Dottorato e depressione

Cercherò di essere breve, al massimo aggiungerò dopo altri dettagli anche guidato dalle eventuali domande che dovessi ricevere. Meno di un anno fa conseguo il titolo di dottore di ricerca. Avevo iniziato il dottorato cinque anni fa estremamente felice, mi sembrava la massima realizzazione, pensavo che avrei migliorato moltissimo le mie conoscenze e che avrei avuto ottime prospettive lavorative in ambito accademico. Purtroppo è stato ben lungi dall'essere così. A fine laurea ero considerato in assoluto fra gli studenti più brillanti, anche fra i pochi che come me avevano deciso di proseguire gli studi con il dottorato. Invece c'è stato un totale declino dovuto alla sovrapposizione nefasta di problemi personali (non attinenti all'ambito universitario) ad un contesto universitario che non mi ha guidato e mi ha abbandonato a me stesso a differenza della maggioranza dei miei colleghi. In questi ultimi tre anni e forse anche più, in modo intermittente, mi sono sentito profondamente depresso, ma ho comunque cercato di portare avanti il dottorato, anche se è stato faticosissimo soprattutto a livello emotivo. Ho sentito che a causa di una scelta sfortunata sono stato bruciato, vedo che non ci sono prospettive lavorative, mi sento totalmente privo di autostima e di energie, triste e arrabbiato quando vedo tutti gli altri che sono riusciti a proseguire con successo all'università. Non so più che devo fare della mia vita, la materia che ho studiato era per me la massima fonte di realizzazione, un tratto identitario insostituibile. Gradualmente ma da molto si sta radicando la sensazione di una vita senza scopo: cerco lavori nel mio ambito ma non trovo nulla e alla fine sto perdendo l'interesse perché so quanto sono stati stressanti gli ultimi anni e non ce la faccio a sopportare altro malessere. Passo le giornate profondamente depresso, cercando di nasconderlo agli altri, cercando continue distrazioni per allontanare, inutilmente, i pensieri cupi. Sono tre anni che vedo uno psicoterapeuta ma al momento non vedo effetti. Penso che vorrei morire, l'unico pensiero che mi frena è il dolore atroce che potrei arrecare a due persone. Sento di non avere più speranza e i riscontri concreti vanno in quella direzione.
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Dr.ssa Angela Pileci Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 19,6k 493 45
Gentile Utente,

se da tre anni è in terapia, significa che la fine del dottorato e la ricerca del lavoro (problema subentrato in seguito) hanno inciso solo superficialmente nel problema che era già presente prima. Certamente hanno peggiorato la situazione e la Sua sofferenza.
Forse, proprio per il disagio che era ben presente anche prima, ora Lei sente di voler mollare o di non essere più in grado di fare, di cercare un lavoro, di farsi valere. E' così?
Posso chiedere per quali ragioni aveva iniziato una psicoterapia e quali obiettivi sono stati fissati? Che tipo di psicoterapia è?

Dott.ssa Angela Pileci
Psicologa,Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale
Perfezionata in Sessuologia Clinica

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dopo
Utente
Utente
La ringrazio per aver risposto così solertemente. Il malessere c'è già da molti anni e anche il fatto di non vedere sostanziali miglioramenti lo inacutisce sempre di più. Ho un ottimo rapporto con il mio psicoterapeuta, ma al momento sto davvero malissimo. Ho iniziato la psicoterapia ad indirizzo psicodinamico circa tre anni fa per un lutto e perché ero estremamente angosciato da mesi per la tesi di dottorato che mi sembrava insormontabile, noiosa e difficile, mi sentivo privo di autostima e incapace e per giunta ho avuto un pessimo rapporto con il mio relatore dal quale mi sono sentito abbandonato e talora irriso. Spesso ho cercato di distrarmi dall'università e dalla tesi, perché erano profondamente stressogene e sollecitavano di continuo il pensiero di totale fallimento, di mancanza di prospettive e soprattutto della trasformazione di quella che ritenevo la mia massima passione nonché fonte di realizzazione a livello umano e professionale in un baratro di pensieri attanaglianti di mancanza di speranze e disistima. Il mio curriculum attuale penso sia fra i peggiori di tutti coloro che si sono laureati nel mio stesso anno e che hanno poi hanno conseguito il dottorato di ricerca. Con il tempo il divario si sta allargando e sento di non valer più nulla, vedo il disinteresse completo verso la mia situazione e spesso penso che non ha più senso restare in vita. Speravo con la conclusione del dottorato di trovare un nuovo percorso di ricerca che potesse ridarmi fiducia e serenità ma il non trovar nulla ha rafforzato ancora di più la sensazione di una vita senza più scopo. Dovrei continuare a cercare ma non ce la faccio davvero più.
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Dr.ssa Valentina Sciubba Psicologo, Psicoterapeuta 1,5k 29 9
Gentile ragazzo,
purtroppo non sempre il dottorato si continua con una carriera universitaria o mantiene le speranze che vi si erano riposte.

