Fattori di rischio per lo sviluppo del Disturbo Depressivo

Dr. Alessio Congiu Data pubblicazione: 06 febbraio 2020 Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2020

Malgrado le cause del Disturbo Depressivo rimangano tutt'oggi ignote, la ricerca ha messo in evidenza la presenza di specifici fattori di rischio che, se presenti, possono facilitare l'emergere del disturbo.

1. Introduzione

Allo stato attuale, il Disturbo Depressivo viene considerato un disturbo le cui cause risultano poco chiare. In base al modello diatesi-stress, lo sviluppo e il decorso del disturbo dovrebbero essere rintracciati nella fitta interazione presente tra fattori predisponenti di natura genetica e fattori stressanti di natura ambientale. La difficoltà che si riscontra in ambito di ricerca nello scindere gli uni dagli altri, tuttavia, porta gli studiosi a prediligere il ricorso al più generico termine di fattori di rischio.

 

2. Fattori di rischio genetico-familiari

In linea con la prospettiva bio-psico-sociale, è presente un comune accordo nella letteratura scientifica circa il ruolo predisponente di tre specifiche classi di fattori: i fattori genetici, i fattori familiari e quelli di personalità.

 

2.1. Genetica

Ad oggi sono disponibili diversi studi che supportano l’ipotesi che vede la genetica come un’importante componente implicata nell’emergere del Disturbo Depressivo. 

Gemelli monozigoti

Uno studio condotto sui gemelli monozigoti (che derivano da una stessa cellula uovo) ha mostrato come il rischio d'insorgenza del disturbo fosse pari al 69% per i gemelli monozigoti, e al 13% per quelli dizigoti (che derivano da cellule uovo distinte) (Gershon et al., 1976).

In un altro studio è stato messo in evidenza come i tassi di concordanza nei gemelli ammontassero al 59% per l'insorgenza di 2-3 episodi depressivi, e al 33% per l'insorgenza di un numero minore di episodi (Bertelsen et al., 1977); in un’altra ricerca è stata invece ipotizzata la presenza di fattori di vulnerabilità genetica in circa 1/3 delle persone che hanno sviluppato il disturbo prima dei 40 anni (Sullivan et al., 2000)

Ancora, uno studio sulle adozioni ha mostrato invece come i figli delle persone alle prese con il disturbo presentassero una probabilità 15 volte maggiore di poter compiere un comportamento suicidario rispetto ai gruppi di controllo (Wender et al., 1986).

 

Non altrettanto solidi sarebbero invece i risultati delle ricerche che ad oggi hanno provato ad identificare i geni potenzialmente implicati nell'insorgenza del disturbo (es., gene SLC6A4), non essendo stati ancora replicati da ulteriori studi.

 

Tra le possibili spiegazioni che rendono tutt’oggi complesso generalizzare i risultati di tali studi si trova la grande eterogeneità del manifestarsi del disturbo, che può presentarsi con sintomi molto differenti tra loro. A fronte di una stessa diagnosi di Disturbo Depressivo, infatti, possono rintracciarsi combinazioni di sintomi così distinte e peculiari da rendere pressoché unico ogni quadro clinico analizzato. E’ pertanto possibile che specifici geni possano esercitare effetti variabili a seconda della tipologia di disturbo depressivo analizzato.

 

Un ulteriore fattore che potrebbe ostacolare la corretta determinazione dei geni coinvolti è la cosiddetta “penetranza incompleta” dei geni coinvolti (genotipo).
Ad esempio, seppure due persone possano presentare gli stessi geni potenzialmente identificati come fattori di rischio per l'evolversi di questo disturbo, l’interazione con specifici fattori ambientali potrebbe portare all’insorgenza di un Disturbo Depressivo Persistente come pure all’insorgenza di Episodi Depressivi Maggiori di breve durata e sotto la soglia di rilevanza clinica.

 

In aggiunta, sembra che il Disturbo Depressivo condivida numerosi geni con altre manifestazioni di rilevanza clinica, come il nevroticismo[1] (Kendler et al., 1993), i Disturbi D’Ansia (es., Disturbo di Panico) e i Disturbi Da Stress (es., Disturbo Da Stress Post-Traumatico) (Mineka et al., 1998; Weissman et al., 2005).

Nel complesso, a fronte di numerose evidenze che confermano l’implicazione delle componenti genetiche nell’eziologia del disturbo, ad oggi non sappiamo con chiarezza né quale sia il substrato genetico specifico responsabile, né in che modo questo possa rendere alcuni individui più vulnerabili di altri all’emergere del disturbo.

