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Attenti al trauma cranico: uno studio dimostra l'aumento del rischio di Alzheimer

Dr. Mauro ColangeloData pubblicazione: 20 novembre 2018Ultimo aggiornamento: 02 dicembre 2020

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L’incidenza di disturbi cognitivi nel breve e medio termine, dopo l’occorrenza di un trauma cranico, è un dato oramai ben acquisito, ma finora non era mai stata condotta una investigazione a più lungo termine sui questi fattori di rischio per l'Alzheimer. Al 143° Annual Meeting dell’American Neurological Association, svoltosi ad Atlanta, Georgia (21-23 Ottobre 2018), è stato presentato un interessante lavoro da Andrea L.C. Schneider del Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora, Maryland (USA) dal titolo "The Association of Head Injury and Cognition, Mild Cognitive Impairment, and Dementia" che ha studiato l’associazione fra i traumi cranici e un maggior rischio di declino cognitivo, demenza e malattia di Alzheimer.

Fattori di rischio dell'Alzheimer

Dai dati emerge una correlazione tra declino cognitivo e trauma cranico

Lo studio in oggetto ha esaminato i dati di una coorte di 13.000 soggetti, sottoposti a follow-up medio di 20 anni nello studio ARIC (Atherosclerosis Risk in Communities) tuttora in corso.

Si tratta di uno studio prospettico che ha arruolato oltre 15.000 adulti, di età compresa fra 45 e 65 anni, e da cui sono stati estrapolati 13.192 partecipanti. Per ciascuno di essi è stato eseguito, tra il 1990 ed il 1992, un baseline assessment neuropsicologico cui si sono aggiunte le successive valutazioni, effettuate ogni 5 anni fino al 2013, con i seguenti test cognitivi: DWRT11 (memoria recente), DSST12 (funzioni esecutive) e WFT13 (linguaggio).

Per valutare la funzione cognitiva prospettica nel corso della ricerca è stato calcolato lo Z-score dei punteggi ai test, che corrisponde all’intera deviazione standard ponendo la media uguale a zero. I parametri per individuare il declino cognitivo lieve (MCI) sono stati al disotto di -1.5 Z (CDR-SB >0.5) in almeno un dominio cognitivo, mentre per la demenza la deviazione -1.5 Z (CDR-SB >3) era rappresentata in più di un dominio con un declino al di sotto del 10° percentile.

Dai dati raccolti dal 1993 al 2013, sia su segnalazione autonoma dei partecipanti che desunto dai codici ICD-9 di ricovero in Pronto soccorso, risulta che il 24% dei soggetti ha subito un trauma cranico di entità variabile da lieve, con o senza perdita dello stato di coscienza, a moderata e/o severa.

Ponendo in rapporto cross-sectional molteplici fattori (età, sesso, razza, ipertensione e ictus) emerge che il declino cognitivo che si è osservato nei partecipanti che avevano avuto un trauma cranico era significativamente maggiore (-1.00; 95% confidence interval [CI], -1.06 a -0.95) rispetto a quelli che non lo avevano avuto (-0.87; 95% CI, -0.91 to -0.83; differenza, -0.13).

Schneider fa rilevare che in termini clinici ciò è equivalente al declino che si osserva al baseline di una persona di 4 anni più anziana che non abbia avuto un trauma cranico.

Tra i partecipanti sono stati determinati 1295 casi di demenza di cui 895 tra coloro che non avevano avuto un trauma cranico e 400 fra coloro che lo avevano subito.

Il tempo medio intercorso fra trauma cranico e demenza è stato di 17 anni con un rischio aumentato pari al 20% per gli uomini ed al 12% per le donne (hazard ratio [HR], 1.54; 95% CI, 1.37 to 1.74).

L'associazione tra altri fattori di rischio

Sono stati anche rilevati altri fattori di rischio associati al trauma cranico e costituiti da fumo, condizioni non buone di salute, consumo pesante di alcool, sintomi depressivi e ictus.