Mi sembra molto probabile, considerati i sintomi e il suo resoconto che ci sia uno stato depressivo che andrebbe contrastato.

Esistono altri approcci, non ad orientamento psicodinamico, ma compatibili con esso (nel senso che si possono portare avanti tranquillamente tutti e due) che risolvono molti stati depressivi, anche assolutamente non lievi, piuttosto velocemente.

Le consiglio pertanto di considerare l'opportunità di conoscere un approccio di terapia breve in grado di risollevarle l'umore e darle nuova progettualità.

Cordiali saluti

Dr.ssa Valentina Sciubba
Psicologa Psicoterapeuta
Terapia Breve strategico-gestaltica
www.valentinasciubba.it - Roma

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Utente
Utente
Mi suggerisce quindi di portare avanti contestualmente due approcci terapeutici affiancando quello psicodinamico alla terapia breve o proprio di interrompere, almeno temporaneamente, quello psicodinamico per cercare un percorso che si attagli meglio alla mia attuale situazione?
Da una parte sento il bisogno di riscatto, di serenità, e l'obbligo di agire cercando e ponderando nuove soluzioni, d'altro canto però l'ho fatto per troppo tempo inutilmente e a fronte di lunghe ricerche infruttuose ed estenuanti e di varie porte chiuse in faccia i pensieri sembrano cortocircuitati e ormai sono estremamente sofferente e sento di non farcela più.
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dopo
Utente
Utente
Sto davvero malissimo, i pensieri di suicidio a volte sono molto forti, la sofferenza di stasera è considerevolissima e purtroppo (sebbene di solito stia meglio) non è una novità. Negli ultimi tre anni mi è capitato almeno una decina di volte ogni anno e nell'ultimo mese la frequenza è aumentata molto. Non so davvero cosa fare, forse dovrei vedere anche uno psichiatra, sebbene in passato i farmaci avevano avuto anche effetti collaterali spiacevoli su un umore già molto compromesso. C'è solo una persona con cui ho parlato chiaramente della mia situazione e penso purtroppo di averla contagiata con la mia depressione e stasera ha avuto uno scoppio di tristezza e di rabbia incontenibili che mi hanno spaventato notevolmente. Una cosa che potrebbe essere utile tramite questo sito sarebbe poter parlare con qualcuno che conosce dall'interno l'ambito universitario e dei dottorati e che ha vissuto o sta vivendo una situazione simile. Non è uno scherzo, sono profondissimamente depresso, non ce la faccio davvero più.
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Dr.ssa Valentina Sciubba Psicologo, Psicoterapeuta 1,5k 29 9
Gentile utente,
i farmaci vengono spesso prescritti nelle depressioni e di solito non interferiscono con la psicoterapia. Con il procedere di quest'ultima poi e l'intervenire di risultati, vengono ridotti, augurabilmente fino a toglierli del tutto.

Se non se la sente di perdere un sostegno psicologico di lunga data, come quello avuto finora, può tenerlo, anche perchè l'approccio strategico breve dovrebbe dare risultati entro pochi colloqui.

Penso che i terapeuti un po' conoscano tematiche come la sua, per la relativa frequenza dei casi o per esperienza personale, ma anche se non fosse così, non credo sia un ostacolo insormontabile.
Gli psicologi si confrontano con le storie di vita e le professioni più diverse.

