Nel 2011 le Nazioni Unite hanno dichiarato che per la prima volta nella storia dell’uomo le malattie non trasmissibili, come diabete, malattie cardiovascolari e tumori hanno superato il rischio rappresentato dalle malattie contagiose, essendo da sole responsabili per circa 35 milioni di morti ogni anno.

Tutte le nazioni che hanno adottato la “dieta occidentale”, caratterizzata da un elevato consumo di cosiddetto cibo spazzatura (cibi a basso costo, molto lavorati, privi di fibre vegetali), hanno visto aumentare la quantità delle persone obese e malattie correlate all’obesità.

Obesità

L’obesità è la manifestazione più evidente di un’alterazione del metabolismo, chiamata “sindrome metabolica”, che si manifesta con sovrappeso, diabete, ipertensione, dislipidemia, malattie cardiovascolari, steatosi epatica, ma anche demenza ed aumentato rischio di cancro.

 

Ma cosa sta alla base di tutto ciò?

I 3 fattori centrali di rischio delle malattie non trasmissibili sono:

  • alcool,
  • tabacco
  • dieta alimentare errata,

se non vogliamo mettere in conto anche la sedentarietà.

Mentre per il tabacco e l’alcool sono state promulgate leggi che ne regolano l’uso per tutelare la salute pubblica, meno è stato fatto per gli alimenti. Per quanto riguarda la nostra dieta quotidiana, è diffusa la consapevolezza che è bene ridurre l’apporto di grassi e di sale per una alimentazione più sana.

Già diversi studi multicentrici hanno dimostrato che l’alimentazione occidentale, privilegiando un eccessivo consumo di carne, pone il nostro organismo a rischio di sovrappeso e malattie ad esso correlate. Tanto più che le carni che consumiamo oggi provengono per la maggior parte da allevamenti intensivi, dove gli animali hanno poco o nulla possibilità di movimento e sono nutriti con cibi ipercalorici e con supplementi di antibiotici (e non solo) per prevenire il rischio di malattie durante la loro breve vita innaturale in forzata cattività (ammesso che la loro possa essere definita “vita”). La carne così prodotta contiene mediamente fino al 50% di più di grassi – specialmente saturi – tra le sue fibre.

Ma forse il nemico più letale e silenzioso è un altro. E si nasconde nel consumo di zucchero raffinato, che è più che triplicato negli ultimi 50 anni.

Una mole crescente di studi scientifici sta dimostrando la tossicità del fruttosio. Il comune zucchero da tavola è un disaccaride composto dal 50% di glucosio e dal 50% di fruttosio. Come se non bastasse, negli ultimi decenni l’industria ha introdotto sul mercato come additivo lo sciroppo concentrato di fruttosio, ancora più dolce e dannoso dello zucchero comune (chiamato HCFS, o high corn fructose syrup). E’ stato introdotto negli anni ’70 e la sua produzione è andata via via aumentando fino ai giorni nostri.

 Un po’ di zucchero fa piacere; troppo uccide

Nell’antichità, l’uomo aveva scarso accesso allo zucchero: la frutta, limitata alla stagione della raccolta; il miele, difeso dalle api. Per quanto fosse piacevole per il palato, la natura ha reso molto difficile procurarsi lo zucchero, e non lo considera forse così cruciale per una alimentazione equilibrata, visto che anche l’uovo, destinato a far crescere e sviluppare completamente ed in piena autonomia un pulcino, contiene solo l’1% di zucchero.

L' uomo ne ha reso invece molto facile l’approvvigionamento. Nel grafico si può vedere come solo negli ultimi 25 anni la produzione mondiale di zucchero sia aumentata.

Al giorno d’oggi ogni persona nel mondo occidentale consuma mediamente più di 500 calorie al giorno derivanti da zuccheri aggiunti alla dieta contro un apporto calorico quasi trascurabile del passato. Parliamo di zuccheri aggiunti alla dieta perché la maggior parte degli alimenti industriali processati contengono zuccheri.

zucchero raffinato

Quindi non sololo zucchero bianco che mettiamo nel latte o nel caffè, e non solo quello contenuto in dolciumi, merende confezionate e bevande gassate, ma anche quello aggiunto in carni insaccate, sughi, salse e così via. Uno studio canadese ha evidenziato come fino al 65% dei prodotti alimentari in vendita nelle grosse catene di distribuzione contiene zuccheri aggiunti.

