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Lasciarsi dopo 9 anni

Salve, vi scrivo perché mi trovo in un momento molto difficile.
Ho 27 anni e da 9 sono fidanzata con un ragazzo di 30 anni con cui ho convissuto negli ultimi 2/3 anni. Il nostro non è mai stato un rapporto equilibrato, abbiamo sempre litigato molto eppure il sentimento non si è mai spento.
Nell'ultimo anno le cose si sono complicate, a lui hanno diagnosticato un linfoma e appresa la notizia, gli ho detto che insieme lo avremmo superato.
Inizia le terapie e inizia a stravolgersi la nostra vita, non solo a causa del suo atteggiamento totalmente negativo (passava le sue giornate chiuso dentro casa con il cellulare sempre vicino e senza la minima voglia di vedere qualcuno), ma anche a causa della sua famiglia, che continuamente, avendola come vicino di casa, più volte al giorno, entrava dentro casa nostra. Accadeva all'inizio per aiutarlo dal momento che io spesso lavoro, ma dopo per ogni cosa, mi ritrovavo la madre o il fratello sempre li dentro e in pratica non avevo più una privacy ne una casa. In questo ultimo periodo non mi sono sentita una compagna poiché passavo le giornate a lavorare, a pulire la casa, a badare a lui e a studiare.
In tutto questo, vedevo lui sempre più negativo, nonostante le terapie stessero funzionando. L'ho esortato molte volte ad aprirsi con uno psicologo ed ero disposta ad affrontare anche questo insieme, ma lui ha deciso di fare solo due sedute dopodiché nonostante ripetute scene aggressive e violente, da parte sua nei miei confronti, ha deciso di non andarci più. Due mesi fa, i medici gli hanno riferito che doveva effettuare una nuova PET per capire se effettivamente il linfoma fosse sparito e gli consigliavano di svagarsi e di riprendere la sua vita, ma le cose dentro casa non sono cambiate. Molte volte dopo il lavoro, rientravo dentro casa e puntualmente c'era sempre qualcuno della famiglia e in più non c'era mai una volta che la ritrovassi pulita e sistemata (come la lasciavo io il giorno prima). Chiaramente ho sempre provato a parlarci facendogli capire quello che provavo, ma non sono mai stata capita, tutte le volte si aspettava che io accettassi tutto per via della situazione e nel frattempo è passato 1 anno. Ad oggi ci stiamo lasciando dal momento che la famiglia ha iniziato a insultarmi in ogni modo possibile e lui in tutto questo, anziché difendermi purtroppo, li appoggia. Questo accade perché si lamentano sempre degli urli che ogni tanto, presa dal nervoso, lancio dentro casa e per loro è allucinante perché dicono che io sia un ospite lì dentro dato che la casa purtroppo non è mia (ma loro) e non pago l'affitto. Questo è un altro motivo per cui ad oggi ho deciso di andarmene, sto cercando una sistemazione e stupidamente anche se so che non è la persona giusta e che mi ha arrecato spesso dei grandi dolori, so che questa decisione mi porterà lo stesso a stare male perché è il mio primo amore, ci sono cresciuta insieme, ma si può definire amore da parte sua, se manca il rispetto e l'ascolto?
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Dr. Carla Maria Brunialti Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo 15,3k 491 107
Gentile utente,

credo che la protagonista pricipale del consulto sia la MALATTIA. Essa non figura nel titolo, come sarebbe stato preferibile.
Essa - una malattia grave - è andata ad innestarsi su una relazione che "..non è mai stato un rapporto equilibrato, abbiamo sempre litigato molto..".

Varie le riflessioni.

1.
La malattia mette in crisi la coppia, tanto che ne ho scritto una News:
'La malattia distrugge la coppia?' https://www.medicitalia.it/blog/psicologia/4800-la-malattia-fa-divorziare-la-coppia.html .
Se vorrà leggerla, si renderà conto di come in presenza di una malattia grave e potenzialmente mortale le relazioni cambino, cambiano le priorità, il malato non riesce a provare empatia, diventa egocentrico.

2.
La malattia interrome la progettualità vitale della persona malat*, toglie il domani, la speranza; tutto si gioca nell'oggi. Per cui diventa esigente, irritato, arrabbiato col mondo.
Potrà comprendere meglio leggendo 'La malattia cronica nella vita della persona' https://www.psicologi-italia.it/disturbi-e-terapie/varie/articoli/la-malattia-cronica-nella-vita-della-persona.html .

3.
La famiglia d'origine torna ad essere il nido infantile nel quale rannicchiarsi ed essere coccolati senza riserve. Si può capire, sia pur difficile da accettare.
E' un vero peccato però quando i familiari entrano in competzione con il/la partner, quasi volessero riprendersi il terreno precedentemente perduto.

4.
Non ultima la situazione difficile dei/le 'care-giver', le persone che vivono vicino, che danno aiuto, e che con facilità vanno in burn-out, si bruciano.

Mi sono permessa di fornire qualche pennellata su una situazione assai complessa,
anche se non sono certa che potrà apprezzare: la rabbia e il risentimento che Lei ha accumulato nel corso di questo difficile periodo può renderLa poco ricettiva; non c'è da meravigliarsi.
Al proposito, io sono fermamente convinta che ogni patologia grave o cronica andrebbe seguita dall* Psicolog* dell'Azienda Sanitaria in appoggio alle cure fisiche; con l'obiettivo di fornire aiuto alla persona ammalata, ma anche però a chi 'accompagna', cioè sta vicino.

Se Lei ne ha ancora la forza e la possibilità, ricorra ad un aiuto psicologico,
forse non tutto è perduto!

Mi piacerebbe ricevere una Sua replica.

Saluti cari.
Dott. Brunialti

Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta perfezionata in Sessuologa clinica, Psicologa europea.
www.linkedin.com/in/brunialtisessuologaclinica/

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dopo
Utente
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Salve, la ringrazio per la risposta. Si purtroppo è una situazione difficile ed è chiaro che la malattia è protagonista. E per tale motivo avrei voluto che andasse dallo psicologo seriamente, anche perché diverse volte si è fatto prendere da psicosi ed episodi violenti. Avrei voluto andare insieme a lui, invece ha iniziato a vedermi come un nemico perché spesso ero scontrosa e insoddisfatta per la situazione che si era creata. Ma tale situazione l’ha permessa lui non ponendo dei limiti anche con la famiglia. Io ho sempre cercato il confronto con lui, ho sempre voluto parlare per risolvere. Ma quello che mi sembra è che crede che il fardello lo abbia portato solo lui e che a me tutto questa situazione non mi abbia toccato. Più volte gli ho chiesto di andarcene soprattutto in questi due mesi in cui ha interrotto le terapie, gli avevo detto che ci pensavo io al trasloco, ma niente.

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