Non sempre condotte univoche sono rilevabili in tutte le persone che tentano il suicidio o che riescono a compierlo.

Infatti può accadere che non siano presenti i comportamenti precursori del suicidio e che esso avvenga senza reali cause apparenti.

Si distinguono alcune condotte suicidarie, esse sono rappresentate da:

Suicidio: autodistruzione intenzionale e volontaria. I maschi utilizzano mezzi come armi da fuoco, impiccagione e precipitazione.

Tentato suicidio o parasuicidio: è soste­nuto da una scarsa intenzionalità auto­distruttiva come richiesta di attenzione, attuato con mezzi poco lesivi

Mancato suicidio: il soggetto sopravvive a gesti autolesivi efficaci nel causare la morte per circostanze impreviste. I maggiori elementi di rischio sono dati da:

  • età avanzata
  • sesso maschile
  • vedovanza, divorzio
  • precedenti tentativi di suicidio
  • depressione, tossicomania
  • disoccupazione
  • isolamento sociale
  • allucinazioni
  • deliri di persecuzione
  • propositi di suicidio espressi in modo più o meno velato

Si distinguono alcuni fattori soggettivi ed extrasoggettivi, molta attenzione deve essere posta alle interazioni con l’ambiente.

Vanno prese in considerazione tutte le variabili ambientali, dove il ruolo pre­minente è fornito dalla famiglia e dalla scuola, inoltre anche l’ambiente lavorativo e sociale influiscono sulla maturazione dell’individuo e sulla possibilità o meno di sviluppare tendenza al suicidio.

E’ possibile inoltre elencare tre tipi di suicidio secondo la suddivisione di Du­rkeim:

  •  egoistico: l’individuo non ha o perde le capacità di integrarsi nella società
  •  altruistico: come può accadere, ad esempio, nei suicidi collettivi
  •  anomico: si perdono punti di riferimento e valori.

Mentre il suicidio egoistico e quello al­truistico possono avere una gradualità di atteggiamento, quello anomico può essere compiuto senza alcun elemento precursore riconoscibile e, pur essendo premeditato, più difficilmente può essere evitato rispetto agli altri.

Valutazioni specifiche hanno evidenziato alterazioni nella presenza di neuromediatori oltre che alla presenza di alterazioni genetiche caratteristiche dei soggetti suicidi.

In realtà, la predisposizione al suicidio deve essere intesa come uno dei tanti fattori della multifattorialità di tale problema.

L’esposizione ad eventi stressanti può comportare una maggiore propensione al suicidio rispetto alla ricerca di soluzioni alternative.

Numerose patologie psichiatriche possono includere il suicidio o il tentato suicidio tra i criteri diagnostici. Inoltre, alcune patologie neurologiche possono avere tra i sintomi tentativi di autolesionismo che non corrispondono a tentativi suicidari.

La modalità di scelta dipende da elementi contingenti.

La cronaca può suggerire il metodo creando delle imitazioni nel tempo.

 I mezzi più cruenti vengono scel­ti dagli uomini mentre quelli passivi ed indolori dalle donne.

Per il trattamento è necessario che un soggetto che abbia tentato il suicidio sia avviato verso un pronto soccorso dove vanno valutate le lesioni traumatiche e lo stato di intossicazione.

Inoltre, è neces­sario applicare una terapia adeguata di supporto, psicoterapeutica o farma­cologica con interventi sull’ambiente e sulla famiglia.

La terapia stabilizzante viene preferita all’utilizzo di terapia antidepressiva in quanto quest’ultima è più disinibente.

Le interviste individuali e familiari con-giunte devono considerare le motivazioni che hanno condotto al gesto autolesivo.

Utile il supporto ai familiari sopravvissuti ad un congiunto suicida.

Il 30% dei casi va incontro a recidive.