 

Per quale motivo si è pervenuti a tali aggiunte alimentari, se è vero che gli zuccheri aggiunti sono dannosi per la salute?
La ragione è ovvia: lo scopo delle multinazionali degli alimenti non è badare al benessere delle persone, ma vendere sempre di più. Aggiungere zucchero rende un cibo più appetibile, e come vedremo crea dipendenza e desiderio di aumentarne il consumo.

Cosa si può chiedere di più ad una sostanza? L’industria alimentare ha coniato il concetto di “bliss point” o punto della beatitudine. Con questo termine si intende la miglior aggiunta di zucchero, sale e grassi in un cibo per renderlo il più appetibile possibile. Questo non ha niente a che vedere con le esigenze del nostro organismo. 

Non è solo una questione di calorie in eccesso...

Il metabolismo degli zuccheri assunti in dose eccessiva (ed in particolare del fruttosio, che può essere metabolizzato solo al livello del fegato) porta allo sviluppo di iperuricemia e quindi gotta ed ipertensione; ipertrigliceridemia; resistenza insulinica e in definitiva al diabete; iper-dislipidemia; malattie cardiovascolari come infarto ed ictus; e secondo alcuni studiosi anche demenza precoce, morbo di Alzheimer ed altre patologie neurologiche invalidanti come il morbo di Parkinson, depressione, e disordini come i deficit di attenzione. 

Come se non tutto ciò bastasse, è stato dimostrato come una condizione di iperglicemia sia acuta che cronica alteri le nostre difese immunitarie aumentando il rischio di sviluppare diversi tipi di tumori e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide, la psoriasi, la glomerulonefrite eccetera.

 

Lo zucchero, come sopra accennato, si comporta come una vera e propria droga...

 Come il tabacco e l’alcool, infatti, agisce sul cervello in modo da invogliarne un’ulteriore assunzione. Infatti riduce la soppressione dell’ormone grelina, prodotto dallo stomaco, che segnala la sensazione la fame al cervello, per cui il cervello avverte una falsa sensazione di digiuno; interferisce parallelamente con il normale trasporto e i segnali biochimici della leptina, che aiuta a produrre la sensazione di sazietà; riduce la segnalazione dopaminergica al cervello, in particolare nel “centro della ricompensa” (nucleus accumbens), diminuendo in tal modo il piacere derivato dal cibo e quindi stimolandoci sia direttamente che indirettamente ad assumerne una maggiore quantità.

In conclusione, una massa sempre maggiore di adulti malati è un “toccasana” per l’industria alimentare e per l’industria farmacologica, che non hanno nessun interesse a vedere circolare adulti sani e invece ogni interesse a vedere aumentare il numero delle persone ammalate, meglio se in giovane età per prolungare nel tempo la necessità di cibo e di cure. Questa non è una loro volontà precisa di nuocere, semplicemente è una condizione che avvantaggia le loro esigenze commerciali. Basti pensare che un diabetico nel corso della sua vita costa mediamente oltre 100.000 euro di farmaci.

Un ritorno al consumo di cibi “di una volta”, come semi, vegetali, verdure, legumi, alimenti che si trovano naturalmente in natura, ricchi di fibre, privi di zuccheri aggiunti, ci può allontanare rapidamente da tutto ciò. I benéfici effetti si potranno vedere nel breve ma soprattutto nel lungo termine, restituendoci una vita più sana e priva di malattie e riducendo le nostre spese volte a conservare uno stato di salute ormai compromesso.

Un concetto semplice da ricordare quando ci si mette a tavola potrebbe essere riassunto in questo detto di Michael Pollan:

“Non mangiare niente di ciò che tua bisnonna non avrebbe riconsciuto come cibo”.

  

 


 

Bibliografia

 

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