientemente bene, e quali di queste sono realisticamente costruibili?

Portare questi interrogativi anche nel lavoro con il suo terapeuta può aiutarla a uscire da una posizione di blocco e a trasformare questa crisi in un passaggio più evolutivo, anche se complesso.

Spero che queste riflessioni possano esserle utili per orientarsi in questo momento così delicato.

Un cordiale saluto.

dott. Benedetto Vivona
Ricevo a Trapani e online
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