Utente 950XXX
Gentili Dottori,
ho da tempo una domanda, e un relativo dubbio, che spero Voi possiate aiutarmi a fugare:la cronicizzazione di un disturbo è la manifestazione fisica dello stesso per lungo tempo senza che ci siano cause organiche? e nello specifico l'ansia può cronicizzarsi? in che modo?
Un'altra curiosità riguarda il reale significato della formula popolare "esaurimento nervoso"..premesso che so benissimo che il cervello, i nervi ecc non possono letteralmente esaurirsi, cosa si intende per esaurimento nervoso?
Grazie per il Vostro prezioso servizio

[#1]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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gentile utente,

la cronicizzazione e' più frequente se il disturbo non viene trattato sia che si tratti di ansia o di altri disturbi.
il mancato trattamento e' responsabile di cronicizzazione sia per le malattie psichiatriche che per quelle non psichiatriche.
Infatti se ha una bronchite e non la cura questa diventa cronica.

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[#2] dopo  
Utente 950XXX

Gent.mo Dott. Ruggiero,
quando parla di trattamento Lei intende una terapia farmacologica, giusto? Una volta ho sentito dire che la psicoterapia (se non abbianata ad una terapia farmacologica) può effettivamente portare alla cronicizzazione del problema (parlo di disturbo d'ansia e attacchi di panico), forse perchè porta ad andare a fondo, ad analizzare il problema anche con la propria testa (e con l'ausilio dello psicoterapeuta)..
Nello specifico a me interessava capire da cosa potrei accorgermi se la mia ansia è diventata cronica..ci sono dei modi attraverso cui lo si possa capire?
Grazie ancora..

[#3]  
Dr. Francesco Saverio Ruggiero

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gentile utente,

la definizione "cronica" e' possibile per alcune diagnosi e non per altre.
la valutazione di cronicita' si fa sul decorso della malattia e viene fatta da un medico.

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[#4]  
Dr. Gabriele Tonelli

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La cronicità di un disturbo è data dalla sua permanenza oltre quelli che vengono considerati i normali tempi in cui esso avrebbe dovuto risolversi.
La caratterizzazione di un disturbo come cronico viene fatta nel corso della valutazione clinica da parte dello psichiatra.
Esaurimento nervoso è una dicitura che viene applicata coram populi a una qualsivoglia manifestazione di disagio psichico. Non esiste un suo specifico corrispettivo in ambito nè psicologico nè medico.

Cordiali saluti
Dott. Gabriele Tonelli
Psicoterapeuta,Master in Psicopatologia e Scienze Forensi,Segr.Redazione PsychiatryOnline It,Medico di Categoria. C.T.U.

[#5]  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente,

"cronico" significa "che dura da un certo tempo". Inoltre, in psichiatria cronico significa anche una prognosi: se un disturbo (ad esempio depressione) dura da più di un certo tempo (per esempio 2 anni) al momento in cui si fa diagnosi, si prevede che continui per molto altro tempo. Se invece si è depressi ma da meno di due anni, esiste una certa possibilità che il disturbo si risolva da solo. Naturalmene un disturbo si cura in base ad altri parametri, cioè la durata minima oltre cui si può prevedere che comunque abbia una durata di un certo tempo: se dopo x giorni la depressione è sempre lì, allora durerà un tempo di almeno qualche mese, e quindi si cura.
Cronico non significa incurabile o che non risponde alle cure. E' comunque vero che quando un disturbo dura da tanto tempo in genere la risposta alle cure è più lenta e difficile.
Ogni terapia contrasta e previene la cronicizzazione, altrimenti avrebbe poco senso. Terapie sbagliate invece possono favorirla, o addirittura peggiorarla.
Dr.Matteo Pacini
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[#6] dopo  
Utente 950XXX

Grazie!
Nonostante l'etimologia del termine richiami chiaramente al concetto di tempo, sono sempre stata portata a concepire la cronicizzazione come l'insediamento e il radicamento, di un dato problema, nella testa! Anche per questo credo che a furia di pensare al problema e quindi creare tutti quegli schemi mentali tipici dell'ansia e dell'agorafobia non si fa altro che radicarli e acqusirli come meccanismi di pensiero estendendoli a sempre più situazioni..e non so se effettivamente la psicoanalisi può essere adatta a spezzare questo circolo..non sto chiedendo di demolire la psicanalisi! so che il tipo di terapia riconosciuta come maggiormente efficace per questi disturbi è la cognitivo-comportamentale,ma penso, forse erroneamente, che questa aiuti più che altro a superare il problema non a risolverlo capendone a fondo le cause..è effettivamente così? è necessario, per superare il dap e i disturbi d'ansia, eudcarsi a superarli e ad affrontare le proprie paure o scavare per capire cosa ha portato quelle paure?