Rebecca Gottesman, Professore di Neurologia alla Johns Hopkins University osserva, sulla scorta dei risultati di questo studio epidemiologico, che bisogna tenere in considerazione i traumi cranici anche lievi che sono ad elevata frequenza e che possono essere associati a lungo termine ad un più rapido instaurarsi di declino cognitivo.

Ramon Diaz-Arrastia, Direttore del Center for Neurodegeneration and Repair alla University of Pennsylvania, Philadelphia, ancorché resti ancora da chiarire se la fisiopatologia dell’azione traumatica consista nell’accelerazione di un Alzheimer in fieri o se il meccanismo sia di natura vascolare o infiammatoria, riconosce il contributo della ricerca ed enfatizza l’importanza dell’epoca di occorrenza del trauma che è maggiormente nocivo nelle fasi più avanzate della vita.


Autore

maurocolangelo
Dr. Mauro Colangelo Neurologo, Neurochirurgo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1972 presso Università Napoli.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Napoli tesserino n° 11151.

4 commenti

#1
Specialista deceduto
Dr. Giovanni Migliaccio

Sempre di alto gradimento la ricerca e la divulgazione di nozioni scientifiche di alto livello che di tanto in tanto, caro Mauro, ci proponi contribuendo al nostro sapere (almeno al mio).
Lo studio è molto interessante , ma andrei cauto sulle conclusioni.
Lo studio parla genericamente di trauma cranico e, a quanto mi sembra di aver capito, non distingue la gravità del trauma, tanto che la Gottesmann individua anche nei traumi lievi il rischio di un declino cognitivo.
I ripetuti traumi cranici perpetrati nel tempo si annoverano fra i praticanti di alcuni sport come, e soprattutto, nel pugilato, ma sono pochi i pugili che hanno sviluppato una forma di demenza.
Cassus Clay è un esempio, ma mi pare che avesse il m. di Parkinson e non una grave demenza.
Il discorso si farebbe lungo, ma il lavoro citato, non distinguendo la gravità del trauma e affremando che " il declino cognitivo che si è osservato nei partecipanti che avevano avuto un trauma cranico era significativamente maggiore (-1.00; 95% confidence interval [CI], -1.06 a -0.95) rispetto a quelli che non lo avevano avuto" , non ci dice molto perché un conto è battere il capo contro lo spigolo di un mobile (è comunque un trauma cranico seppur minore) e altro è un trauma cranico che coinvolga l'encefalo (dalla commozione al danno assonale diffuso).

Ancora grazie

Buona serata
Giovanni

#2
Ex utente
Ex utente

Buongiorno Dr. Mauro Colangelo, se ho il consenso vorrei dire che, i ricercatori di Medicina, a mio parere, dovrebbero approfondire anche e soprattutto la Ipossiemia Cerebrale, (carenza di Ossigeno Disciolto nel nel sangue che fluisce nel Cervello) la quale può verificarsi a causa delle apnee nel sonno, provocando in questo modo la Neurodegenerazione progressiva che si risconta nella Malattia di Alzheimer.
Grazie per la eventuale risposta Dr. Mauro Colangelo
Pino Fronzi

https://www.alzheimer-riese.it/contributi-dal-mondo/ricerche/2845-apnea-del-sonno-degli-anziani-collegata-allalzheimer.html

#3
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Caro Giovanni,
è ovvio che tu da esperto neurochirurgo guardi subito alla "sostanza" del trauma ed hai perfettamente ragione. Però il lavoro trova un riscontro principalmente nei pazienti anziani cui il trauma cranico, seppure il meccanismo patogenetico debba ancora essere investigato (questo è un lavoro di epidemiologia), può accelerare un decadimento a mio avviso già in fieri.
Grazie del tuo commento

#4
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Sig. Fronzi,
stavolta, non volendo, ha fatto un commento in parte pertinente: l'ipossiemia da apnee notturne è fra i fattori che possono accelerare un quadro demenziale. Però, per favore, non replichi: l'ossigeno paramagnetico non c'entra.
Cordialmente

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