Il suicidio è uno dei più rilevanti problemi di salute pubblica che si registra nei Paesi industrializzati e rientra tra le tre cause principali di morte nei giovani adulti.

Il suicidio tra gli adolescenti e i giovani adulti (15-34 anni) è globalmente un grave problema, così come il suicidio nell’anziano. I giovani e gli anziani si dividono dunque il triste privilegio delle pulsioni autodistruttive: chi cerca un ruolo e chi sente di averlo perso per sempre.

La letteratura psicologica in genere ha interpretato il suicidio adolescenziale come un gesto estremo per richiamare l’attenzione su di sé e sui propri problemi, un atto di fuga da una situazione che viene vissuta come senza uscita per la risonanza emotiva sproporzionata che assumono soggettivamente alcuni stress e disagi durante la transizione adolescenziale.

Ancora oggi sono i maschi a togliersi la vita in misura 3 o 4 volte maggiore rispetto alle donne, mentre le donne in misura maggiore tentano di togliersi la vita commettendo il gesto più come un grido d'aiuto. Infatti c'è questo dato che comunque preoccupa e merita di essere preso in considerazione per operare una corretta prevenzione. Le statistiche infatti ci mostrano che il tentativo di suicidio si presenta con una frequenza da 10 a 20 volte maggiore del suicidio stesso, anche se spesso non esistono dati ufficiali per la difficoltà di registrazione del dato dal momento che alcuni numeri possono passare celati per via di vergogna generale, delle famiglie. Basti pensare che se un suicidio completato avviene in media ogni 40 secondi, in ogni parte del globo ogni 3 secondi vi è un tentativo di suicidio (WHO, 2003).

Per fare chiarezza sui numeri, dalle ultime statistiche ISTAT il Centro ed il Sud Italia sono le zone coi tassi più bassi di suicidio, come si può notare dalle tabella in basso.

Gli ultimi dati ISTAT sono chiari, ma è pur vero che risalgono a 6 anni fa, al 2009, in una nota i vertici ISTAT hanno affermato che "è vero, dal 2010 non rileviamo e pubblichiamo i dati sui suicidi e sulle cause. Ma dietro questa scelta non c’è alcun intento di oscurare o minimizzare il fenomeno. La rilevazione proveniva dai dati accertati dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza in base alle notizie contenute nella scheda individuale di denuncia di suicidio o tentativo di suicidio trasmesso all’atto della comunicazione all’Autorità giudiziaria. Ma l’attribuzione della causa di decesso risultava spesso inattendibile e il rischio di sovrastima o sottostima era ritenuto troppo alto”.

Rispetto ai numeri, paradossalmente a differenza di quel che può apparire, i suicidi in Italia non sono aumentati negli ultimi anni, anzi hanno visto un sensibile calo, semplicemente se ne parla di più. Ed è forse una delle poche cose positive in questa triste vicenda. In basso è possibile vedere i tassi degli ultimi anni (fino al 2009).

Il fatto che non siano aumentati i tassi suicidari non ci esime dal considerarlo un tragico evento su cui operare con tutte le proprie energie prevenzione, poichè quando accade sconvolge i destini di decine di persone che ruotavano attorno alla vittima, che diventano sopravvissuti.

Numerosi episodi di cronaca dell’ultimo periodo quindi sottolineano la necessità sempre maggiore di dare spazio ad interventi di prevenzione e supporto all’adolescente suicidale.

Ma la domanda più frequente è "come posso fare per aiutare qualcuno che temo stia vivendo un disagio?". La risposta è che non è affatto semplice, soprattutto perchè la sofferenza spaventa e lascia inermi.

In una recente intervista affermavo che in caso di pensieri suicidari ogni struttura sanitaria del luogo (pronto soccorso, medico di famiglia, consultori, ecc) è eticamente pronta ad accogliere il disagio.

I fattori di rischio sono tanti che bisogna riconoscere per poter operare una corretta prevenzione. Tra questi, per citarne alcuni, ci sono l'abuso di sostanze, la sofferenza psichica, patologie mediche croniche e/o invalidanti, disoccupazione, accesso ai mezzi autolesivi, precedenti tentativi di suicidio, perdita di persone significative, problemi familiari e molti altri ma a tutt'oggi è difficile spiegare perché alcune persone decidono di porre fine alla loro vita mentre altre, in una simile situazione o addirittura peggiore, non lo fanno. Spesso, pur riconoscendo il concatenarsi di alcuni fattori di rischio, non si chiede aiuto. E non ci si rivolge a queste strutture per vergogna o per paura di essere giudicati negativamente. Ed è questo l'errore più comune, credere che le figure d'aiuto di stampo sanitario (medici o psicologi che siano) si occupino "solo dei matti". Il benessere della persona invece, nella sua totalità, è l'obiettivo primario di ogni professionista sanitario.

E dopo? Come si vive? Come può essere aiutato chi sopravvive?

Quando purtroppo il suicidio è avvenuto si parla di prevenzione terziaria (o postvention) ossia di prevenzione operata su chi resta. E di servizi in Italia non ve ne sono poi molti, specifici alla problematica. Il progetto SOPRoxi (acronimo di SOPRavvissuto e proximity) nasce nel 2006 a Padova e da allora si occupa di fornire supporto volontario (ma specialistico) ai familiari e agli amici che si trovano ad affrontare un lutto per suicidio. Dal 2010 grazie all'attivazione del sito web (www.soproxi.it) le richieste di supporto da ogni parte d'Italia sono cresciute, e nel 2015 ad esempio più di 200 sopravvissuti hanno potuto beneficiare dei servizi di supporto. E' importante aiutare chi sopravvive perchè la sofferenza diversifica tali persone da coloro che vivono altri tipi di morte perchè sperimentano emozioni estreme molto più forti e dolorose, livelli maggiori di vergogna, sensazione di rifiuto, autocolpevolizzazione, stigma sociale e bisogno di nascondere la causa di morte.

Paraltro uno studio pubblicato pochi giorni fa su British Medical Journal conferma che i sopravvissuti al suicidio necessitano di supporto maggiore in quanto loro stessi sono a maggior rischio di tentativi di suicidio. Si può pensare che siano poche le persone interessate ma nessuno ne è esente, ogni suicidio tocca infatti decine di persone che restano, infatti da studi recenti risulta che tra il 7% ed il 10% della popolazione totale è toccata da questo dramma.

Non abbiamo timore dunque di prevenire il disagio di chi ci sta accanto.

si segnalano alcuni link utili da parte della collega Carla Maria Brunialti
 
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