 

2.2. Familiarità

Alcuni studi mostrano come le persone con uno o più familiari alle prese con un Disturbo Depressivo presentino un rischio d’insorgenza dello stesso disturbo circa 3 volte superiore rispetto a quello presente nella popolazione generale (Maier et al, 1992). Nel complesso, l’ereditarietà del disturbo è stata stimata intorno al 40% (APA, 2013).

 

2.3. Personalità

Da diversi studi è emerso come a predisporre all’insorgenza del Disturbo Depressivo possano essere anche specifici fattori legati alla personalità individuale.

Tra quelli che ad oggi hanno ricevuto maggiore attenzione in ambito scientifico si trovano la tendenza a rispondere agli eventi con emozioni costantemente instabili (tratto del nevroticismo) (Jorm et al., 2000) e la tendenza a ricondurre a caratteristiche stabili della propria persona la causa dell’emergere di eventi negativi (locus of control interno e stabile) (Abramson et al., 1978).

Accanto a tali fattori, alcuni autori (Beck et al., 1979) hanno inoltre avanzato l’ipotesi dell’esistenza di due specifiche tipologie di personalità più a rischio di sviluppare il disturbo: la personalità sociotropica e la personalità autonoma.

 

La personalità sociotropica si caratterizzerebbe per un iperinvestimento nelle relazioni interpersonali, considerate una risorsa necessaria affinché la persona possa valutarsi come degna di essere amata e stimata da sé e dagli altri. Persone con tratti sociotropici, pertanto, tenderebbero a vincolare la capacità di stimare se stesse (autostima) alla percezione soggettiva della propria capacità di mantenere delle buone relazioni interpersonali (amabilità).Tale caratteristica porterebbe queste ultime a vivere con forte preoccupazione la solitudine e la possibilità di essere emarginate dagli altri.

A ciò si dovrebbe la tendenza di questi a ricercare frequentemente rassicurazioni, supporto e apprezzamento da parte delle persone con le quali fosse stato creato un legame intimo o di amicizia. Compromissioni nella sfera di vita interpersonale verrebbero quindi associate all’emergere di pensieri negativi relativi al Sé (es., “Non piaccio a nessuno”, “Non mi vogliono e dunque non valgo”) che andrebbero riducendo significativamente il tono dell’umore.

 

In virtù di tali caratteristiche è stato dunque supposto che lo stile di personalità sociotropico predisponga all’emergere del disturbo depressivo a seguito di perdite nei rapporti interpersonali (es., morte, divorzio). Tali perdite, infatti, attiverebbero di riflesso reazioni depressive molto intense caratterizzate da dolore emotivo (es., pianto, lamenti, richieste di supporto sociale), perdita dell’appetito, tristezza, ansia, senso di vuoto, perdita di speranza (hopelessness) e rimuginazione (Keller et al., 2007), esprimenti nel loro insieme compromissioni di bisogni di attaccamento, accudimento e amore (Trincas et al., 2014).

 

La personalità autonoma, al contrario, si caratterizzerebbe invece per un iperinvestimento nell’autorealizzazione personale, perseguita impegnandosi nel raggiungere autonomamente importanti obiettivi personali. Persone con tratti autonomi, pertanto, tenderebbero a vincolare la capacità di stimare se stesse (autostima) alla percezione soggettiva della capacità di raggiungere simili obiettivi per mezzo dell’esercizio autonomo delle proprie abilità (autoefficacia). La forte preoccupazione che caratterizzerebbe le persone con tratti di personalità autonoma sarebbe dunque legata all’idea di fallire e/o dipendere dagli altri per raggiungere tali obiettivi.

Questo spiegherebbe la tendenza ad evitare di chiedere aiuto e/o riceverlo che tali persone manifesterebbero a coloro che pure si mostrassero intenzionate ad offrire loro supporto.

 

Il mancato raggiungimento di tali obiettivi porterebbe quindi all’emergere di pensieri negativi riferiti alla propria persona (es., “Sono un fallimento”, “Sono un incapace”, “Sono un debole”) che, riducendo significativamente il tono dell’umore, renderebbe queste più vulnerabili all’emergere del disturbo.

 

Nella personalità autonoma, pertanto, è facile che eventi comportanti una modifica nella percezione del proprio grado di controllo/libertà (es., matrimonio, nascita di un figlio), da un lato, e la mancata realizzazione dei propri obiettivi personali (es., laurea), dall’altro, si associ all’emergere di reazioni depressive caratterizzate da una riduzione del piacere per la maggior parte delle attività quotidiane (anedonia), demotivazione, affaticabilità, perdita di speranza (hopelessness), pessimismo, passività, senso di colpa e riduzione dell’interesse sessuale (Keller et al., 2007), sintomi riconducibili nel loro insieme a frustrazioni dei bisogni di prestigio, potere e successo personale (Trincas et al., 2014).

