Donna davanti al frigo che si abbuffa per un attacco di fame

Risposte alimentari allo stress: il ruolo del cervello e i fattori individuali

Lo stress può determinare risposte alimentari opposte:

Comprendere queste differenze consente di leggere il comportamento alimentare non come espressione di “forza” o “debolezza”, ma come manifestazione di specifici assetti neurobiologici, di storia personale e di modulazione emotiva.

Come risponde il cervello sotto stress?

Il punto di partenza è la modalità con cui il cervello risponde allo stress.

La percezione di una minaccia attiva l’ipotalamo, che a sua volta mette in moto l’asse ipotalamo–ipofisi–surrene, responsabile della produzione degli ormoni dello stress.

In alcuni individui prevale una risposta dominata dal rilascio dell’Ormone di Rilascio della Corticotropina (CRH), che tende a inibire l’appetito e restringere lo stomaco, spostando le risorse dall’apparato digerente alla vigilanza e alla prontezza motoria.

In altri soggetti, invece, si osserva una risposta più prolungata, nella quale il cortisolo assume un ruolo centrale, favorendo la ricerca di cibo, soprattutto ad alta densità energetica, come se l’organismo anticipasse un periodo di elevato consumo di risorse.

Da qui nasce la differenza clinica: per alcuni lo stress si traduce in una chiusura dello stomaco e in una riduzione degli introiti, mentre per altri, nei momenti più difficili, compare una tendenza a mangiare di più, spesso con una preferenza per alimenti gratificanti.

Perché il cibo può diventare un regolatore affettivo?

La risposta allo stress dipende anche da come i sistemi che regolano le emozioni e la ricompensa modulano l’ipotalamo, che rappresenta una via finale comune dell’organizzazione della risposta alimentare.

Le reti cortico-limbiche e mesolimbiche, infatti, attribuiscono significato affettivo agli eventi stressanti e possono amplificare o attenuare, attraverso l’ipotalamo, i segnali di fame e sazietà.

Fin dall’infanzia molte persone apprendono che il cibo può rappresentare un canale privilegiato di consolazione, rassicurazione o vicinanza affettiva.

Per altre, invece, le situazioni di tensione sono state associate a chiusura corporea, rigidità e calo dell’appetito.

Per approfondire:Il cibo come strumento di conforto

Quali sono le conseguenze a lungo termine?

Questi schemi relazionali e corporei, ripetuti nel tempo, tendono a stabilizzarsi come modalità abituali di risposta emotiva in età adulta.

Anche lo “stile emotivo” individuale contribuisce a differenziare le reazioni:

  • chi vive l’ansia prevalentemente a livello somatico (con tachicardia, nodo alla gola, respiro corto) tende più facilmente a perdere la fame;
  • chi sperimenta soprattutto ansia di tipo cognitivo, caratterizzata da pensieri incessanti e anticipazioni negative, può ricorrere al cibo come breve pausa dal flusso del rimuginio.

Un eventuale quadro depressivo aggiunge ulteriore complessità: a seconda del profilo clinico, la depressione può ridurre drasticamente l’appetito oppure aumentare il desiderio di cibi gratificanti, in un tentativo di auto-trattamento rapido del dolore psichico.

In questo contesto, un sistema della ricompensa alterato orienta il paziente verso alimenti in grado di fornire sollievo immediato, seppur transitorio.

Microbiota intestinale: le alterazioni che modulano fame e sazietà

Un ulteriore livello di regolazione è rappresentato dal microbiota intestinale, la comunità di microrganismi che abita l’apparato digerente e dialoga costantemente con il sistema nervoso centrale.

Stress cronico, dieta irregolare, disturbi del sonno e condizioni infiammatorie possono modificare in modo significativo composizione e funzione del microbiota, con ricadute sulla regolazione di fame e sazietà.

Guarda il video: Disturbi del sonno: cause e rimedi

In alcune situazioni, tali alterazioni si associano a riduzione dell’appetito, in altre favoriscono la produzione di segnali che aumentano la fame o amplificano il desiderio di cibi ad alta densità calorica.

Il dialogo intestino–cervello, mediato dal nervo vago e da numerosi mediatori chimici, contribuisce dunque a orientare la risposta verso una “chiusura” o, al contrario, verso una “apertura” dell’appetito, con differenze spesso marcate a seconda dell’individuo.

Diagramma medico stilizzato che mostra la comunicazione bidirezionale tra il cervello umano e l'intestino, con evidenza del ruolo del microbiota.

Risposte alimentari allo stress: quanto conta la genetica?

Le differenze osservate nella pratica clinica sono anche il risultato di predisposizioni individuali di natura genetica.

Variazioni nella sensibilità agli ormoni dello stress, o nell’assetto dei circuiti della ricompensa possono rendere alcune persone più vulnerabili alla perdita di appetito e altre più inclini a utilizzare il cibo come strumento di regolazione.

Ognuno di noi porta con sé una combinazione unica di vulnerabilità e risorse che modula il modo in cui lo stress viene vissuto e tradotto in comportamenti alimentari.

Da un punto di vista clinico, questo invita a superare letture uniformi e colpevolizzanti e a considerare il comportamento alimentare come l’esito di un’interazione complessa tra fattori biologici, psicologici e ambientali.

Perdita di appetito e iperfagia: l’aiuto dello specialista

Alla luce di questi elementi, perdita di appetito e iperfagia non vanno intese come opposti morali, tra chi “resiste” e chi “cede”, ma come due modalità distinte attraverso cui l’organismo tenta di adattarsi a una situazione percepita come impegnativa.

In un caso, il corpo sospende temporaneamente le richieste digestive per concentrare le risorse sulla gestione della minaccia, nell’altro accumula energia e utilizza il cibo come modulatore rapido dello stato interno.

Leggere il comportamento alimentare in questa chiave significa trasformarlo da “problema di volontà” a finestra sulla biologia, sulla storia emotiva e sulle strategie di protezione che l’organismo ha sviluppato nel tempo.

Per il clinico, questo cambio di prospettiva è essenziale per costruire interventi che non si limitino a prescrivere “mangia di più” o “mangia di meno”, ma che integrino psicoeducazione, esplorazione della storia personale, valutazione del funzionamento emotivo e, quando necessario, approfondimento organico.

Riferimenti bibliografici per approfondire

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Data pubblicazione: 14 gennaio 2026

Autore

arotondo
Dr. Alessandro Rotondo Psichiatra

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1990 presso universita di pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 3886.

Esperto in psichiatria con esperienza internazionale presso NIH Washington e Columbia University New York, docente universitario di criminologia e genetica psichiatrica. Autore di circa 100 pubblicazioni scientifiche, si dedica alla ricerca e trattamento di disturbi dell’umore, ansia, disturbi alimentari e discontrollo degli impulsi. Membro di prestigiose società psichiatriche internazionali.

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