L’incidenza delle cisti ovariche nella popolazione generale non è tuttora ben documentata, ma si calcola intorno al 3.9-9.2 %. La prevalenza è di circa il 7% nelle donne in età fertile.

Le cisti ovariche si distinguono in funzionali ed organiche.

La diagnosi viene effettuata mediante ecografia basandosi su caratteristiche morfologiche valutando la struttura interna delle pareti ed il loro spessore, l’estensione dei setti e l’ecogenicità del contenuto.

Al fine di utilizzare un linguaggio ecografico comune per tutti gli operatori e confrontare meglio i dati nel 2000 lo studio IOTA (International Ovarian Tumor Analysis), tuttora in corso, ha stilato un’accurata classificazione delle masse ovariche in base al contenuto della massa, la superficie, le pareti, i setti, le papille e la vascolarizzazione.

Tale classificazione distingue diversi tipi di tumefazioni annessiali:

  • uniloculari,
  • uniloculari solide,
  • multiloculari,
  • multiloculari solide,
  • solide tumefazioni non classificabili per la scarsa visualizzazione (importante cono d’ombra posteriore a causa di calcificazioni come in alcune cisti dermoidi).

Per superare il limite della scarsa specificità dell’ecografia con scala dei grigi è stato inserito l’esame flussimetrico delle masse annessiali.  

Lo studio IOTA ha introdotto come variabile d’analisi per le masse annessiali la vascolarizzazione con “color-score soggettivo”: esso valuta la presenza di vasi definendola come assente, scarsa, moderata ed abbondante.
Attualmente circa il 70%-80% di masse pelviche può essere facilmente classificato in benigno e maligno solo con la scala dei grigi, ed il 5-10% dei casi può essere diagnosticato accuratamente con l’ausilio del Color-Power Doppler.

Nessuna metodica ha sensibilità e specificità del 100%, ma sommando i valori predittivi si può arrivare allo 0,04% di falsi negativi.

Fino a pochi anni fa le masse ovariche venivano comunemente asportate per via Laparotomica, intervento che in caso di patologia maligna, poteva diventare intervento di staging oncologico. L’ avvento della chirurgia endoscopica con  i suoi enormi vantaggi ha reso questa la tecnica principale.  
Le linee guida ESHRE, in caso di endometrioma ≥ 3, raccomandano di effettuare una cistectomia dell’endometrioma e non un drenaggio con successiva elettrocoagulazione per ridurre il danno termico sul parenchima ovarico. L’asportazione chirurgica dell’endometrioma comporta un decremento della riserva ovarica che si traduce anche in una ridotta capacità riproduttiva.

Diversi lavori scientifici negli ultimi anni hanno fatto emergere l’influenza dell’endometriosi sull’outcome riproduttivo, analizzando nel dettaglio l’influenza su qualità e quantità ovocitaria, qualità embrionale e recettività endometriale.

Esiste tra gli operatori, rispetto ad un tempo, una maggior consapevolezza del possibile danno chirurgico derivante dalla chirurgia dell’ endometriosi e forse una maggior consapevolezza della necessità di una valutazione preliminare della paziente (età, riserva e precedenti anamnestici) prima di procedere con l’atto chirurgico.

L’ Endometriosi impatta sulla riuscita di una tecnica di riproduzione assistita in maniera stadio-dipendente. Sembra più critico l’ impatto sulla qualità ovocitaria/embrionaria di quello sulla recettività endometriale. La chirurgia non migliora la qualità embrionaria  e riduce invece in modo operatore e tecnica dipendente la riserva ovarica ed il recupero ovocitario.

E’ auspicabile una valutazione  multidisciplinare da parte del chirurgo e centro PMA per verificare le possibilità realistiche di concepimento spontaneo in un tempo ragionevole tenendo conto del quadro clinico della coppia e ricorrere eventualmente alla chirurgia, per quanto possibile, conservativa per il parenchima ovarico.