 

3. Fattori di rischio ambientali

Diversi risultano i fattori di natura ambientale che sono stati accostati all’emergere del Disturbo Depressivo. Tra i principali si trovano quelli legati a complicazioni di natura medica, allo stile di accudimento genitoriale e all’esposizione con situazioni di vita particolarmente stressanti/traumatiche.

 

3.1. Complicazioni mediche

Ad oggi le condizioni di natura medica che sono state chiaramente associate all’emergere del Disturbo Depressivo sono gli ictus nella porzione sinistra del lobo frontale, l’ipotiroidismo, la mattia di Huntington, il morbo di Cushing e la malattia di Parkinson (APA, 2013).

Un recente studio, ad esempio, ha messo in evidenza come dopo un ictus l’insorgenza di un Episodio Depressivo interessi circa il 30% dei pazienti (Teper et O’Brien, 2008).

Nel caso specifico del Parkinson, alcuni studi indicano che la patologia si associ a sintomi depressivi lievi (10-30%) o intensi (5-10%) (Tandberg et Cummings, 1996) che spesso precedono la manifestazione fisica della malattia (Guze et Barrio, 1991).

 

Correlazioni significative sono state anche rilevate per svariate condizioni mediche, le principali delle quali sono risultate essere la Sclerosi Multipla, il Diabete, l’Obesità e le problematiche cardiovascolari (Barth, Schumacher et al., 2004).

 

3.2. Stile di accudimento genitoriale

Tra i fattori che sono stati associati all’emergere del disturbo si trovano l’aver stabilito con la principale figura di riferimento un attaccamento di tipo insicuro o disorganizzato (Murphy et Bates, 1997) e l’essere stati cresciuti da una madre alle prese con un problema di natura depressiva (Giallo et al., 2017).

 

Le caratteristiche che invece tendono ad associarsi maggiormente all’emergere del disturbo sono l’atteggiamento aggressivo, punitivo o rifiutante da parte materna, e l’atteggiamento passivo, assente o distaccato da parte paterna.

 

Nel complesso, la presenza di degrado familiare, di una comunicazione ambigua e contradditoria in famiglia e di una scarsa alleanza tra i genitori sono considerati importanti fattori di rischio genitoriale per l’emergere del disturbo. 

 

3.3. Traumi

Maltrattamenti infantili (Mac Giollabhui et al., 2018), esperienze infantili di abuso (Howell et al., 2017) e vittimizzazione emotiva tra pari (Padilla Paredes et al., 2014) sono stati associati ad un maggiore rischio d’insorgenza del Disturbo Depressivo.

 

4. Fattori di rischio psico-biologici

Specifiche strutture e funzioni della nostra cognizione possono concorrere allo sviluppo del Disturbo Depressivo

 

4.1. Strutture cognitive

La tendenza ad interpretare negativamente i diversi aspetti della realtà, che tipicamente si osserva nelle persone alle prese con il disturbo, è stata ricondotta alla presenza di strutture di pensiero particolarmente rigide e negative, aventi come tema principale l’idea che la persona deterrebbe di (es., “Non sono una persona amabile”), del mondo (es., “Le persone sono fondamentalmente egoiste e crudeli”) e del futuro (es., “Solo i più forti sopravvivono”) (Beck, 1967).

 

In quanto acquisiti nella prima infanzia, tali convincimenti sarebbero impliciti e inconsapevoli, e verrebbero organizzati all’interno di una triade di schemi cognitivi che, se attivata in modo intenso e prolungato, potrebbe predisporre all’insorgenza del disturbo.

 

Diversi studi hanno inoltre identificato alcune sotto-classi di convincimenti riconducibili agli schemi sopra menzionati. Tra quelle che hanno ricevuto maggiore attenzione nella letteratura internazionale si trovano:

  1. la tendenza a ritenersi impotenti o a vivere come fortemente limitata la propria capacità di far fronte agli eventi negativi (bassa autostima), relativa allo schema della percezione del Sé (Seligmam, 1975);
  2. la tendenza a credere che si realizzino unicamente eventi negativi ed indesiderati e mai quelli positivi e desiderati (hopelessness), relativa allo schema della percezione del futuro (Abramson et al., 1989).