[#7]  
Dr. Matteo Pacini

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Gentile utente,

Le cause da capire a fondo sono un'ipotesi. Non è chiaro dove debbano risiedere se non nel cervello. La psicanalisi le tratta come se vivessero di vita propria in un mondo psichico esterno o su un altro livello rispetto al cervello. E' un punto concettualmente incomprensibile che accompagna questa teoria e le sue derivazioni. L'inconscio esiste nel senso che l'attività di una parte considerevole del cervello non produce esperienze coscienti, non è che le esperienze psichiche ci sono ma incoscie. C'è l'attività cerebrale, che non sempre è esprimibile e visibile con introspezione.
Sul piano applicativo, la teoria che trovando le cause (sapendo già quali sono, altro punto concettualmente inaccettabile) si risolvano i problemi è un'ipotesi per il momento non verificata ma soprattutto non ha i presupposti per poter essere verificata, perché non c'è stata traduzione della teoria psicanalitica in termini di metodologia della ricerca.
Veniamo a questioni più utili al paziente. Il dap ha una cura farmacologica assodata, con alcuni effetti collaterali possibili. Lo scopo è prevenire gli attacchi, farli estinguere, correggere l'agorafobia e riportare la persona ad una libertà di azione. "Scavare" non saprei dove, e per cercare che cosa. Il disturbo è familiare e geneticamente tramissibile in maniera non lineare e completa, per quanto riguarda i fattori ambientali in generale un recente allontanamento dall'ambiente familiare è fattore scatenante, mentre eventi remoti nono sono specificamente correlati.
La psicoterapia è utile nel guidare la riesposizione alle situazioni temute e nell'accompagnare la fobia rispetto alle cure, che spesso impedisce alle persone di passare le prime settimane utili a far funzionare la terapia.
Dr.Matteo Pacini
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[#8]  
Dr. Gabriele Tonelli

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Come psicoanalista non sono d'accordo con il collega. La psicoanalisi ha della basi neurologiche molto precise e i lavori di Fonaghy sulla psicopatologia evolutiva hanno precisato e confermato molte delle "ipotesi" di Freud.
Si tratta solo di un possibile metodo interpretativo dei processi mentali all'interno di una relazione tra paziente e terapeuta.
Personalmente utilizzo concetti psicoanalitici o anche concetti costruttivisti (che appartengono all'area delle psicoterapie cognitive) a seconda di quanto mi è più utile ad un dato momento del processo psicoterapico.
Credo che la scelta di quale modello interpretativo adottare stia nelle mani del paziente stesso, dato che è implicita nella scelta del terapeuta a cui affidarsi.
Detto questo qualunque metodica si decida di utilizzare può essere più o meno efficace:
i farmaci (antidepressivi in questo caso) hanno la loro utilità,
come pure possono averla le metodiche di desensibilizzazione citate dal collega,
ovvero la rielaborazione all'interno della relazione terapeutica di modelli di funzionamento basati su schemi di interazione tra psiche e fattori esperienziali pregressi ed attuali.

Cordiali saluti

Gabriele Tonelli
Dott. Gabriele Tonelli
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[#9]  
Dr. Giovanni Lo Turco

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Gentile Utente,

la Psicoterapia ad indirizzo cognitivo può prevedere vari livelli di intervento.
Un primo livello, tipico della psicoterapia cognitivo - comportamentale standard, si avvale di tecniche cognitive e comportamentali, ponenendosi come obiettivo la risoluzione del problema attuale in tempi brevi.
Un secondo livello può, invece, essere centrato sul riconoscimento e la comprensione dell'organizzazione cognitiva personale e delle sue origini, l'incremento della consapevolezza emotiva e l'attribuzione di significato. Spesso questi due livelli di intervento, all'interno del processo psicoterapico, si intrecciano.

Cordiali saluti,
Dr. Giovanni Lo Turco

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[#10] dopo  
Utente 950XXX

Grazie per le Vostre risposte..contribuiscono a charirmi un po' le idee.
La domanda che mi facevo, senza volontà di polemica, è in effetti la seguente:ammesso che "Lo scopo (di una terapia) è prevenire gli attacchi, farli estinguere, correggere l'agorafobia e riportare la persona ad una libertà di azione. "Scavare" non saprei dove, e per cercare che cosa.." l'attacco di panico sarebbe un problema che si presenta così, all'improvviso nella vita di una persona e che va "debellato" semplicemente correggendolo..ma perchè viene allora? se io supero la mia agorafobia e torno a fare tutto quello che facevo prima che senso ha avuto il panico? è venuto per? farsi correggere e poi sparire? non dovrebbero esserci delle motivazioni più profonde per cui un'angoscia così grande possa irrompere nella vita di una persona? o è solo un semplice capriccio? e la causa qual è? che è un disturbo geneticamente trasmissibile?
Quanto poi alla psicoterapia, avete uno psicoterapeuta (anche cognitivo-comportamentale)da consigliarmi nella provincia di Bari? perchè penso e ripenso se sia o no il caso di continuare un percorso che dopo 8 mesi non mi ha smosso molto dal punto di partenza..
Grazie ancora per la Vostra disponibilità

[#11]  
Dr. Matteo Pacini

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Che senso ha la pressione alta ? O il cancro ?
La cosa curiosa è che ci ragiona come se dovesse avere un significato da cogliere. Farebbe lo stesso ragionamento su una verruca o una polmonite ?
Che sia geneticamente trasmissibile, questo è vero anche se non con la linearità di una malatti ereditaria classica. Quindi esisteranno fattori scatenanti e che aumentano la facilità con cui si esprime, ciò non toglie che una volta iniziato il disturbo segue una sua logica di decorso, e si innescano alcuni meccanismi.
Come in tutte le malattie, le forme ricorrenti spontaneamente riconoscono in genere un fattore ereditario più "pesante".
Dr.Matteo Pacini
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