Utente 317XXX
Gentili medici iscritti,
mi sono già rivolto a questo portale. Sono stato colpito da un episodio depressivo maggiore in disturbo ossessivo compulsivo. Purtroppo, malgrado le terapie farmacologiche, la situazione è peggiorata. Ad oggi non posso più lavorare. Ho già fatto una assenza di alcuni giorni dal lavoro ma il mio medico di base non è riuscito a darmi l'esenzione dalle visite fiscali, che per la mia patologia sarebbe vitale, in quanto dovrei proprio cominciare a uscire di casa. Egli sostiene che il codice E risulta nel certificato telematico riservato a certe patologie fra cui non vi è la depressione, e tale "mascherina" non può essere modificata o integrata. Telefonando più volte al numero verde INPS ho avuto informazioni piuttosto confuse e soprattutto discordanti. Qualcuno mi ha detto che devo portare all'INPS un certificato integrativo fatto dal medico, qualcun altro che devo recarmi alla medicina legale nel capoluogo di provincia.
Volevo avere se possibile un consiglio sulla procedura, perché adesso sono stretto fra la morsa degli "arresti domiciliari" (lavoro nel pubblico impiego, 7h di fasce) e un lavoro che non riesco più a svolgere. Se necessario potete girare la mia richiesta alla sezione "Medicina del lavoro", che però mi sembra meno adatta. Mi sembra assurdo che per una patologia grave e invalidante come la depressione non ci siano delle norme chiare che tutelino il malato.

[#1] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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"Mi sembra assurdo che per una patologia grave e invalidante come la depressione non ci siano delle norme chiare che tutelino il malato."

La questione è che non ci sia una contraddizione tra il concetto di grave e invalidante, al punto da non consentire una frequenza sul lavoro, e invece il fatto che sia consentito o addirittura utile uscire di casa con orario libero.

Chiaro che di per sé una malattia mentale, ma anche una di altro tipo, non impone necessariamente di stare in casa, ma qui parliamo allora di specificare perché non si può lavorare, e invece uscire sì. Oppure, di specificare che uscire ha un valore terapeutico, ma questo non saprei in che senso, ha un valore sintomatico più che altro.
Dr.Matteo Pacini
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[#2] dopo  
Utente 317XXX

Il problema non è la "frequenza sul lavoro" ma l'effettivo svolgimento del lavoro stesso, che nel mio caso comporta interazioni con minori incompatibili, per motivi di sicurezza oltre che di natura pedagogica e relazionale, col mio stato di salute attuale. Prima di chiedere l'inidoneità e di essere passato ad altre mansioni, che è un percorso lungo e tortuoso, e che talvolta sfocia in ingiusti licenziamenti, penso di aver diritto ad un periodo di riposo, che chiunque conosca anche per sommi capi la patologia depressiva sa che non è possibile fruire fra le mura di un bilocale in solitudine. Per quello ci sono le misure di detenzione, e come tragicamente sappiamo i tassi di suicidio sono altissimi. Purtroppo queste fasce così estese furono il frutto di un periodo neanche troppo lontano in cui essere un dipendente pubblico ed anche ammalarsi (secondo una completamente errata interpretazione del darwinismo) erano considerati una colpa, e quindi vennero attuate misure vessatorie, in una stagione politica che mi auguro definitivamente consegnata alla storia. Non posso ringraziarla per le informazioni che non mi ha dato

[#3] dopo  
Utente 317XXX

Se nessuno mi sa rispondere, potreste girare alla sezione "medicina del lavoro"?
Grazie

[#4] dopo  
Dr. Matteo Pacini

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E' perfettamente inutile che solleciti le risposte. Se uno non le ha lette, e nel caso specifico chi ha risposto, non gli altri a cui non arriva notifica alcuna, non legge neanche il sollecito.

Le rispondo sulla questione. Affermare che una depressione si cura riposandosi e uscendo di casa è cosa spinosa, perché in questo caso significa che è di gravità limitata. Il problema non sussiste solo per i dipendenti pubblici, anche per le aziende private. Non è inverosimile che l'azienda appuri le reali attività di chi è in malattia, e poi contesti la diagnosi se ci sono incompatibilità macroscopiche.
Il fatto di non essere in grado di svolgere il proprio lavoro è un conto, e giustifica che stia "a casa". Semplicemente è difficile stabilire quale sia il limite tra una condizione non compatibile col lavoro, ma con la vita ricreativa e con la libera frequentazione di luoghi e attività, e la capacità di andare anche al lavoro.

Posso convenire che le fasce orarie sono un modo poco sensato di fare questa distinzione, ma per chiedere una deroga bisogna ad esempio affermare appunto che ad esempio uno deve muoversi, che uno deve frequentare certi luoghi a scopo terapeutico, che uno deve compiere attività senza cui la sua condizione peggiorerebbe etc. Va comunicato esplicitamente, altrimenti si corre semplicemente il rischio di essere contestati.
Dr.Matteo Pacini
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[#5] dopo  
Utente 317XXX

La ringrazio, oggi ne parlerò col curante