L’aborto, anche detto IVG - interruzione volontaria di gravidanza - ha cambiato svariate volte veste: dalla clandestinità alla legalizzazione, dalla scelta di molti ginecologi (obiettori di coscienza) di non praticarlo più, al ritorno degli ambulatori clandestini.

L’IVG è un’esperienza traumatica, caratterizzata da una forte connotazione emozionale, sentimenti spesso ambivalenti da parte della donna ed efferati sensi di colpa, che necessitano adeguati ascolti e supporti, oltre che mani mediche esperte ed oneste.

Un'inchiesta di repubblica.it evidenzia come l'80% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza.
Questa percentuale veramente elevata di clinici, obbliga le donne a praticare l’interruzione di gravidanza in clandestinità, perché vengono spesso rifiutate dalle istituzioni.
Il ministero calcola che le "Ivg illegali" sono ventimila. Ma potrebbero essere almeno il doppio. Vittime sempre le donne.

L’esperienza dell’aborto, dal punto di vista simbolico, rappresenta la concretizzazione di un attacco acuto al corpo della donna, la morte del desiderio inconscio correlato alla prosecuzione del sé biologico.

L’aborto talvolta rappresenta l’unica strada percorribile quando la donna vive una realtà dolorosa e scarsamente consona alla generatività, ma l’aspetto fantasmatico ed il dolore conseguente deve essere obbligatoriamente ascoltato e lenito.

Un fallimento contraccettivo, un “incidente di percorso” o un partner non consenziente, porta la donna a dovere fare i conti con una possibile scelta, anche se non semplice e non indolore.
Nell’inconscio femminile è sempre presente quell’atavica, ancestrale correlazione tra sessualità e procreazione, il corpo femminile è sempre stato a servizio della prosecuzione della specie.

L’aborto va considerato sempre, anche se voluto, come un evento traumatico in quanto produce un marcato stress ed evoca elementi mortiferi, azzera inoltre gli elementi di identificazione materna con il bambino, mediante la negazione della gravidanza.

La sintomatologia psicosomatica che insorge nelle donna che ha abortito, ha caratteristiche simili al “disturbo post traumatico da stress” (DSM IV), i disturbi possono insorgere subito dopo l’intervento o dopo un lungo periodo di incubazione psichica a livello inconscio.

L’illegalità amplificata dalla disperazione delle donne che hanno necessità di abortire, fa proliferare cliniche fuori legge: l'ultimo ambulatorio denunciato dai media, era gestito dalla mafia cinese ed è stato scoperto a Padova dalla Guardia di Finanza alcune settimane fa, guadagnava circa quattromila euro al giorno. Tra i clienti anche molte donne italiane.

Sono stati inoltre sequestri farmaci abortivi, confezioni di Ru486 di contrabbando.
Sembra un’assurdità, ma oggi le donne ricominciano a morire di setticemia, complicanza ormai totalmente estinta, oltre a pellegrinare da una regione all'altra cercando possibili reparti che ancora garantiscono l' IVG.

Un muro di omertoso silenzio ammanta la possibilità di denunciare questa sgradevole ed ingavescente situazione, le donne, spesso sole, minorenni, extra-comunitarie, spaventate e senza via d’uscita, decidono di intraprendere la strada dell’illegalità, pur mettendo a repentaglio la loro salute psico\fisica.

L’illegalità comporta non pochi rischi per la loro salute, rischi di morire per setticemia, rischi di essere scoperte e denunciate, non per ultimi, rischi di rimanere danneggiate e compromesse sul piano psichico, perché l’ IVG, necessita sempre di un supporto psicologico pre e post intervento.

La decisione di abortire, nega comunque la genitorialità e crea nella donna, nuclei indelebili di dolore e lutto, misti a vergogna e colpa, che devono obbligatoriamente essere rielaborati all’interno di setting psicoterapici, al fine di una sana ed adattiva elaborazione dell’accaduto.

Per approfondimenti leggere:
http://www.medicitalia.it/minforma/ginecologia-e-ostetricia/145-aborto-medico-ru-486-legge-194-78.html