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Utente
Utente
La ringrazio della risposta. Mi riferivo non tanto a degli specialisti, ma ad altri utenti che hanno vissuto situazioni simili in ambito universitario, che se la sentono di contattarmi privatamente. Mi ricordo quando avevo finito le superiori e sentivo la maggior parte dei coetanei indecisi su che facoltà intraprendere e cosa studiare. Oppure ho sentito discorsi di conoscenti che non sanno cosa fare, a livello lavorativo della loro vita e si sentono senza scopo e in perenne stallo. Ho sempre pensato che si trattasse di situazioni estremamente angoscianti e irrisolvibili in cui non avrei mai voluto trovarmi e in cui pensavo che non mi sarei mai trovato, avendo da sempre puntato tutto sulla mia materia di studio. Nel lasso di tempo di quattro anni sono gradualmente sprofondato, senza accorgermene subito, in una situazione analoga a quelle che ho descritto e lo scoramento nel mio caso forse è ancora più forte perché io da sempre ho avuto come faro la mia materia, lo studio, la passione, i riconoscimenti. Adesso mi sento senza autostima, depresso, arrabbiato con l'università che si è comportata in modo poco professionale e in alcuni casi anche meschino nei miei riguardi, senza guida, privo di interessi, senza obiettivi, abulico, privo di energie, senza progettualità, come abbandonato fra i marosi di una tempesta. Oggi ho contattato uno psichiatra perché la rabbia e i pensieri negativi sono così forti da darmi sintomi fisici non indifferenti. Inoltre tengo presente il suggerimento della terapia breve. Non dico che sono stato depresso per quattro anni di seguito incessantemente, però di base, malgrado la psicoterapia, sono stati anni costellati da una maggioranza di giorni tristi e di intensa sofferenza non paragonabile al passato: è lecito, almeno su lungo termine, aspettarsi di poter tornare a star bene trovando un percorso lavorativo che possa appagarmi e ridarmi fiducia in me stesso e verso il mondo esterno? Perdonate l'insistenza ma si tratta, chiaramente, anche di forme di sfogo del malessere.
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Dr.ssa Valentina Sciubba Psicologo, Psicoterapeuta 1,5k 29 9
Gentile ragazzo,
ci fa una domanda sule possibilità di lavoro a cui è difficile rispondere, non conoscendo neppure la sua materia di studio.
Può capitare che molti giovani decidano di emigrare, stante la difficoltà di riconoscimenti o di lavoro nel nostro paese.

Quello che posso ripeterle è che la terapia breve è spesso straordinariamente efficace contro gli stati depressivi.
In ogni caso superare lo stato depressivo dà nuove energie nell'affrontare la realtà.
cordiali saluti


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Utente
Utente
Non ho dato informazioni specifiche per evitare di essere riconoscibile, comunque posso dire che molte della mia rabbia e tristezza derivano dal fatto che nel mio settore le possibilità lavorative ci sono, difatti sono fra i pochi che non è riuscito a trovare un lavoro in ambito accademico e ciò che rimprovero alla mia università è stato avermi totalmente abbandonato e non aver costruito un network di ricerca attorno a me come avrebbe dovuto e come è usuale. Andare all'estero va bene, ma di solito lo si fa con un gruppo di ricerca alle spalle, nel mio stato attuale senza agganci e con un curriculum peggiore della media sarà davvero difficile, se non impossibile. Come ho detto non ce la faccio più, mi sento forzato a restare in vita per non arrecare dolori insostenibili ad altre due persone, ma detto sinceramente preferirei spegnermi. Detto molto grossolanamente credo che un malessere psicologico di qualsiasi tipo possa dipendere da due fattori correlati e presenti con gradazioni variabili: 1) delle condizioni esterne fuori dal nostro controllo obiettivamente difficili, 2) una mentalità e/o un tipo di attitudine disfunzionali che portano a vedere problemi dove non ce ne sono oppure laddove i problemi esistano davvero a non vederne le soluzioni o a vederle e non praticarle. La psicoterapia ovviamente può agire solo sul secondo fronte e non sul primo. Può darsi che il percorso che ho seguito non sia adatto al mio caso e che la terapia breve possa sbloccarmi ma se davvero ci sono delle condizioni esterne sciagurate (come io sinceramente e razionalmente credo) e immodificabili purtroppo ci sarà poco da fare se non accettare di restare altri anni in vita con sofferenze estreme dovute in pratica, detto senza mezzi termini, all'aver studiato inutilmente per un decennio e a confrontare le soddisfazioni di chi ha intrapreso un percorso simile alla mia vita totalmente sprecata.

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