 

Accanto agli schemi della triade cognitiva, alcuni studiosi hanno altresì riconosciuto come molte persone riescano ad evitare che tali schemi vengano attivati in modo costante appoggiandosi a strutture di pensiero compensatorie, quali ad esempio il Perfezionismo Disadattivo (es., “Se la mia prestazione sarà perfetta, non sarò una fallita”), predisponenti a loro volta all’emergere del disturbo (Rice et al., 2006)

 

4.2. Funzioni cognitive

Tra le alterazioni nelle funzioni del sistema della nostra cognizione che sono state identificate dalla ricerca quali possibili fattori predisponenti del disturbo si trovano la tendenza a gestire le proprie emozioni attraverso la rimuginazione (Nole-Hoeksema, 2000) e la ruminazione (Watkins, 2008), come pure la tendenza a sovrainvestire le proprie risorse fisiche e mentali nel raggiungere/mantenere un unico ruolo sociale (es., essere una buona madre) e/o un unico obiettivo di vita (es., avere successo lavorativo) (Champion et Power, 1995).

 

5. Fattori correlati

 

5.1. Fattori socio-demografici

Ad oggi i fattori socio-demografici per i quali la correlazione con il Disturbo Depressivo è risultata più solida sono l'appartenenza etnica alla popolazione bianca (Weissman et al., 1991), l'appartenenza al genere femminile (Nolen-Hoekseme et Girgus, 1995), il ritrovarsi in uno stato di maternità (Briscoe et al., 2016), il vivere in un contesto sociale degradato (Ross, 2000), il possedere scarse risorse economiche (Ostler et al., 2001) e il ritrovarsi in una condizione di disoccupazione (Viinamaaki et al., 1996).

 

5.2. Eventi di vita stressanti

Gli eventi di vita che ad oggi risultano più facilmente correlati all’emergere di un Disturbo Depressivo sono la perdita del lavoro, di un’amicizia o di una relazione sentimentale (Brown et Harris, 1989), la presenza di una relazione coniugale conflittuale (Whisman et Bruce, 1999), esperienze di umiliazione personale e la morte di una persona cara (Kendler et al., 2003).

Tali fattori sembrano incidere maggiormente nell’emergere del primo Episodio Depressivo, divenendo via via meno influenti nelle ricadute depressive (Stroud et al., 2011), probabilmente a motivo della maggiore rilevanza acquisita dai fattori interni, quali il riattivarsi di modalità di pensiero pessimistiche ed auto-svalutanti a seguito del riemergere di emozioni negative (Teasdale, 1989).

 

5.3. Compresenza di altre problematiche psicologiche

Nel complesso, tutti i problemi di natura psichiatrica possono accrescere il rischio d’insorgenza del Disturbo Depressivo (APA, 2013). Tra i più comuni si riscontrano tuttavia i Disturbi D’Ansia (es., Disturbo Di Panico), il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, i Disturbi Da Uso Di Sostanze (es., Disturbo Da Uso Di Cocaina), i Disturbi Della Nutrizione e Dell’Alimentazione (es., Anoressia e Bulimia Nervosa) e i Disturbi Di Personalità (es., Disturbo Borderline).

 

6. Fattori protettivi

Le ricerche hanno messo in evidenza come la presenza di specifici fattori agisca riducendo la possibilità di andare incontro all'emergere del disturbo a seguito dell’esposizione con eventi particolarmente stressanti.

Tra questi si trovano:

  • il coltivare un senso di spiritualità
  • il risolvere i propri problemi in modo attivo
  • il formulare importanti obiettivi di vita personali,
  • il migliorare la propria capacità di accettazione,
  • l'assumere un atteggiamento realisticamente ottimista verso il futuro, (Southwick et Charney, 2012),
  • il mantenere la speranza di poter raggiungere i propri obiettivi (Visser et al., 2013), 
  • l'accrescere le proprie capacità di resilienza (Di Marco et al., 2017) e
  • il coltivare e mantenere relazioni significative (Brown et al., 1986).

 

 

7. Conclusioni

La comprensione dei fattori potenzialmente implicati nello sviluppo del Disturbo Depressivo è di grande importanza per la ricerca e la clinica, in quanto facilita la definizione di trattamenti psicologici e farmacologici sempre più efficaci per contrastare e prevenire lo sviluppo di una patologia oramai sempre più diffusa in Italia e nel mondo. 

 

 

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[1]  Fenotipo personologico caratterizzato da una marcata tendenza a vivere emozioni negative e sbalzi d’umore.

Autore

alessio.congiu
Dr. Alessio Congiu Psicologo

Laureato in Psicologia nel 2015 presso Università di Padova.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Veneto tesserino n° 10147.

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