Un recente studio clinico controllato e randomizzato effettuato da cardiologi su pazienti affetti da insufficienza cardiaca e depressione, ha investigato gli effetti della somministrazione di quantità supplementari di acidi omega-3 (ω-3) sui sintomi depressivi. La ricerca è stata pubblicata dal Dr. Bill Harris sul numero di Agosto del Journal of the American College of Cardiology's Heart Failure ed ha evidenziato una significativa correlazione fra i livelli ematici di EPA e DHA e l’andamento del disturbo depressivo.

L’EPA (acido eicosapentaenoico) è un acido grasso omega-3 che viene assunto con la dieta mediante l'ingestione di pesci come merluzzi, aringhe, sgombri, salmoni e sardine ma anche di noci, mandorle e spinaci. Di questo acido era già nota la capacità, da solo o in associazione con altre fonti di ω-3, di esplicare un effetto anti-infiammatorio ma si era anche supposto un suo effetto benefico, assunto in quantitivo extra, nei confronti di patologie mentali come la depressione, da quando uno studio precedente aveva rilevato bassi livelli ematici di EPA in soggetti depressi.

Il DHA (acido docosaesaenoico) è un acido grasso di cui sono ricchi i pesci oceanici di acque fredde ed è il principale acido grasso dei fosfolipidi nel cervello. Gli ω-3 sono anche raggruppati come vitamina F (fatty acids).

Lo studio è consistito nel somministrare ad una coorte di 108 soggetti 2 grammi di ω-3 al giorno, con assegnamento random di supplementi differenziati nei tre bracci, così suddivisi: nel 1° gruppo un supplemento di EPA/DHA ne rapporto di 2:1 mg; nel 2° gruppo un prodotto ad alto contenuto di EPA; nel 3° gruppo un placebo. La ricerca è durata 12 settimane ed ha comportato prima e dopo la supplementazione il dosaggio ematico dell’indice Omega-3 e dei livelli nei globuli rossi di EPA e DHA. I risultati hanno evidenziato: nel 1° gruppo un Indice Omega-3 di 6.79%; nel 2° gruppo un indice di 6.32% e nel 3° gruppo un indice di 4,61%. Nei soggetti che avevano assunto, nel corso dello studio, almeno il 70% delle capsule di supplemento e che avevano eseguito tutti i test ematologici (n=80), questi valori erano del 7.32%, 7.11% e 4.42%. Ciò ha indicato che il dosaggio era adeguato a migliorare in soli 3 mesi l’Indice Omega-3.

I soggetti sono stati quindi sottoposti al test SF-36 per la valutazione del funzionamento sociale e al Beck Depression Inventory-II (BDI-II), il test più diffuso per la quantificazione del livello di depressione. Una significativa correlazione fra l’Indice Omega-3 ed i valori più bassi di score al BDI ed i valori più alti al SF-36 è stata riscontrata fra i soggetti del 1° gruppo, trattati con supplemento 2:1 EPA/DHA, seguiti ma con valori inferiori dai soggetti trattati con alimenti ad elevato contenuto di EPA.

I risultati sono di un certo interesse, ma occorre tener conto che si è trattato di uno studio pilota effettuato su un numero limitato di partecipanti; inoltre, adottando le medesime formulazioni di ω-3 non sono stati rilevati analoghi risultati se la valutazione della depressione era effettuata con un diverso sistema metrico, quale l’Hamilton Depression Score (HAM-D). Il commento del Dr. Bill Harris, inventore dell’Omega-3 Index Test è che se si vuole utilizzare gli ω-3 non come un sistema di prevenzione ma come un trattamento sono necessari dosaggi significativamente più elevati (4 grammi sarebbe una tipica dose farmacologica) e relativi controlli ematici.

In conclusione Harris, anche se è stato de facto constatato un miglioramento dei sintomi in soggetti con depressione e cardiopatia, ritiene che lo studio debba ulteriormente essere approfondito, con dosaggi più elevati e per una durata di tempo maggiore, verosimilmente adottando il puro EPA per il controllo della depressione ed il DHA per i disturbi cognitivi.

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